Il 13 maggio 1978 l’Italia sceglieva di chiudere i manicomi, scommettendo sulla centralità della persona rispetto alla diagnosi. Oggi, quella scommessa si è tradotta in una rete capillare di centri di salute mentale e comunità terapeutiche, ma le sfide non sono finite. La dottoressa Viviana Muccini, psicologa della Asl Roma 3, analizza a Interris.it il passaggio epocale dai luoghi chiusi ai servizi territoriali, evidenziando le criticità di un sistema che deve fare i conti con risorse limitate e nuove emergenze: dal disagio giovanile al ritiro sociale, fino alla necessità di sostenere le famiglie. Se Franco Basaglia fosse qui oggi — sottolinea la dottoressa — ci ricorderebbe che la salute mentale non è solo una pratica sanitaria, ma una battaglia culturale e politica contro ogni forma di marginalità.
L’intervista
Era il 13 maggio del 1978 quando una legge ha rivoluzionato il sistema della salute mentale. Sono passati quasi 50 anni. Inclusione e dignità dei pazienti erano una visione. Oggi cosa sono?
“La Legge Basaglia ha segnato un cambiamento radicale: inclusione e dignità non sono più solo ideali, ma principi fondamentali della cura. Oggi questi valori fanno parte del lavoro quotidiano dei servizi territoriali, ma non possiamo considerarli un punto di arrivo definitivo. Lo stigma, l’isolamento sociale e le differenze tra territori esistono ancora. Per questo inclusione e dignità vanno difese ogni giorno, non solo nei servizi ma anche a livello culturale e sociale”.
In 50 anni si è passati dai manicomi di ieri ai servizi territoriali di oggi. La realtà è una certezza o una continua sfida?
“Se guardiamo a ritroso ai manicomi e osserviamo i servizi territoriali di oggi possiamo dire di essere di fronte ad una straordinaria trasformazione storica e civile. Verrebbe da dire epocale. Una trasformazione che si è materializzata in una vera e propria rete sociale e di sistema tra centri di salute mentale, comunità terapeutiche e interventi domiciliari. Cambiando il modo di concepire la cura si è passati quindi da luoghi chiusi e separati (i manicomi) a una rete di servizi territoriali che mette al centro la persona. Questa nuova strutturazione pecca però di omogeneità: i servizi variano da territorio a territorio con la necessità di fare i conti con risorse economiche che spesso non sono adeguate agli interventi. Mentre il disagio psicologico cresce, soprattutto tra i più giovani, con la complicità dannosa di cambiamenti sociali che sono sotto attacco di negativi stimoli. Una rete per la quale bisogna lavorare per renderla sempre più efficace, accessibile e uniforme per tutti”.
Quali sono oggi le domande più difficili a cui rispondere?
“Di domande ce ne sono e sempre ce ne saranno. Una delle domande più importanti riguarda il significato stesso del prendersi cura: come aiutare una persona senza ridurla alla sua diagnosi, ma riconoscendone la storia, le relazioni e le risorse. Poi ci sono le nuove fragilità sociali: la sofferenza giovanile, la solitudine, il ritiro sociale e il disagio legato ai cambiamenti rapidi della società. Sono situazioni che richiedono servizi sempre più capaci di lavorare non solo sul sintomo, ma anche sulle relazioni e sull’inclusione. Un’altra grande sfida riguarda le famiglie, che spesso vivono carichi emotivi molto pesanti e hanno bisogno di essere sostenute e coinvolte nei percorsi di cura”.
Oggi Franco Basaglia su cosa lavorerebbe nel sistema e per il sistema con la sua lungimiranza?
“Franco Basaglia probabilmente riconoscerebbe il valore del percorso fatto finora, ma ci ricorderebbe quanto ancora ci sia da fare a proposito di cura, diritti e società. Credo che oggi lavorerebbe soprattutto sul rafforzamento dei servizi territoriali, sull’inclusione sociale e sulla lotta alle nuove forme di marginalità: povertà, dipendenze, isolamento, disagio giovanile, migrazioni. Continuerebbe a ribadire un concetto che poi oggi ha le caratteristiche tutte basagliane: la salute mentale non è solo una questione sanitaria, ma culturale, sociale e politica”.

