Il petrolio resta la fonte energetica più importante e per alcune applicazioni è insostituibile, ma non si sa fino a quando riuscirà a far fronte alla crescente domanda di energia. Arriverà il giorno in cui la produzione di petrolio raggiungerà un picco per poi inesorabilmente diminuire con un conseguente aumento dei prezzi. La distribuzione dei principali bacini petroliferi nel mondo non è uniforme, ma non è nemmeno casuale. Dipende, riferisce l’Eni, dalle condizioni geologiche necessarie alla formazione di grandi giacimenti e dalle difficoltà di esplorazione e di ricerca in aree isolate e poco conosciute, come le zone caratterizzate da condizioni ambientali particolarmente severe (le vaste aree della Siberia, le aree di foresta pluviale del Sud America e aree offshore profonde). La storia geologica del nostro Paese è molto complessa e ha dato alla penisola un assetto strutturale e sedimentario complicato e assai poco “tranquillo”.

Focus petrolio
Questo non ha favorito la formazione di grandi ed estesi bacini petroliferi ma ha creato localmente situazioni favorevoli alla formazione di numerose province petrolifere di una certa importanza, anche se di non grande estensione. Dai combustibili fossili, in particolare dal petrolio, proviene la maggior parte dell’energia che utilizziamo attualmente. Si tratta però di una fonte di energia non rinnovabile e quindi destinata ad esaurirsi in periodi di tempo più o meno lunghi. L’onda d’urto del conflitto in Medio Oriente ha raggiunto le campagne e i mercati africani, trasformando una crisi geopolitica distante in una minaccia diretta alla sopravvivenza quotidiana. Secondo un documento strategico presentato a Tangeri dai vertici di Unione Africana, Banca africana di sviluppo (Afdb), Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (Undp) e Commissione economica delle Nazioni Unite per l’Africa (Uneca), se le ostilità dovessero superare i sei mesi il continente rischierebbe di perdere lo 0,2% della crescita del Pil nel 2026. L’analisi non evidenzia soltanto le proiezioni macroeconomiche a medio termine, ma un impatto che colpisce il cuore della sicurezza alimentare in Africa. Il blocco delle forniture di gas dal Golfo sta infatti frenando la produzione di fertilizzanti essenziali come ammoniaca e urea proprio durante la cruciale stagione della semina di marzo-maggio. Con il prezzo del petrolio balzato oltre il 50% a fine marzo e il contestuale indebolimento di ben 29 valute nazionali nel continente africano, il costo della vita è diventato insostenibile per milioni di famiglie, rendendo proibitivo l’acquisto di cibo, carburante e sementi.

Scambi
Il presidente della Commissione dell’Unione africana, Mahmoud Ali Youssouf, ha avvertito che questa instabilità aggrava pressioni economiche già acute, rendendo urgente una risposta che metta al riparo le economie africane dalla dipendenza dai mercati esteri. Il documento sottolinea come questa crisi debba diventare un punto di svolta per accelerare l’autonomia finanziaria e la sovranità alimentare del continente, unica via per resistere a choc globali sempre più frequenti e imprevedibili. Nel medio periodo, infatti, la soluzione indicata risiede nel rafforzamento degli scambi intra-africani attraverso l’area di libero scambio Afcfta, che permetterebbe di diversificare le rotte commerciali e ridurre l’esposizione ai blocchi logistici del Mar Rosso. La crisi mediorientale diventa così, riferisce l’Agi, un banco di prova per l’autonomia politica dell’Unione Africana. Chiamata a coordinare una risposta che non si limiti alla gestione dell’emergenza ma ponga le basi per una sicurezza energetica e alimentare di lungo periodo, finanziata attraverso la mobilitazione delle risorse interne e una minore dipendenza dai donatori esterni. “L’eredità della crisi del 2022 è oggi la nostra sicurezza energetica. Abbiamo attivato un monitoraggio a tutto campo per rilevare i comportamenti scorretti. Si tratta di fermare i rincari ingiustificati”, afferma il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin.

Forniture alternative
“Per esempio lo stop della produzione del Qatar – argomenta il ministro – comporta proprio questo, che al di là della piccola quota di fornitura all’Italia, circa il 9% dei nostri consumi annuali, fa venir meno il 20% del gas a livello mondiale e non sappiamo per quanto tempo. Si stanno muovendo tutti a caccia del gas mancante, vero. E questo ha effetti importanti sui prezzi come abbiamo visto. Ma anche noi siamo in grado di trovare forniture alternative”. Aggiunge Pichetto: “Non vedo un problema di quantità, non siamo preoccupati di questo”. Si potrebbe far arrivare altro gas “anche via pipeline. Per esempio dalla Libia, che ha una capacità fino a 12,5 miliardi di metri cubi e noi ne prendiamo ora soltanto 3 miliardi. Per esempio dal Mozambico, ma anche dall’Algeria. E poi, attraverso il Tap, dall’Azerbaijan”. Per il ministro “il tema sono piuttosto i tempi e quanto dura la crisi. Naturalmente il nostro obiettivo è pensare agli stoccaggi per il prossimo inverno. Oggi abbiamo gli stoccaggi più pieni d’Europa, oltre il 45%, ben più del doppio della Germania. Ma entro metà aprile, al massimo fine mese, va iniettato il nuovo gas per l’inverno prossimo in modo da rispettare i tempi tecnici di pompaggio. Dobbiamo assolutamente cercare di capire nei prossimi giorni quale sarà lo scenario. Però è chiaro che se la crisi dovesse protrarsi per oltre un mese e le condizioni di spread alle quali faceva riferimento non cambiano, dovremo assumere dei provvedimenti. Insisto, monitoriamo attentamente i prezzi anche per questo”. Il Tap, Trans adriatic pipeline è parte del corridoio meridionale del gas che trasporta in Europa il gas naturale del giacimento di Shah Deniz II in Azerbaijan. Collegandosi con il Trans anatolian pipeline (Tanap) alla frontiera greco-turca, il Tap attraversa il nord della Grecia, l’Albania e il Mare Adriatico prima di approdare nel sud Italia. E’ in Puglia infatti che si connette alla rete di distribuzione italiana del gas.

