La vocazione missionaria del pontificato di Leone XIV: essere come un “granello d’incenso”, una presenza umile che diffonde il suo profumo. La giornalista francese Marie Lucile Kubacki è la responsabile della sezione religiosa del settimanale cattolico francese La Vie, vaticanista e corrispondente da Roma, collaboratrice del mensile dell’Osservatore Romano, Donne Chiesa Mondo. Segue l’attualità religiosa dal 2011. Nel 2017 ha co-scritto con suor Nathalie Becquart, sottosegretaria del Sinodo, il libro “Perché religiose? Questa vita vale la pena” (Salvator), e nel 2024 “Gesù in Mongolia” (Seuil). Per l’agenzia missionaria vaticana Fides Marie Lucile Kubacki riannoda i fili missionari del Magistero di Robert Francis Prevost che hasta svolgendo le proprie catechesi sul Concilio Vaticano II. “Leone XIV nutre il suo sguardo sulla missione alla fonte degli Atti degli Apostoli, come a un libro delle origini. Quello di una Chiesa resa viva dallo Spirito, configurata dal ministero di Pietro, segnata dal martirio di Stefano e sempre nascente – spiega Marie Lucile Kubacki-. Da qui scaturisce il suo approccio missionario, plasmato dalla Pentecoste, dalla prossimità ai feriti, dalla via disarmata dei martiri e dalla convinzione che ancora oggi ‘il cristianesimo non fa che cominciare'”. L’espressione è stata coniata dal sacerdote ortodosso russo Alexandr Men’ che Il 9 settembre 1990 a una cinquantina di chilometri da Mosca venne ucciso mentre stava recandosi in parrocchia per la celebrazione domenicale.

Chiesa missionaria
Per Leone XIV la Chiesa “sempre nascente” degli Atti degli Apostoli è il riferimento principale per vivere la missione nel mondo contemporaneo. Il Papa ne ha offerto una sintesi particolarmente sviluppata durante il suo viaggio in Africa, nella basilica di Sant’Agostino ad Annaba. Qui il Papa ha invitato il piccolo numero di cristiani d’Algeria a essere come un “granello d’incenso”. Ossia una presenza umile che diffonde il suo profumo perché arde della fede in Cristo. Continuando a testimoniare accoglienza e apertura nel tempo e nelle prove. Essere “sempre nascente” significa dunque accettare di essere destabilizzati. Così come la Chiesa degli Atti lo fu nel contesto in cui viveva e nel dibattito sull’accoglienza dei pagani culminato nel Concilio di Gerusalemme, senza lasciarsi paralizzare dal fatto di essere un piccolo numero. Fedeltà all’origine, non per nostalgia, ma perché le origini possono costituire per ogni generazione una sorgente di acqua viva, mentre ogni generazione è una generazione di primi cristiani, chiamata a fare l’esperienza incandescente della conversione, cioè di una vita nuova.

Stop ai narcisismi
Leone XIV rilegge il secondo capitolo degli Atti come la scena fondativa in cui lo Spirito “apre” le porte del Cenacolo, mentre gli apostoli vi sono rinchiusi per paura. Questa dinamica della “apertura delle porte” struttura la sua visione missionaria. Lo Spirito “apre le frontiere anzitutto dentro di noi”. Liberando tutti e ciascuno da “rigidità, chiusure, egoismi, paure che ci bloccano e narcisismi”. Quindi “apre anche le frontiere nelle nostre relazioni, aiutandoci a superare la paura dell’alterità. Smascherando i pericoli più nascosti che inquinano le relazioni, come i fraintendimenti, i pregiudizi, le strumentalizzazioni”. E facendo “maturare in noi i frutti che ci aiutano a vivere relazioni vere e buone”. Cioè “amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé”. Al di là dell’individuo lo Spirito “apre anche le frontiere tra i popoli”. Sostituendo al caos conflittuale di Babele la possibilità di una comprensione reciproca. Questo episodio, secondo Marie Lucile Kubacki, insegna che una Chiesa è veramente apostolica quando lascia allo Spirito il compito di sbloccare le sue chiusure. E di superare i suoi ripiegamenti per andare incontro all’altro. Spirito di pace, di missione e di verità. Il perdono affidato alla Chiesa è un’opera divina offerta perché “non esclude nessuno”. E l’annuncio, avverte Leone XIV, “si fonda sulla parola del Signore che santifica il peccatore, risana il lebbroso, fa di chi lo ha rinnegato un apostolo”.

Nel segno di Agostino
Robert Francis Prevost si richiama ad Agostino. E rilegge il dono delle lingue come segno di un’unità nella “unica fede”. No quindi a “faziosità, ipocrisie, mode che oscurano il Vangelo”. Per Leone XIV “la verità di Dio è una parola liberatrice che trasforma dall’interno ogni cultura”. Da qui deriva anche la critica alla “guerra giusta” nell’enciclica “Magnifica humanitas”. Il ricorso a tale categoria appare al Pontefice ormai superato e pericoloso. Nella misura in cui l’umanità vive oggi in un universo di reti e algoritmi capaci di alterare profondamente le condizioni della comprensione reciproca. La missione nata dalla Pentecoste prende corpo in modo particolare nella figura di Pietro. Il suo sguardo nelle periferie del mondo diviene programma missionario al servizio della relazione e della dignità, lontano dalle logiche di potere. Il cristiano “non ha nemici, ma fratelli e sorelle, che rimangono tali anche quando non ci si comprende”. Nasce così la via disarmata: la “pace disarmata e disarmante” secondo l’espressione ripresa dai martiri d’Algeria, Pierre Claverie e Christian de Chergé. In loro la forza della testimonianza non risiede nella dimostrazione spettacolare ma nella semplicità e nella gioia di una vita nascosta in Dio e donata fino alla al martirio. Una testimonianza d’amore, offerta nella semplicità che rivela la vera potenza del Vangelo.

