Dal lavoro strutturato tra i banchi di scuola alla libertà del palcoscenico urbano: Piero Cavaglià, ex insegnante di arte e teatro nella scuola primaria, ha trasformato il suo pensionamento in un’occasione di continuo dialogo con l’umanità quotidiana. Tra le meravigliose vie di Roma, l’artista di strada si racconta a Interris.it in un’intervista dal forte valore pedagogico ed esistenziale. Tra canzoni dedicate al momento, incontri inaspettati con i “passanti che diventano fermanti” e confidenze nate sulla strada, Cavaglià riflette sullo stupore come motore di bellezza e sulla strada intesa come lo spazio più autentico in cui mettersi alla prova, ascoltare ed esercitare la pazienza dell’incontro.
L’intervista
Prima di ritrovarti qui, su questo splendido belvedere di Roma, qual era la tua vita e come ti presentavi al pubblico?
“In precedenza mi trovavo più frequentemente in un’aula scolastica, perché insegnavo arte e teatro nella scuola primaria. Facevo salire i bambini sul palco per dare voce alla loro straordinaria immaginazione e cercare di costruire, partendo dai loro spunti, una storia definita. A un certo punto ho dovuto terminare questa meravigliosa attività per ragioni anagrafiche, ma mi mancava moltissimo la presenza di un pubblico e di interlocutori che mi ponessero domande su quello che facevo e dicevo. Così ho preso la licenza di artista di strada ed eccomi qui”.
Un luogo dove incontrare tanti volti tra la gente di passaggio
“In strada intercetto le preoccupazioni e i sogni della gente, che all’aperto assumono una dimensione più libera: c’è chi cammina preoccupato senza rendersi conto della propria espressione e chi sogna senza poter condividere i propri pensieri. Trovare una presenza che risveglia le persone permette al preoccupato di smettere di esserlo e al sognatore di trovare qualcuno con cui condividere. È una realtà bellissima in cui io stesso mi riconosco”
Come nasce, dunque, la vocazione per la strada e come vivi l’incontro con chi attraversa casualmente questi spazi?
“Nasce come una sorta di continuità dislocata, priva di confini precisi. In fondo, anche gli alunni in classe sognavano o si preoccupavano di non capire mentre parlavo, ed è straordinario avere qualcuno con cui affrontare tutto questo. In strada lo constato continuamente: parlo molto con i passanti, che spesso si trasformano in “fermanti”. Mi chiedono di dedicare loro una canzone o vogliono sapere la mia storia, proprio come stai facendo tu. C’è un grande desiderio di parlare a tu per tu”.
Quasi uno spettacolo-concerto dal vivo?
“Più che uno spettacolo, questo è un incontro ravvicinato: una relazione immediata, diretta, libera, senza biglietto né aspettative particolari, che si gioca sul momento ed è liberatoria per tutti. Le richieste vanno dalla canzone per il compleanno di un amico al brano d’amore per ballare, fino ai ricordi di gioventù o ai successi del momento. Riesco a fare anche il rock; il rap no, serve una cultura generazionale specifica, anche se merita rispetto per le tematiche inedite che affronta”.
C’è un’emozione prevalente che percepisci negli sguardi delle persone o che cerchi di trasmettere?
“L’emozione più frequente è lo stupore. E perché lo stupore? Perché, per bravura o per casualità, riesco a intercettare un mondo interiore che il passante non pensava potesse essere risvegliato in quel momento. Lo stupore porta con sé allegria: chi passeggia preoccupato, ad un certo punto ascolta e si dice: ‘Meno male, qualcuno che fa una cosa allegra’. È un fatto semplicissimo, ma credo fondamentale”.
Dopo una giornata intensa, magari molto calda o con alterne fortune di pubblico, qual è il dono che porti a casa e che ti spinge a tornare in strada il giorno dopo?
“Mi porto a casa due cose principali. La prima è l’opportunità di perfezionare le mie canzoni: anche quando non passa nessuno continuo a suonare e mi rendo conto di essere in continuo miglioramento. Questo è un lusso tipico dell’artista di strada, che non ha contratti né esecuzioni rigide da rispettare e può sperimentare sul campo”.
E la seconda?
La seconda cosa sono le conversazioni. Ho un diario in cui annoto ogni giorno due o tre incontri o affermazioni che mi hanno sorpreso. Ad esempio, dopo aver suonato un pezzo d’amore, una ragazza mi ha chiesto: ‘Ma come si fa ad amare veramente?’. Vedendola di fretta le ho risposto che per amare e farsi amare ci vuole molta pazienza. Non so se fosse la risposta perfetta, ma le ha fatto capire che l’amore è possibile. A Napoli, invece, un uomo mi si è avvicinato sul lungomare dicendomi: ‘Bravo, perché chi canta prega due volte'”.
In definitiva, che cosa rappresenta per te la strada rispetto ai contesti tradizionali?
“Fatte le dovute differenze, è come stare ancora a scuola, ma si gioca a tutto campo. La strada è il luogo in cui veniamo giudicati davvero, non nei posti in cui esercitiamo un potere o un ruolo, come l’ufficio o la famiglia. Lì ci si incontra ad armi pari: non importa chi sei o quale ruolo ricopri, conta solo se sai fare un sorriso, se sai ascoltare e parlare nella circostanza occasionale in cui ti trovi. Ed è proprio questo che mi dona ogni volta gioia e stupore”.

