IMI, la Resistenza senza armi: una memoria di pace e coraggio da donare ai giovani

In occasione della Giornata nazionale degli Internati Militari Italiani, Interris.it ha intervistato il professor Carlo Felice Casula sul valore e l’esempio che, gli IMI, possono donare ai giovani

Foto Vatican News

Il periodo successivo all’8 settembre 1943 rappresentò per migliaia di militari italiani il momento di una scelta drammatica. Con l’armistizio e il rovesciamento delle alleanze, i soldati italiani passarono da alleati a nemici dei tedeschi. Per molti di loro si aprirono strade diverse: la fuga verso casa, la Resistenza, la minoritaria adesione alla Repubblica Sociale Italiana oppure l’internamento in Germania. Circa 650 mila militari scelsero di non aderire alla Rsi e furono internati dai tedeschi. Una vicenda a lungo poco conosciuta e che oggi viene riletta sempre più come una forma di “Resistenza senza armi”. In occasione della Giornata nazionale degli Internati Militari Italiani, Interris.it ha intervistato il professor Carlo Felice Casula, professore emerito di Storia Contemporanea e Rettore dell’Università per stranieri “Dante Alighieri” di Reggio Calabria per approfondire il significato di quella scelta e il valore della memoria degli IMI per le nuove generazioni.

L’intervista

Professore, oggi celebriamo la Giornata nazionale degli Internati Militari Italiani, perché è importante oggi conservare e trasmettere la memoria di questa pagina di storia?

“In primo luogo, perché è una storia fino a poco tempo fa poco conosciuta. La legge è del gennaio 2025 e si sceglie il 20 settembre perché il 20 settembre 1943, su disposizione di Hitler, si modificò lo status dei prigionieri italiani: da prigionieri di guerra, tutelati dalla Convenzione di Ginevra, diventano internati militari. La sigla IMI indica appunto i militari internati”.

Perché è importante questa ricorrenza?

“Perché ci rinvia, per usare il titolo di un libro di Mario Avagliano e Marco Palmieri, pubblicato dal Mulino, a una ‘resistenza senza armi’. È questo uno degli aspetti più importanti della vicenda degli internati militari, oggi sempre più riconosciuta come una forma di resistenza senza armi. Dopo l’8 settembre 1943, con l’armistizio e il rovesciamento delle alleanze, i soldati italiani da alleati diventano nemici per i tedeschi”.

Si pose il dilemma della scelta.

“Per centinaia di migliaia di persone si pone immediatamente il problema della scelta: resistere con le armi ai tedeschi, tornare a casa, aderire alla Repubblica Sociale Italiana oppure essere deportati e trasferiti in Germania”.

Le scelte degli IMI furono diverse.

“Sì. La scelta più massiccia fu quella dell’internamento: circa 650 mila militari italiani furono deportati e internati. I soldati semplici vennero soprattutto destinati al lavoro nell’industria bellica tedesca e nei campi, mentre gli ufficiali furono generalmente collocati nei campi di prigionia. La scelta degli IMI fu individuale, ma anche comunitaria, e avvenne spesso lontano da casa, soprattutto nei Balcani. Molti militari avevano assistito alle brutalità e alle stragi compiute dai tedeschi e, in alcuni casi, anche dalle truppe italiane”.

La rilettura e l’approfondimento storiografico hanno ampliato il concetto di Resistenza.

“Esattamente. Una figura importante nella riscoperta di questa vicenda fu Vittorio Emanuele Giuntella, storico e ufficiale internato, che, con il volume intitolato ‘Il nazismo e i Lager’ contribuì a portare all’attenzione pubblica e storiografica la realtà degli IMI. Accanto agli internati ci furono militari che entrarono nella Resistenza italiana o nelle resistenze jugoslava e greca, offrendo un contributo importante grazie alle loro conoscenze militari. La rilettura storiografica degli ultimi anni ha così ampliato il concetto di Resistenza, includendo anche quella senza armi”.

Quella degli IMI fu una “Resistenza senza armi”.

“Sì. Come aveva chiarito Arrigo Boldrini, per ogni partigiano armato vi erano almeno cinque persone che permettevano alla lotta di continuare. Anche la vicenda degli IMI rappresenta dunque una forma massiccia di resistenza senza armi.”

Alla luce della contemporaneità che stiamo vivendo, la scelta degli IMI di non aderire alla Repubblica Sociale Italiana, che cosa insegna alle giovani generazioni?

“Insegna, usando una parola d’ordine di Don Lorenzo Milani rivolta a coloro che rifiutavano il servizio militare e agli obiettori di coscienza, che l’obbedienza non è sempre una virtù. Quando l’obbedienza non è una virtù, può diventare un atto da rifiutare e il non obbedire può invece essere la virtù”.

La scelta degli IMI ha avuto una valenza doppia.

“Esatto. La scelta dei militari aveva una valenza doppia, anche per i rischi che comportava. Nel caso degli internati militari significava non sapere dove si sarebbe stati condotti e quale sorte sarebbe toccata loro; per coloro che aderivano alla Resistenza italiana o alle resistenze dei Paesi occupati, significava invece compiere una scelta con grandi e immediati rischi.”

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