Grazia Passeri: “Una ‘valigia di salvataggio’ per le donne vittime di violenza”

L'intervista di Interris.it a Maria Grazia Passeri, Presidente dell'associazione Salvamamme & Salvabebè che si occupa da oltre 20 anni di aiutare donne e madri in difficoltà economica o vittime di violenza domestica

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Tante donne vittime di violenza domestica non hanno la forza di denunciare e scappare lontano, verso una nuova vita. Di fuggire a chilometri di distanza da chi le maltratta quotidianamente e alza le mani su di loro e sui figli. Una scelta non facile, quella di partire e lasciare tutto, ma necessaria per sopravvivere e ritornare a sorridere.

Ed ecco che magari una spinta in più a compiere un grande passo può arrivare da un trolley già pronto, preparato da chi, di quelle violenze, si occupa da anni. E’ il progetto “La valigia di salvataggio – Per non tornare indietro” dell’associazione Salvamamme & Salvabebè.

Un’associazione no profit nata nel 2000 che opera nei momenti cruciali dell’abbandono e della solitudine delle mamme e delle famiglie in condizioni di grave disagio socio-economico: gli ultimi tempi della gravidanza, i giorni difficili dopo il parto, il primo anno della maternità. Il supporto si estende anche all’ambito sanitario, psicologico, legale, logistico, pedagogico, formativo.

Il progetto “La valigia di salvataggio” si rivolge a quelle donne, spesso con figli piccoli, vittime di violenza domestica. Lo racconta nell’intervista a Interris.it Maria Grazia Passeri, Presidente dell’associazione Salvamamme & Salvabebè che si occupa da oltre 20 anni di aiutare donne e madri in difficoltà.

La Presidente Maria Grazia Passeri al ventennale dell’associazione Salvamamme, 18 aprile 2018

L’intervista a Maria Grazia Passeri

Partiamo dall’inizio: come è nata l’idea di creare l’associazione Salvamamme & Salvabebè? 

“L’associazione è nata nel 2000, ma l’opera a sostegno delle mamme e dei bambini è iniziata molto prima, tra il ’93 e il ’94, quando lessi del ritrovamento in un cassonetto dei rifiuti di un neonato, vittima di infanticidio. In quel periodo purtroppo capitava spesso di sentire notizie di bebè abbandonati tra i rifiuti. Pensai allora che fosse necessario dare una mano a chi voleva lasciare in modo sicuro un bambino non desiderato. Con alcuni amici, iniziammo ad informare, con adesivi in varie lingue affissi sui cassonetti, della possibilità, legale, di partorire in anonimato in ospedale e lasciare il neonato in adozione. Sugli adesivi c’era scritto: ‘Non mi gettare. Sono un bambino’. Ma fu proprio allora che arrivarono al nostro numero centinaia di telefonate di mamme sole, poverissime, che protestavano”.

Cosa le chiedevano le mamme?

“Le mamme mi dicevano che io spiegavo loro come lasciare il bambino, ma non come riuscire a tenerselo, nonostante le difficoltà. Ricordo una delle prime donne che venne da me. Aveva tenuto segreta la sua gravidanza ai genitori. Quando arrivò era febbricitante. Incinta, con una bambina di pochi anni. Distrutta perché nessuna poteva darle il cambio nell’assistere sua figlia. Da quella prima mamma capimmo che non potevamo lavarcene le mani e che a volte bastava davvero poco per evitare un abbandono. Cominciammo così ad aiutare le gestanti ad avere il primo corredino, le pappe, i pannolini, il vestiario, il sostegno sanitario e psicologico. Oggi regaliamo anche libri, giocattoli, lettini, carrozzine, passeggini, oltre a formazione e consulenze professionali gratuite. E dopo i primi anni, anche il grembiulino e lo zainetto per la scuola, come tutti gli altri bambini. In una parola, tutto il necessario che serve per poter rispondere ai bisogni disperati di chi non può comprare”.

Come trovate le mamme e le famiglie in difficoltà?

“Attraverso i canali social, da tutta Italia ci contattano mamme e famiglie colpite dalla crisi. Inoltre, le famiglie ci vengono segnalate da centinaia tra parrocchie, enti e Comuni. Collaborano con noi tutte le Asl, le aziende ospedaliere e i Municipi di Roma, tanti comuni del Lazio, la Regione Lazio per alcuni importanti servizi per l’infanzia, duecento associazioni ed enti in rete. Così Salvamamme aiuta oltre 10 mila nuclei familiari.  La nostra azione è cresciuta a ritmi sostenuti e i nostri aiuti arrivano fino alla Romania. Aiutiamo anche migliaia di immigrati transitanti, in grave emergenza, in collaborazione con Croce Rossa Italiana”.

Con quali aiuti riuscite a fare tutto questo?

“Merito di cittadini e aziende generosi. C’è un grande lavoro dietro, con alcuni operatori fissi e decine di volontari. Come Presidente, voglio ringraziare le istituzioni e i volontari che ci sostengono, permettendo a migliaia di famiglie di continuare a sperare. Grazie alle donazioni volontarie, è partito anche il progetto ‘La valigia di salvataggio'”.

 

In cosa consiste il progetto ‘La valigia di salvataggio’?

“Si tratta di un grande progetto per aiutare a far scappare di casa le donne vittime di violenza domestica. In pratica, regaliamo un trolley – o valigia – pieno di vestiti, scarpe, biancheria e beni di prima necessità per la mamma e i suoi bambini affinché non tornino a casa a farsi picchiare. In alcuni casi, è la stessa Polizia a venire a chiederci i vestiti; questo perché gli abiti delle donne vittime di violenza sono spesso sporchi di sangue e sono dunque ‘prove di reato’ che devono restare agli investigatori”.

Quante valigie avete donato finora?

“Ne regaliamo oltre 300 ogni anno. Dentro c’è di tutto, perché le donne in fuga dalla furia dei partner violenti scappano di casa con quello che hanno addosso, senza avere il tempo di prendere niente. A volte, sono in ciabatte o mezze nude, nonostante fuori sia inverno e faccia freddo. Così i loro bambini. Hanno bisogno di tutto”.

Dove scappano queste donne?

“Scappano nei centri anti violenza ai quali noi, come associazione, siamo collegati. Alcune donne le seguiamo noi perché, nell’immediatezza, non trovano posto e magari perché hanno necessità di stare nascoste”.

Vuole raccontarci una storia di una donna sfuggita alle violenze che avete aiutato?

“Sì. Ti raconto la prima donna che abbiamo aiutato. E’ accaduto diversi anni fa. Una ragazza, incinta e con un figlio piccolo appresso, era stata picchiata a sangue e buttata in strada nuda – a gennaio – insieme al piccolo. Il figlio era pietrificato dal terrore. La ragazza era ferita in più parti. Ma voleva rientrare a casa per prendere le proprie cose e quelle del figlio. In casa però c’era ancora il marito. Io le dissi: ‘Dove vai? A farti ammazzare?’. E così le preparammo, io con le altre volontarie, una valigia bellissima, con il corredino per il bimbo che doveva nascere e tutto il necessario per lei e il primogenito. Fu questa la prima ‘Valigia di salvataggio‘. La donna poi scappò e nel frattempo si è rifatta una vita. Oggi è felice ed è ancora grata del nostro dono. La valigia rappresenta molto più di un semplice trolley con qualche vestito dentro. E’ invece quella spinta in più per non tornare indietro che fa capire alla donna che non è sola, che ha una strada davanti e che può iniziare a percorrerla subito, senza indugi. La valigia simboleggia dunque la speranza di una vita nuova, finalmente lontana dalla violenza”.

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