Industria a un bivio: quali scenari per il 2026. La presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen lavora per “stringere nuovi partenariati che rafforzano la nostra economia. E portare certezza in tempi incerti“. E promette di garantire “gli interessi dell’industria, degli agricoltori e dei consumatori”. Ma per far crescere l’industria “è fondamentale che l’Europa cambi rotta. La priorità dev’essere una sola: rafforzare la capacità competitiva”. Il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini ha contribuito alla 35esima edizione del Libro dei Fatti dell’Adnkronos. Partendo dal una semplice ma fondamentale domanda (“Se non ora, quando?”), il leader degli industriali indica una strada obbligata, a tappe forzate, per rilanciare il Paese e il continente. Dopo la seconda guerra mondiale l’Italia ha vissuto il suo periodo d’oro. Secondo Orsini “per assicurare a tutti la crescita e il benessere di cui abbiamo goduto nel secondo dopoguerra e far tornare a crescere l’industria è fondamentale che l’Europa cambi rotta”. Occorre capire, quindi, che “la competitività non è un lusso, è una necessità. Senza imprese forti, un Paese non cresce. Senza un sistema competitivo, le aziende arretrano. E senza un’industria dinamica, il nostro continente rischia il declino“.

Industria 2026
Il punto di forza dell’Italia, secondo il presidente di Confindustria, sono le “eccellenze industriali, che vengono esportate a livello globale, trainando l’economia. In un solo anno abbiamo registrato 626 miliardi di export di beni. C’è forte richiesta di Made in Italy nel mondo. Ma dazi americani e svalutazione del dollaro possono costare al nostro Paese un danno di quasi 23 miliardi”. Una perdita, avverte Orsini, che “non solo rallenta l’obiettivo dei 700 miliardi di esportazioni, ma obbliga tutti noi (Paese, imprese, lavoratori) ad agire rapidamente, per non restare indietro nella competizione globale e mettere a rischio le conquiste sociali ottenute con il duro lavoro delle generazioni precedenti”. Per affrontare e superare gli ostacoli che l’Europa si troverà di fronte bisogna anche tener ben presente che “la sfida che abbiamo davanti è anche geopolitica. Gli Usa vogliono reindustrializzare i propri Stati colpiti nei decenni scorsi dalle produzioni a basso costo della Cina e il governo americano, per fare questo, usa lo strumento dei dazi. L’Europa è in mezzo, divisa e spesso in ritardo”. Per questo, oggi “la priorità dev’essere una sola: rafforzare la capacità competitiva dell’industria europea e italiana”, sottolinea il leader degli industriali.

Crescita e Ai
Ci sono strumenti fondamentali per accelerare la crescita e che, soprattutto, non possono essere ignorati, come l’intelligenza artificiale. “Le nostre imprese, in questo momento, stanno facendo sforzi enormi per integrare l’intelligenza artificiale nei propri processi produttivi e affrontare la sfida della transizione ecologica, mantenendo se non aumentando la qualità e la distintività delle loro produzioni, ma i loro sforzi non bastano”, avverte Orsini. Il fattore energia per il presidente degli industriali è uno tra i più importanti. “Serve un contesto favorevole: costi energetici più vicini alla media Ue (disaccoppiando gas ed elettricità e puntando sui nuovi reattori nucleari), nuovi mercati strategici e strumenti semplici ma efficaci per stimolare gli investimenti come, ad esempio, la Zes unica che, in soli due anni, con uno stanziamento di risorse pubbliche di 4,8 miliardi ha generato 28 miliardi di investimenti e 35.000 posti di lavoro”. E poi vanno riconosciuti gli errori fatti, affrontare gli ostacoli creati dall’interno e che rischiano di provocare seri danni all’industria. In Europa, le altre Confindustrie “chiedono libertà tecnologica per raggiungere gli obiettivi ambientali. Il Green Deal ha penalizzato chi investiva su motori termici puliti, favorendo l’elettrico cinese. Questo approccio va corretto: la transizione ecologica non può significare dipendenza industriale“, evidenzia.

Se non ora quando?
Emanuele Orsini richiama l’attenzione sull’importanza del lavoro per i giovani, e quindi per il futuro del Paese. Ed evidenzia: “Essere competitivi significa anche difendere il lavoro dei nostri giovani, la dignità delle nostre imprese, il futuro del nostro Paese. Si tratta di un interesse primario, nazionale, che non deve vedere contrapposizioni politiche. Non ci si può dividere sul lavoro o su temi quali la sicurezza, i provvedimenti per la competitività e la crescita. È tempo di scegliere chi vogliamo essere e di farlo rapidamente. Per noi e per chi verrà dopo di noi. Se non ora, quando?”.

