Decenni orsono si discuteva se Internet era uno strumento utilitaristico, da usare per vari scopi, o era un ambiente, inteso come l’aria che respiriamo, l’acqua che beviamo, il cibo che ci alimenta, un ambiente dove possiamo vivere restando ciò che siamo: umani e non un algoritmo. Internet fa parte della nostra vita ordinaria, e ci chiama a uno stile di presenza anziché di uso, pur nel rischio della “dipendenza”, dei naufragi digitali e nelle “periferie digitali” con gravi conseguenze alla salute psico-fisica dell’individuo. E’ innegabile che Internet ha offerto il superamento dell’isolamento e opportunità lavorative e durante la pandemia Covid ha “favorito”, anche se temporaneamente, la coesione sociale, come pure amplificato distanze e problemi della fragilità umana.
La rivoluzione digitale
In questa rivoluzione digitale, sempre in evoluzione, e la invasiva e affascinante, positiva e/o negativa Intelligenza artificiale – che bisogna sempre “disarmare” (Leone XIV) per evitare l’annientamento della stessa umanità – la Chiesa “madre e maestra in umanità” non si è tirata mai indietro. Fin dal suo sorgere è stato detto che Internet oltre a essere un dono di Dio all’uomo (Giovanni Paolo II e Francesco) è, come più volte ha ribadito Benedetto XVI un “ambiente da vivere”, da abitare appunto con identità, responsabilità e coerenza non tradendo il Vangelo e rispettando la dignità di ogni essere umano, soprattutto fragile e vulnerabile.
La povertà del digital divide
Non tutti abbiamo questo accesso e opportunità alla rete, la “nuova povertà digitale” incide inesorabilmente con quella del pane e dell’acqua nelle periferie esistenziali; e non dimentichiamo le povertà di relazioni, la solitudine, l’abbandono, le ferite della violenza e dell’abuso. Un elenco infinito. Una Società e la Chiesa, come anche le altre Confessioni religiose si “misurano” per come il fratello è amato, accolto, rispettato nella sua dignità inviolabile. Circa 2,6 miliardi di persone non hanno accesso a Internet, un divario digitale non da poco che “impoverisce chi è già povero”.
L’ambiente digitale come una cultura
Il Magistero ordinario dei Papi (da Giovanni Paolo II a Leone XIV) ha riconosciuto l’ambiente digitale come una cultura, con dinamiche, linguaggi e modalità di interazione propri. In tale prospettiva, il Sinodo afferma che «la cultura digitale costituisce una dimensione cruciale della testimonianza della Chiesa nella cultura contemporanea, nonché un campo missionario emergente» (Documento Finale del Sinodo, n. 149).
Evangelizzare il web e non solo
Tutti i battezzati, nessuno escluso, sono chiamati ad “evangelizzare nel web” e farsi prossimo nelle “periferie digitali” dove l’umano è ferito, abbandonato, solo e spesso “disperato”, immerso nei nuovi “peccati digitali” che generano afflizione, solitudine e varie forme di omicidi. L’esperienza durante il Giubileo dell’apertura della “Porta Santa nel web”, una intuizione unica e originale, apprezzata e diffusa come una “idea geniale” raccoglie questo forte desiderio e auspicio di abitare la rete come “uomini e donne di Speranza”, che è Gesù Cristo. Tutti i battezzati, e possiamo dire anche gli uomini e donne di buona volontà, devono portare segni di vita e non di morte o di malvagità: operare il bene nel Bene anche nel web. Siamo ogni azione che responsabilmente realizziamo, sia online che offline. Non possiamo dissociarci da ciò che uno è: identità salde, vere, autentiche e responsabili.
Questo vale anche per i preti: cosa significa esserlo sui social?
Significa non dimenticare mai che si è preti per la Chiesa, per la Comunità a cui siamo chiamati a servire con dedizione, autenticità, responsabilità, paternità e fraternità e durante il Rito di ordinazione, anche diaconale, la preghiera ribadisce con delicata fermezza: «Credi sempre a ciò che proclami, insegna ciò che hai appreso nella fede, vivi ciò che insegni». Non solo nella vita ordinaria, ma sempre, anche in Rete. Sui social possiamo certamente parlare di ogni cosa, ma non possiamo rendere in questa comunicazione un “palcoscenico” per mostrare noi stessi, cadendo inesorabilmente nel culto dell’immagine o nell’ostensione di prassi pastorali che non diranno mai la bellezza e la complessità dell’incontro, del contenuto di un annuncio che non è un evento, ma una duratura e costante relazione per conoscere il Vangelo che è Via, Verità e Vita.
La Rete è “viva” perché abitate da persone
Le piattaforme digitali (app e servizi social) non sono strumenti neutri o semplici canali dove possiamo postare foto o video (bisogna capire in che maniera e come ci esponiamo, a volte non proprio rispettosa di sé e degli altri). Ogni nostra azione diventa “rilevante” perché abitare la Rete non è un gioco e la Rete non dimentica, mai. La visibilità non premia necessariamente il valore degli autentici contenuti della vita. Del resto un algoritmo non potrà mai determinare e descrivere la dinamica interiore di una decisione umana come una vocazione al battesimo, al dono dello Spirito Santo o al dono del Sacerdozio o del matrimonio, come anche della Morte o meglio ancora della Vita nascente. Non entriamo nei meccanismi della fragilità e del peccato che si manifestano con consapevolezza e debolezza, che possono accadere anche nel mondo ecclesiale. Non dobbiamo avere timore nel riconoscere fragilità e peccati che possono sfociare nella depressione e nell’inquietudine esistenziale che non permettono di vivere con libertà e responsabilità ogni personale vocazione. Queste derive digitali “percuotono” profondamente sia la vocazione sacerdotale che possono fare soffrire l’intera comunità. La Rete non dimentica.
Le nostre azioni determinano ciò che veramente siamo
Ogni cristiano è chiamato a “comportarsi come Cristo si comporterebbe”, facendo il bene e operando nell’amore. Ogni sacerdote – come anche un laico fedele in Cristo – non può essere di giorno diverso da quando è notte e quindi “abitare la Rete” in maniera camuffata o pseudo-nascosta. La Rete non dimentica, come anche la vita. Parlarne e camminare insieme, credo sia l’antidoto spirituale per evitare i “naufragi” causati dal fatto che non sappiamo utilizzare la “bussola” che indica dove andare e come stare con e in Gesù Cristo, nella Chiesa e nella società. Stare nel mondo e dentro gli algoritmi e i byte digitali con discernimento (da imparare) e con una presenza viva, autentica e senza corruzione. Una Rete, anche essa, ha bisogno di uomini e donne autentici, responsabili e identificabili. Questo vale anche per noi preti.

