Il Teatro Valle riparte: Lea Giamattei racconta la rinascita dello storico palcoscenico

Dal debutto storico con Pirandello alle sfide della nuova drammaturgia contemporanea: la direttrice junior del Teatro di Roma Lea Giamattei racconta la rinascita del Valle, la scommessa sui linguaggi del corpo e il ruolo dell'intelligenza artificiale sul palcoscenico

A destra, Lea Giamattei. Foto Interri. A sinistra, foto Teatro di Roma per gentile concessione

Il mondo dello spettacolo romano festeggia il countdown per il ritorno del Teatro Valle, fissato per il prossimo 16 ottobre che darà avvio alla stagione 2026/2027. A Interis.it Lea Giamattei, direttrice artistica junior del Teatro di Roma, racconta l’emozione e l’enorme responsabilità di riaccendere i riflettori su uno dei palcoscenici più storici d’Italia. Dall’omaggio filologico a Luigi Pirandello alla nascita della nuova “casa della drammaturgia contemporanea”, Lea esplora la scommessa del “tempo lento” contro la frenesia dei social, la necessità di far dialogare il teatro di parola con la fisicità della danza e le sfide concrete dei giovani artisti oggi. Non manca, infine, una riflessione sul futuro del fattore umano sul palcoscenico di fronte all’avanzata dell’Intelligenza Artificiale. Un viaggio dietro le quinte di una rinascita culturale da non perdere.

L’intervista

C’è finalmente una data ufficiale: il 16 ottobre il Teatro Valle riaprirà le sue porte. Quali sono le tue sensazioni e che cosa significa essere tra i protagonisti di questa storica ripartenza?

“È un percorso lungo che ha avuto i suoi alti e bassi. I lavori di ristrutturazione fanno sempre un po’ paura perché ci si scontra con le scadenze, ma ora che la data c’è, l’emozione è tantissima. Ho avuto la fortuna di entrare nella sala e vederla mentre riprende forma: parliamo di un teatro con una storia enorme e un bagaglio culturale che abbiamo il dovere e la responsabilità di celebrare con la massima attenzione”.

Riaprirete proprio con Luigi Pirandello. Una scelta filologica che guarda al passato della sala?

“Esatto. Pirandello firmò la prima storica del Valle all’epoca, e ci sembrava il modo più giusto e rispettoso di riaccendere le luci: restituire la sala alla sua storia e a chi l’ha amata e vissuta in passato. Al tempo stesso, vogliamo che il Valle diventi la ‘casa della nuova drammaturgia’, uno spazio dedicato a quel repertorio che va dal secondo dopoguerra ai giorni nostri, che finora non aveva trovato abbastanza spazio negli altri teatri romani. Sarà un’unica grande offerta culturale, come le famose “quattro vele” della nostra programmazione che si uniscono”.

In un’epoca dominata dagli smartphone, dai social e dal “fast content”, le sale romane quest’anno sono state pienissime. La crisi del post-Covid è davvero superata?

“Sì, quest’anno il pubblico ha risposto tantissimo. Ho un’idea personale su questo fenomeno: credo che sia una reazione naturale proprio al consumo rapido di contenuti a cui siamo abituati. Le persone sentono il bisogno profondo di riscoprire la dimensione comunitaria, di sedersi insieme e condividere un ‘tempo lento’. Che si tratti di due ore per la prosa o di tre ore per la danza, il teatro rimane il luogo comunitario per eccellenza”.

Tu ti occupi principalmente della programmazione della danza. Quali sono le linee guida e i generi che vorresti valorizzare in questa nuova stagione?

“La danza è senza dubbio il genere a cui sono più legata. Per quanto riguarda la drammaturgia, quest’anno abbiamo avuto lavori bellissimi che mi piacerebbe riportare in scena, penso ad esempio alle regie di Filippo Dini o Valerio Binasco. Più in generale, però, girando per le sale del territorio romano ho intercettato la forte necessità di riunire corpo e parola. Vorrei dare grande spazio alla sperimentazione del teatro-danza: un linguaggio vivo che unisce il movimento alla recitazione, un modo per tornare alle origini che è, allo stesso tempo, un andare avanti”.

Sei una direttrice artistica molto giovane. Qual è il messaggio che ti senti di lanciare ai ragazzi che vorrebbero intraprendere una carriera nel mondo dello spettacolo, nonostante le note difficoltà strutturali ed economiche?

“Per chi lavora con l’arte il percorso non è mai lineare. È una strada piena di ostacoli, ma che regala soddisfazioni immense a chi sa perseverare. È un po’ come trovare la gioia nel dolore, o imparare a ‘cantare sotto la pioggia’. Io mi sono innamorata di questo mondo attraverso la poesia: prima quella del movimento, poi quella del corpo e della parola. Avevo proprio bisogno di vivere all’interno della poesia. In più, il teatro ha un potere straordinario: ordina la vita. Le storie sul palco hanno un inizio e una fine, e in questo periodo storico così caotico abbiamo tutti un immenso bisogno di dare un senso alle cose”.

Ci sono stati momenti in cui hai pensato di mollare?

“Certamente. Ho fatto la danzatrice per molto tempo e ci sono stati momenti in cui ho pensato di cambiare e fare qualcosa di più semplice. Spesso, quando si è giovani, si vorrebbe solo spaccare il mondo con la propria arte, ma la realtà è che la maggior parte del tempo non la passi a fare arte: la passi a fare organizzazione, a gestire contatti, a fare burocrazia. Diventa pesante, ma tenere duro nel mio caso ha funzionato. Ai giovani dico di non mollare”.

Oggi l’avanzata del virtuale e dell’Intelligenza Artificiale è inarrestabile. C’è il rischio che la macchina possa un giorno tentare di sostituire l’attore in carne e ossa sul palcoscenico? Come si difende la presenza fisica a teatro?

“Proprio quest’anno al Teatro Argentina abbiamo promosso un ciclo di incontri molto interessante sul rapporto tra l’essere umano e l’intelligenza artificiale, che ha aperto gli occhi anche a me. A volte c’è la paura di essere meno veloci o meno attenti della macchina, e io stessa la uso trovandola eccezionale. Tuttavia, quei dibattiti mi hanno convinta di una cosa: l’IA resta uno strumento a supporto. È sempre l’uomo che la utilizza a renderla davvero efficace. Sul palco l’emozione, la prossemica e la presenza fisica del corpo restano insostituibili. Tocca a noi umani continuare a essere efficaci ed empatici”.

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