Da Wojtyla a Bergoglio: il pontificato come testimonianza

"Karol, il Papa che ha cambiato la storia" (Il Pozzo di Giacobbe): il nuovo libro di Gian Franco Svidercoschi

Storia
Foto: Vatican news

La storia in un istante. Francesco ha raccontato di aver incontrato Giovanni Paolo II “in un momento buio della mia vita, quando è venuto la seconda volta in Argentina nell’’87. Io ero rientrato dalla Germania dopo un periodo che avevo passato lì per scrivere un dottorato su Romano Guardini, e per allontanarmi un po’ da un clima teso nella mia stessa provincia religiosa”. “Il racconto di un pezzo di Grande Storia, quella vera, reale. Che i giovani, e non solo, dovrebbero leggere, imparare, per saper poi distinguerla da quella falsificata dagli slogan ideologici“, spiega Gian Franco Svidercoschi. “Karol, il Papa che ha cambiato la storia” (Il Pozzo di Giacobbe) è la nuova opera dell’ex vicedirettore dell’Osservatore Romano. Perché questo libro? “Sono vent’anni dalla scomparsa di san Giovanni Paolo II. E, per molti, non è soltanto un anniversario – afferma Svidercoschi-. Il cuore chiede di più. Dal cuore sale fortissimamente il bisogno di sentirlo ancora presente nella propria vita, di ricordarlo per quel che era, per quel che ha fatto. Ricordare l’uomo. Un uomo di grande fede, di grande preghiera. Un uomo libero interiormente, puro, trasparente. Ma, soprattutto, un uomo segnato da una santità che – prima ancora di essere riconosciuta ufficialmente – ne ha attraversato l’intera esistenza. Rasentando l’eroismo, se non il martirio, quando subì l’attentato. O assumendo una dimensione quasi mistica, nei momenti più penosi della malattia. E tutto questo spiega il perché della straordinaria sintesi che Karol Wojtyla aveva saputo realizzare in sé, tra vita contemplativa e vita attiva. Tra l’esperienza di Dio e la scelta per l’uomo“.

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Girare il mondo

E ricordare il Papa. “Un Papa che con mano sicura ha guidato la navigazione della Chiesa cattolica nel burrascoso passaggio di millennio– sottolinea il vaticanista di lungo corso-. Proclamando la verità di Cristo, ma, con altrettanta fermezza, impegnandosi nella difesa della dignità e della libertà di ogni uomo e di ogni donna. S’è battuto su tutti i fronti: contro le dittature, contro regimi di destra e di sinistra, ma anche contro le false democrazie, quelle che perpetuano lo scandaloso divario tra un Nord sempre più ricco e un Sud sempre più povero e disperato. Per questo, prima lo hanno contestato, poi hanno cercato di zittirlo, e infine c’è stato chi ha deciso che andasse eliminato”. Grazie specialmente a quel suo girare per il mondo, all’aver conosciuto nuovi popoli, nuove situazioni, nuovi problemi, nuovi orizzonti, Giovanni Paolo II si era sempre di più convinto che la sapienza di Dio fosse aperta a tutti gli uomini, non soltanto ad alcuni, non soltanto ai più buoni, ai più bravi. E questo, per lui, poteva rappresentare il punto di convergenza in cui i credenti delle diverse religioni avrebbero potuto, anzi, possono già ora riconoscersi figli di uno stesso Padre. Quindi, fratelli. Superando così i limiti creati dalle divisioni ideologiche, culturali, geografiche. Ma, secondo Svidercoschiproprio per questo, la Chiesa doveva ritornare ad essere espressione autentica, trasparente, della comunione e della responsabilità di tutti i suoi figli. Come dire, una Chiesa che mettesse finalmente in luce la preminenza della dimensione del mistero rispetto a quella dell’istituzione. Una Chiesa dove, fatta sparire ogni traccia di clericalismo, diventasse possibile ristabilire quella “parità” che, al di là delle distinzioni di ruoli e di funzioni, esiste in forza del battesimo fra tutti i membri del popolo di Dio. Una Chiesa con le porte spalancate alla diversità, alla creatività, al coraggio, in modo da vivere realmente la propria universalità.

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La targa che ricorda la visita di Papa Wojtyla nel 1995 a S. Spirito in Sassia. Foto: Vatican News

Storia senza ideologia

“C’è un aspetto della biografia di Karol Wojtyla che, pur di grande importanza, non è stato finora adeguatamente considerato- osserva Gian Franco Svidercoschi-. Ed è appunto il motivo per cui s’è cercato, in queste pagine, di ricostruire l’impressionante processo di continuità tra gli anni polacchi e specialmente le tragedie da lui vissute – la guerra, il nazismo, la Shoah, il comunismo, i gulag, l’Europa divisa in due – e poi il suo pontificato, le tante ‘prime volte’ di cui è stato protagonista, e la stessa eredità che ha lasciato. Si vedrà come non sia possibile comprendere in profondità questo Papa, se non ripercorrendo le tappe della sua storia personale, e perciò risalendo alle radici della sua vocazione, alle diverse esperienze che ha vissuto. Nella sua famiglia, nella Polonia degli anni Trenta, nel lavoro, nel teatro, nel sacerdozio, e sempre sotto dei totalitarismi, sì di colore differente, ma che sempre totalitarismi erano, nel significato peggiore della parola”. Karol Wojtyla, secondo l’autore del saggio, “aveva il coraggio dei profeti dell’Antico Testamento. Aveva la loro intuizione, per come sapeva interpretare la presenza di Dio nella storia. E, come i profeti, sapeva anche pronunciare parole terribili, e invocare l’intervento divino contro la malvagità degli uomini”.  Una Chiesa con una proiezione universale, con una diffusione geografica e culturale mai prima raggiunta. Una Chiesa con una autorità morale a livello mondiale. Una Chiesa costantemente presente – e svolgendo un ruolo non poche volte decisivo – sia nelle vicende dei vari Paesi, sia nei grandi eventi della vita internazionale.

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Il coraggio dei profeti

Come quando in Canada accusò il Nord ricco di strangolare un Sud sempre più povero, sempre più sfruttato. O quando nella Valle dei Templi, ad Agrigento, lanciò quella invettiva contro la mafia: “…mi rivolgo ai responsabili: convertitevi, un giorno arriverà il giudizio di Dio! Convertitevi”. Secondo l’amico e collaboratore di Karol Wojtyla, le esperienze in Polonia sono servite a “preparare” Karol Wojtyla alla missione pontificia, in quel preciso momento storico della Chiesa e dell’umanità. E una volta “portate” sulla cattedra di Pietro, e vissute e sviluppate nella dimensione dell’universalità, sono diventate qualcosa di sostanzialmente nuovo, di diverso, fintanto a caratterizzare questo papato nel segno del cambiamento, di un forte cambiamento. La novità, pur storicamente scioccante, non era solo quella di essere il primo Papa non italiano dopo 456 anni. Era anche il primo Papa slavo, polacco, testimone di un’altra visione del mondo, della storia, e di una religiosità rimasta fino ad allora ai margini. Così com’era portatore di una concezione del sacerdozio assai poco clericale, di una pietà popolare in piena rinascita, e di una presenza della Chiesa nella società senza più le tentazioni integralistiche di un tempo.

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La “dote” della Storia

Aggiunge Svidercoschi: “Erano i doni, le ricchezze, che il nuovo Papa portava in ‘dote’ alla Chiesa universale, allargando le maglie di quella varietà di carismi che il Concilio Vaticano II aveva espressamente auspicato. Eppure, almeno agli inizi, quei doni, quelle ricchezze, non ebbero sempre una buona accoglienza. Anzi, tutt’altro. Basterà ricordare quando, dopo l’elezione, Giovanni Paolo II si affacciò dalla loggia della basilica vaticana, improvvisando quel famoso discorso, ‘se mi sbaglio mi corigerete’, e il capo cerimoniere, già contrario a che lui parlasse, si permise di dirgli in un orecchio: ‘Ma adesso basta!’. O ancora, quando nei corridoi dei palazzi vaticani, non pochi monsignori a vederlo passare mormoravano: ‘Guarda il polacco!’, e non certo in senso positivo. Piccoli episodi, ma che dietro nascondevano indubbiamente una ostilità preconcetta”. E comunque, secondo Svidercoschi, quelle esperienze polacche furono decisive per le tante novità – nel modo di “fare” il Papa, nei gesti, nelle iniziative, nei viaggi, perfino nel magistero – che avrebbero caratterizzato il pontificato di Karol Wojtyla. E del resto, fu lui stesso a dirlo una volta. “Devo molto a questo retaggio poiché esso mi rende sempre aperto verso le multiformi ricchezze dei popoli e delle nazioni che fanno parte della comunità della Chiesa universale. Questo mio retaggio non mi chiude in me stesso, ma aiuta a scoprire e a capire gli altri. Mi permette di prendere parte alla vita della grande famiglia umana”.

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