Dal 22 febbraio scorso, la Basilica di San Francesco ad Assisi è divenuta il cuore pulsante di un evento di grazia straordinario: l’ostensione delle spoglie mortali del Santo. Un appuntamento atteso, che sta richiamando migliaia di pellegrini da ogni parte del mondo, mossi da una devozione che il tempo non scalfisce, ma anzi rafforza. In un flusso ininterrotto di preghiera e silenzio, i fedeli si accostano a quei resti “consumati” per amore, trovandovi non il segno della fine, ma la testimonianza di una vita che continua a generare speranza. Fra Giulio Cesareo, responsabile della comunicazione del Sacro Convento, ci guida nel cuore spirituale di questo evento. Tra il richiamo alla Quaresima e il superamento dell’individualismo moderno, fra Giulio spiega a Interris.it perché, ottocento anni dopo, Francesco non è solo un ricordo del passato, ma una “buona notizia” viva e attuale per l’uomo di oggi.
L’Intervista
Fra Giulio, l’ostensione dei resti mortali di San Francesco è un evento che tocca profondamente i fedeli. Cosa rappresenta per voi questo momento?
“L’ostensione del corpo di Francesco è un grande dono. Francesco è una persona che si è donata tutta, fino in fondo, e le sue ossa testimoniano proprio questo: sono ossa veramente consumate. Quando le vedrete, vi renderete conto fisicamente di quanto si sia speso per gli altri, per il Signore, per i suoi fratelli e le sue sorelle”.
In una società dominata dall’individualismo, l’esempio di Francesco sembra quasi una provocazione. Come parla oggi questo “spendersi per gli altri”?
“È vero, agli occhi del mondo e della mentalità dominante, chi vive come lui è considerato un po’ “scemo”, un folle. La vocina che sentiamo nel cuore di tutti è sempre la stessa: ‘Pensa a te, dimenticati degli altri, perché tanto non ti diranno neanche grazie’. Francesco, paradossalmente, con queste sue poche ossa ci dice che questa è una bugia. Ci ricorda che Gesù nel Vangelo ci invita a donarci, a consegnarci, per poter risorgere. Francesco ne è la prova: sono 800 anni che “risorge” ed è un incoraggiamento per tutti noi a non cedere all’idea che sia impossibile amare o fare del bene in questo mondo. Basta una persona che accoglie il Vangelo e il mondo cambia”.
L’ostensione avviene nel tempo di Quaresima. Una scelta simbolica forte?
“Non credo sia casuale. La Quaresima ci aiuta a riflettere su un uomo che ha sconfitto la morte. Davanti alle spoglie mortali, noi pensiamo al trionfo della vita. Il “claim” di questa ostensione è proprio questo: San Francesco vive. Ma non vive di una vita sua, vive della vita di Cristo, che è la stessa che abbiamo ricevuto noi nel Battesimo. Francesco ci ha creduto e oggi dice a ognuno di noi: ‘Ma credici anche tu’. La Quaresima serve a questo: a ricordarci che siamo amati così tanto da poter amare a nostra volta, senza paura”.

Migliaia di persone percorreranno l’itinerario verso la tomba. Cosa si augura che rimanga nel cuore del pellegrino o del turista che si avvicina alle spoglie?
“Spero tanto che le persone si diano la libertà di lasciare parlare Francesco a loro personalmente. Francesco è così vivo da poter toccare le corde profonde della vita di chiunque: può arrivare con una benedizione, un rimprovero o un’esortazione. La nostra esperienza abituale qui in Basilica è vedere persone che si sentono accolte e attese; sono certo che davanti ai suoi resti immortali questa sensazione sarà ancora più forte”.
Per concludere, fra Giulio: cosa suscita nel suo cuore di religioso, oggi, la figura di Francesco?
“Per me Francesco, in questo tempo difficile, è una “buona notizia”. Siamo circondati da cattive notizie che ci fanno pensare che il mondo sia solo da buttare via. Lui invece ci dice che la possibilità di una vita fraterna e di un’amicizia bella è qui, a portata di mano. È possibile, a patto di crederci: credere gli uni negli altri e, soprattutto, credere che siamo amati da Dio”.

