L’umanità intera, in queste ore, celebra l’ottantesimo anniversario dei bombardamenti atomici su Hiroshima e Nagasaki, avvenuti il 6 e il 9 agosto 1945. Due date che segnarono drammaticamente la fine della Seconda guerra mondiale, ma soprattutto l’inizio dell’era nucleare, con conseguenze devastanti per centinaia di migliaia di vite umane. A distanza di otto decenni, il ricordo di quelle tragedie resta un monito universale contro ogni forma di guerra e una solenne esortazione alla pace. Interris.it, in merito al significato di questo momento storico e del suo ricordo, ha intervistato il professor Agostino Giovagnoli, docente emerito di Storia Contemporanea presso l’Università Cattolica di Milano.

L’intervista
Professor Giovagnoli, a ottant’anni dai bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki, quale significato storico conservano oggi questi eventi?
“I bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki, avvenuti nell’agosto del 1945, furono una tragedia immensa. Vi furono centinaia di migliaia di morti, un numero che non è mai stato determinato con precisione, poiché le radiazioni hanno continuato a causare vittime anche molto tempo dopo. Vi si arrivò perché gradualmente Stati Uniti e Giappone persero il senso del limite, la guerra si radicalizzò sempre di più, la violenza contro il nemico crebbe di intensità, la vita umana perse qualsiasi valore e anche l’uso dell’“arma estrema” apparve lecito, anzi necessario. Fu una catastrofe non solo per il Giappone, ma per l’intera umanità, che per la prima volta sperimentò la sconvolgente potenza distruttiva della bomba atomica. Quegli eventi segnarono l’inizio di una nuova era, nella quale l’umanità prese coscienza della possibilità concreta della propria autodistruzione”.
In che modo le tragedie di Hiroshima e Nagasaki hanno influenzato il periodo storico successivo e, in particolare, la Guerra Fredda?
“”La Guerra Fredda fu un’epoca di forti tensioni e conflitti latenti tra le grandi potenze, che tuttavia non degenerarono mai in un confronto diretto proprio per timore delle conseguenze estreme. La consapevolezza che alcune nazioni, in primis Stati Uniti e Unione Sovietica, poi anche la Cina, possedevano l’arma atomica, costituì un potente deterrente. Ricorrere a quell’arma avrebbe significato non solo la distruzione dell’avversario, ma anche la propria. Nacque così un paradossale equilibrio, definito ‘equilibrio del terrore’, che rese di fatto impossibile l’utilizzo di queste armi. In questo senso, il terrore atomico contribuì a impedire che l’umanità precipitasse nell’abisso di una nuova guerra mondiale”.

Cosa possono insegnare le tragedie di Hiroshima e Nagasaki al mondo di oggi, lambito da una “Terza guerra mondiale a pezzi”?
“Il ricordo di quelle tragedie è fondamentale. Oggi, purtroppo, si è tornati a evocare la minaccia dell’uso dell’arma nucleare. Questa deriva rappresenta un campanello d’allarme sulla gravità della situazione attuale: si sta perdendo la consapevolezza che l’impiego di armi atomiche rappresenta un confine invalicabile. Le conseguenze sarebbero disastrose e inimmaginabili per tutti. Purtroppo, oggi sono molti i Paesi in possesso di armamenti nucleari. Il processo di disarmo avviato durante la Guerra Fredda si è interrotto, e anzi, si torna a parlare della possibilità concreta del loro utilizzo. È un fatto gravissimo e inaccettabile: anche solo alludere all’uso di queste armi, come hanno fatto la Russia contro l’Ucraina e i suoi alleati, dimostra che siamo entrati in una fase di grande pericolo per l’umanità. Anche oggi si sta perdendo il senso del limite, nelle guerre – specie se prolungate nel tempo – qualsiasi crimine diventa lecito, appare anzi necessario. La distruzione del nemico, compresi gli innocenti come i bambini, si trasforma in un “legittimo obiettivo militare”, come in Ucraina e a Gaza. Sono gli effetti dell’estensione di quella ‘Terza guerra mondiale a pezzi’ di cui parlava Papa Francesco”.

