Leone XIV a Lampedusa: il Vangelo dell’accoglienza

Il senso della missione papale alla Porta d'Europa: i migranti come testimoni di speranza

Lampedusa
Foto di Unsplash

Lampedusa come luogo-simbolo del Vangelo dell’accoglienza. “Leone XIV sabato andrà a Lampedusa, l’isola della speranza o della fine di ogni speranza. Per questo motivo il Pontefice americano sbarcherà per poche ore in quell’avamposto del mondo che apre una finestra- osserva il direttore de La Stampa Antonio Di Rosa-.Nello stesso momento dagli Usa è arrivata la notizia della Corte Suprema: chi nasce sui nostri territori mantiene il diritto ad avere la cittadinanza. Trump bocciato”. Robert Francis Prevost pellegrino a Lampedusa testimonia come il contesto mondiale attuale sia tristemente segnato da guerre, violenze, ingiustizie e fenomeni meteorologici estremi. Milioni di persone sono così obbligate a lasciare la loro terra d’origine per cercare rifugio altrove. Il Pontefice mette in guardia dalla “generalizzata tendenza a curare esclusivamente gli interessi di comunità circoscritte”. Essa, infatti, costituisce una seria minaccia alla condivisione di responsabilità, alla cooperazione multilaterale, alla realizzazione del bene comune. E alla solidarietà globale a vantaggio di tutta la famiglia umana. Secondo Robert Francis Prevost a rendere sempre più impegnative le sfide del presente e del futuro è la prospettiva di una rinnovata corsa agli armamenti con lo sviluppo di nuove armi, incluse quelle nucleari. Si aggiungono, inoltre, la scarsa considerazione degli effetti nefasti della crisi climatica in corso e le profonde disuguaglianze economiche.

Lampedusa
Leone XIV in piazza Vittoria a Pavia. Foto Vatican Media

Missione Lampedusa

Il segnale della visita papale a Lampedusa fronteggia le teorie di devastazioni globali e scenari spaventosi. Affinché cresca nel cuore dei più il desiderio di sperare in un futuro di dignità e pace per tutti gli esseri umani. Un futuro che, secondo papa Leone, è “parte essenziale del progetto di Dio sull’umanità e sul resto del creato”. Si tratta del futuro messianico anticipato dai profeti: “Vecchi e vecchie siederanno ancora nelle piazze di Gerusalemme, ognuno con il bastone in mano per la loro longevità. Le piazze della città formicoleranno di fanciulli e di fanciulle, che giocheranno sulle sue piazze. Ecco il seme della pace. La vite produrrà il suo frutto, la terra darà i suoi prodotti, i cieli daranno la rugiada”. Il Catechismo della Chiesa Cattolica insegna che la virtù della speranza risponde all’aspirazione alla felicità, che Dio ha posto nel cuore di ogni uomo. Essa assume le attese che ispirano le attività degli uomini. Il Pontefice “figlio di migranti” indica nella ricerca della felicità e nella prospettiva di trovarla altrove una delle principali motivazioni della mobilità umana contemporanea.

Lampedusa
Foto di combonianos_brasil da Pixabay

Segno di speranza

Il collegamento tra migrazione e speranza viene ritracciato distintamente da Leone XIV nelle odierne esperienze migratorie. Molti migranti, rifugiati e sfollati sono ritenuti dal Papa “testimoni privilegiati della speranza vissuta nella quotidianità attraverso il loro affidarsi a Dio e la loro sopportazione delle avversità in vista di un futuro in cui intravedono l’avvicinarsi della felicità, dello sviluppo umano integrale”. Leone XIV rivede in loro l’esperienza itinerante del popolo di Israele: ”O Dio, quando uscivi davanti al tuo popolo, quando camminavi per il deserto, tremò la terra, i cieli stillarono davanti a Dio, quello del Sinai, davanti a Dio, il Dio d’Israele. Pioggia abbondante hai riversato, o Dio, la tua esausta eredità tu hai consolidato e in essa ha abitato il tuo popolo, in quella che, nella tua bontà, hai reso sicura per il povero, o Dio”. In un mondo oscurato da guerre e ingiustizie, “anche lì dove tutto sembra perduto”, i migranti e i rifugiati si ergono a “messaggeri di speranza”. Il loro coraggio e la loro tenacia è considerata dal Papa “testimonianza eroica di una fede che vede oltre quello che i nostri occhi possono vedere”. E che “dona loro la forza di sfidare la morte nelle diverse rotte migratorie contemporanee”. Chiara l’analogia con l’esperienza del popolo di Israele errante nel deserto, il quale affronta ogni pericolo fiducioso nella protezione del Signore: “Egli ti libererà dal laccio del cacciatore, dalla peste che distrugge. Ti coprirà con le sue penne, sotto le sue ali troverai rifugio; la sua fedeltà ti sarà scudo e corazza. Non temerai il terrore della notte né la freccia che vola di giorno, la peste che vaga nelle tenebre, lo sterminio che devasta a mezzogiorno”.

Lampedusa
Lampedusa. Foto di Umberto Apicella su Unsplash

Dimensione pellegrina

Sono i migranti e i rifugiati, secondo Leone XIV, a ricordare alla Chiesa la sua dimensione pellegrina. Perennemente protesa verso “il raggiungimento della patria definitiva”. Sostenuta da “una speranza che è virtù teologale”. Il Pontefice segnala la tentazione di “sedentarizzazione”. Ciò impedisce di  essere “civitas peregrina”, ossia “popolo di Dio pellegrinante verso la patria celeste”, come scrive Agostino nel “De civitate Dei” smette di essere “nel mondo” e diventa “del mondo”. Si tratta di una tentazione presente già nelle prime comunità cristiane. Tanto che l’apostolo Paolo deve ricordare alla Chiesa di Filippi che “la nostra cittadinanza infatti è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che egli ha di sottomettere a sé tutte le cose”. In modo particolare, migranti e rifugiati cattolici secondo Leone XIV possono diventare oggi “missionari di speranza nei Paesi che li accolgono”. Portando avanti “percorsi di fede nuovi lì dove il messaggio di Gesù Cristo non è ancora arrivato o avviando dialoghi interreligiosi fatti di quotidianità e di ricerca di valori comuni. Essi, infatti, con il loro entusiasmo spirituale e la loro vitalità possono contribuire a rivitalizzare comunità ecclesiali irrigidite ed appesantite, in cui avanza minacciosamente il deserto spirituale”.

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