Infermieri, una riflessione su una professione che sta cambiando

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Sono tra i protagonisti di questo che ormai è diventato più di un anno di pandemia, lo sono stati intensamente e fin da subito: sono gli infermieri.

Da sempre in prima linea senza riserve nella lotta contro il Covid, questi operatori sanitari sono stati visti da subito come eroi, capaci di sacrificare persino le proprie vite, per tenere l’argine della prima linea contro il nemico spietato e invisibile.

Oggi, in occasione della Giornata internazionale degli infermieri, vediamo come è cambiata in un anno la percezione del lavoro degli infermieri da parte delle persone.

Ne parliamo con Barbara Mangiacavalli, presidente della FNOPI (Federazione Nazionale Ordini delle Professioni Infermieristiche).

Cosa è cambiato in questo anno?

“Quando è iniziata l’emergenza sanitaria nessuno si aspettava in Italia quello che avremmo vissuto in maniera così importante. Non eravamo neanche preparati sulla tipologia di emergenza sanitaria. La mia generazione ha studiato le epidemie di questa entità solo sui testi universitari e non ne aveva mai viste nella realtà…”.

Infermieri in prima linea nella lotta contro il Covid

Come è stata vissuta all’inizio la situazione pandemica dagli infermieri?

“Con molta abnegazione, senza tirarsi indietro anche davanti a qualcosa di sconosciuto. Tutti hanno messo a disposizione le risorse professionali di cui erano dotati senza nessuna riserva. Abbiamo infatti pagato un conto salato in termini di colleghi contagiati e deceduti e anche per questo è nato il fondo di solidarietà “Noi con gli infermieri”, che offre sostegno alle famiglie dei colleghi deceduti o ridotti in stato vegetativo. Oppure abbiamo sostenuto molti che si sono dovuti allontanare dalla famiglia per l’isolamento e abbiamo cercato di dare sostegno alle situazioni particolari. Abbiamo anche colleghi liberi professionisti che hanno esigenze particolari (chi ad esempio per la malattia ha dovuto rinunciare a lavorare e si è trovato senza risorse).

I molti contagi nella prima ondata sono stati dovuti all’inadeguatezza delle protezioni individuali, come le mascherine inadeguate, tanto che la Guardia di finanza sta facendo valutazioni sull’inadeguatezza di alcuni tipi di protezione, e questo su tutto il territorio nazionale.

Hanno influito anche le poche conoscenze su questo tipo di epidemia oltre che le protezioni inadeguate qualitativamente e quantitativamente.

Al termine della prima ondata l’attività sanitaria ha dovuto dare un nuovo impulso per recuperare quanto si era perso durante l’emergenza sulle altre patologie. Ecco che il personale sanitario si è accollato turni straordinari, doppi turni e altri sacrifici…

Quando diciamo che il personale sanitario non si ferma da 15 mesi, è un dato oggettivo con tutto quello che ne consegue in termini di stress psicofisico e psicologico. Anche di quest’ultimo hanno sofferto gli infermieri.

Durante un momento di stress a nessuno viene in mente di chiedere un supporto per problemi di questo tipo, ma ora abbiamo siglato una convenzione con o l’ordine degli psicologi proprio perché i sintomi dello stress cronico sono diventati più frequenti e molti colleghi si rivolgono a queste figure”.

Quali sono le aspettative per il futuro della vostra categoria professionale?

“Il 2020 era stato definito dall’OMS come anno degli infermieri e nonostante quello che è successo non abbiamo ancora perso la speranza di recuperare.

Avevamo previsto a Firenze dei convegni per onorare questo anno nella città natale di Florence Nightingale, fondatrice della moderna professione infermieristica.

Ogni anno il 12 maggio, sua data di nascita, viene celebrata la nostra Giornata internazionale. Tutto fu annullato nel 2020.

Quest’anno lo spirito un po’ diverso, la campagna vaccinale in corso ci fa guardare al futuro con un po’ più di ottimismo. A distanza di un anno dal lockdown completo iniziamo a vedere dei segnali di ritorno a una vita normale.

In questa giornata, sebbene con  tutte le precauzioni del caso, partirà un congresso “itinerante” che per rispettare le norme anti Covid non prevede assembramenti o altro, ma che i componenti del Comitato centrale della Federazione viaggino, sempre nella massima sicurezza, per l’Italia fino a dicembre per riscoprire e mostrare quanto svolto dagli infermieri”.

All’inizio della pandemia gli infermieri e tutto il personale sanitario sono stati definiti come eroi: come è cambiata la visione degli infermieri, oggi?

“Questa identificazione con ci appartiene, perché non abbiamo fatto nulla di diverso o di più rispetto a quello per cui ci siamo preparati all’Università.

Finita la prima ondata della pandemia, probabilmente nel nostro Paese ci si è un po’ illusi che si potesse tornare alla normalità. I cittadini avevano questa aspettativa, ma poi siamo tornati ad avere le code in pronto soccorso, le code agli appuntamenti per le visite, ed oggettivamente è diventato più difficile organizzare l’attività sanitaria. E questo ha tirato fuori nuovamente le modalità di molti cittadini che fanno fatica a comprendere le difficoltà del nostro lavoro…

Nel frattempo è stata promulgata la legge a tutela delle aggressioni sia fisiche che verbali contro le figure sanitarie e c’è uno strumento in più per stigmatizzare e tutelare gli operatori sanitari durante lo svolgimento delle loro mansioni”.

Dal punto di vista contrattuale, cosa è cambiato per le professioni sanitarie con la pandemia?

“Il blocco del turn-over e il controllo sulla spesa di personale che in qualche modo ha contingentato la spesa pubblica, ha costretto in passato le aziende sanitarie a non assumere, ma a reclutare personale con altre tipologie contrattuali che andavano a incidere su un altro capitolo di spesa.

L’emergenza Covid ha sbloccato almeno temporaneamente questi blocchi alle assunzioni.

Ma ha messo in luce anche il la carenza strutturale di infermieri, nonché il fabbisogno formativo. A questo proposito stiamo lavorando con il ministero per colmare il fabbisogno qualitativo (quanti infermieri e quanti specializzati).

Poi c’è un tema che non attiene a noi come ordine, ma al sindacato , anche se la Federazione nel caso potrà dare il suo supporto, che è quello del riconoscimento e della valorizzazione economica, in quanto ci si è accorti che in Italia gli infermieri sono tra i meno pagati d’Europa.

Per quanto riguarda il precariato, va detto che adesso si è un po’ ridotto per via della carenza di figure cui dicevamo sopra, ma oggettivamente in questi anni si è fatto molto affidamento a ribassi sulle gare d’appalto. Adesso bisogna lavorare per rendere appetibile la professione perché è evidente che non c’è un adeguato riconoscimento economico rispetto alle grandi responsabilità che ha un infermiere”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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