Vecchi e nuovi dossier: lo sguardo europeo dell’Italia sul Mediterraneo

Luigi Di Maio è confermato alla guida della Farnesina. Quanto influirà la linea di continuità impressa da Draghi sulle strategie italiane in politica estera?

ULTIMO AGGIORNAMENTO 5:37
Politica estera Mediterraneo

Resta al timone Luigi Di Maio, confermato alla guida del Ministero degli Esteri nella delicatissima fase di transizione fra il Conte II e l’esecutivo a guida Mario Draghi. Una permanenza alla Farnesina che certifica la linea della continuità che, perlopiù, il neo-premier ha cercato di mantenere nei dicasteri cruciali. E che, al contempo, mantiene la rotta sui dossier ancora aperti per la politica estera del nostro Paese.

Un tema che l’Istituto Affari internazionali (Iai) ha condensato nel rapporto “Il governo Conte bis, la pandemia e la crisi del multilateralismo”, curato allo scopo di bilanciare le azioni in politica estera dei due governi Conte e inquadrare i prossimi passi della Farnesina, in relazione ai macrotemi delle relazioni europee, transatlantiche e mediterranee. Strategie geopolitiche e piani d’azione, fra partnership commerciali e operazioni di stabilità, tenendo conto dei cambiamenti apportati dalla pandemia e dal rinnovo dei vertici politici di alcuni partner extraeuropei.

Senza dimenticare che, fra il dossier immigrazione e quello della stabilità, una partita cruciale si gioca sulle coste mediterranee. Su quanto fatto e quanto farà l’Italia per gli equilibri oltremare, fra Libia e Sahel, Interris.it ne ha parlato con Andrea Dessì, direttore del Programma di ricerca “Politica estera dell’Italia”, responsabile di ricerca nell’ambito del programma Mediterraneo e Medio Oriente e coautore del Rapporto.

 

Dottor Dessì, la sensazione che sulle acque del Mediterraneo si giochi una partita cruciale è da tempo una certezza. La questione libica ha visto forse una perdita di protagonismo dell’Italia ma la mutevolezza dell’assetto nordafricano sembra richiedere ancora la presenza del nostro Paese in una strategia di mediazione…
“Quella della Libia è una crisi che tocca da vicino, direttamente e indirettamente, gli interessi italiani. E questo non soltanto per i due governi Conte. Se vogliamo restare agli ultimi esecutivi, mentre il governo con maggioranza Lega avuto un interesse primario sull’aspetto delle migrazioni, declinate a livello interno attraverso una continuazione delle politiche messe in atto da precedenti governi, questo sostegno è rimasto una costante anche nel Conte II. Le migrazioni rimangono un tema centrale della politica estera italiana, non tanto per questioni di sicurezza o insicurezza ma per l’impatto come tema sulla stabilità domestica. C’è una necessità a livello di politica estera di arginare questo fenomeno. La differenza centrale, però, è stata ampliare il raggio di attenzione e integrare gli interessi italiani anche nel Mediterraneo orientale. C’è stato un ampliamento del focus anche grazie a un ritorno all’Europa. Integrare quindi il focus sulla Libia all’interno di una compagine di politiche europee”.

Uno dei punti chiave sul dossier relativo agli equilibri mediorientali è stata proprio la discussione sul ruolo dell’Europa. In questo senso, l’avanzare di altri attori al di fuori del consesso continentale ha favorito la regressione italiana?
“E’ vero che influenza e visibilità sono diminuite negli ultimi anni. Questo processo è nato anche durante il Conte I e anche prima. L’Italia è sempre stata schierati a sostegno di Tripoli e del Governo di accordo nazionale. Questo sostegno si è materializzato anche con l’invio di una missione militare a Misurata. Il problema è che all’interno dell’Europa, c’è una divisione molto profonda fra Italia e Francia sull’approccio da avere con la Libia. Questo ha portato l’Italia a diminuire man mano questo sostegno quasi esclusivo verso Tripoli. Un certo spostamento, o una serie di tentativi di dialogo con le forze di Khalifa Haftar, appoggiate da Egitto, Russia ed Emirati arabi. Un nuovo ‘trend’ individuabile già nella conferenza di Palermo, quando l’Italia ha cercato di mantenere la sua leadership sul dossier libico. Visto il successo dell’intervento turco, che ha salvato il Gna di Tripoli, l’Italia ha perso sicuramente un po’ di influenza, cercando in seguito di recuperarla. La stessa Tripoli ha accettato l’intervento turco quando è apparso chiaro che né l’Italia né il resto d’Europa avrebbero potuto agire come ha agito Ankara”.

Quale strategia per bilanciare il gap?
“Cercare di fare una politica neutrale o di equidistanza fra le due parti. Questo però non è stato portato a termine in maniera reale. C’è un governo riconosciuto dalle Nazioni Unite, quello di Tirpoli, con cui l’Italia mantiene un contatto privilegiato. C’è stato poi anche il problema dei pescatori di Mazara…”.

Quanto ha influito, realmente, il caso dei pescatori di Mazara del Vallo? A proposito di relazioni, la mobilitazione in quel caso è stata più che diplomatica, vista la presenza a Bengasi sia da parte del premier che del ministro degli Esteri…
“C’è stato anche il problema dei pescatori, arrestati sotto ordine o influenza del generale Haftar. Ha costretto l’Italia a continuare ad avere un dialogo con l’est e con Haftar, nonostante sulla carta sia escluso dagli accordi. La visita fatta a Bengasi in occasione della liberazione è stata una decisione che ha fatto alzare qualche ciglio da diverse parti dell’Europa ma anche in Italia. Una presenza così di alto livello è stata interpretata come un ulteriore movimento di riconoscimento verso Haftar, mentre riprendevano i dialoghi sotto le leggi dell’Onu. Il tentativo di bilanciamento dell’Italia ha diluito l’influenza o la credibilità italiana nei confronti di Tripoli e Serraj. E’ chiaro però che il Gna rimane molto dipendente anche dall’Italia. Non credo vedremo una perdita completa di influenza. Non ci si può aspettare che l’Italia mantenga le redini, ci aveva provato ma adesso queste sono passate alla Germania. Il processo di dialogo sotto l’egida delle Nazioni Unite è partito a gennaio 2020 con la Conferenza di Berlino. La Germania è un Paese non mediterraneo, non ha gli stessi livelli di interesse, è più neutro. L’Italia, intelligentemente, ha accettato senza rendere tutto troppo pubblico. L’Italia si è allineata con la politica di distensione”.

Scavando quindi un solco con la Francia quello che, finora, era l’altro principale interlocutore sulla Libia e sul Mediterraneo? 
“Nella dimensione mediterranea, per via di una differenza di opinioni con Parigi, l’Italia ha scelto di allineare la propria politica a quella tedesca, tesa a favorire il dialogo e contro interventi militari, convinta che possa favorire meglio gli interessi nazionali. Si tratta di interessi principalmente di natura economica e specialmente energetica, nel medio e lungo periodo. E per metterli al sicuro, l’Italia ha deciso di non avere una posizione di primo piano. Cercando piuttosto di perseguire una politica di basso profilo ma basata sul dialogo con tutti”.

Questa situazione, alla lunga, può avere ripercussioni anche su altri dossier del Mediterraneo? Penso ad esempio all’Egitto, dove sono aperti due casi particolarmente delicati…
“Sicuramente Tripoli non ha digerito appieno la visita a Bengasi premier e ministro degli Esteri. Anche se il Governo non è poi così influente e sono in corso dialoghi per l’inclusione delle forze dell’Est di Aguila Saleh. Ma non credo questo possa spazzare via completamente l’influenza italiana. In Tripolitania preferiscono avere sia Roma che Ankara al tavolo. Per quanto riguarda l’Egitto, credo che la questione dei pescatori di Mazara abbia creato un nesso fra gli interessi italiani col Cairo anche nella crisi per l’omicidio di Giulio Regeni e l’arresto di Patrick Zaki. In molti credono che ci siano state pressioni importanti sull’Egitto che, a sua volta, avrebbe fatto pressioni su Haftar per la liberazione degli ostaggi. In quel momento, sono stati presentati anche i capi d’accusa contro i servizi segreti egiziani. In questo contesto si va a includere anche la vendita degli armamenti all’Egitto. Tasselli che entrano in una politica che tenta di non rompere con nessuno, specie col Cairo, visto dall’Italia come snodo principale per gli interessi del sistema Paese”.

La questione Sahel: in che modo l’Italia proseguirà con le sue missioni internazionali in un’area geografica soggetta a turbolenze autoctone e dove i nostri distaccamenti lavorano gomito a gomito con la Francia?
“Su questo punto, sembra facile parlare di incompatibilità fra interessi italiani e francesi. I quali sono invece facilmente riconducibili, non c’è nessuna ragione per essere in competizione. Eni e Total collaborano nell’esplorazione di gas naturale in queste zone, nel Sahel c’è collaborazione a livello militare. E’ una questione quasi di percezioni, molto riconducibile alla persona di Macron e ai suoi advisor. La risposta alle presunte tensioni credo non sia tanto negli interessi nostri o francesi ma più a livello domestico. Tutto quello che sta facendo la Francia sulla riforma dell’Islam, declinato in uno scontro visibile con Erdogan, sono elementi riconducibili alle pressioni interne ma, a livello più ampio, di un dibattito interno all’Europa su chi dovrebbe avere una leadership per guidare le politiche europee nel Mediterraneo. Dev’essere la Germania o la Francia? L’Italia non vorrebbe vedere una politica europea a trazione esclusivamente francese e credo che lì sia il reale dibattito. Attenzione però: dibattito, non uno scontro”.

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