Cure palliative e umanizzazione: l’accompagnamento del malato e della famiglia nella sofferenza

Il profr Mauro Persiani (AMCI) analizza il gap tra efficienza tecnologica e sensibilità umana, invocando un sistema sanitario che sappia custodire la dignità dell'ammalato e sostenere i familiari.

A sinistra un particolare del manifesto Giornata del Sollievo. Foto CEI Salute. A destra, Foto di Patty Brito su Unsplash

Siamo in presenza di una medicina sempre più tecnologica e parcellizzata, ma il rischio latente è la depersonalizzazione di chi soffre. A Interris.it, il prof. Mauro Persiani, Vicesegretario Nazionale dell‘AMCI (Associazione Medici Italiani), lancia un forte appello per una radicale rivoluzione culturale e strutturale della sanità italiana, partendo dal reale valore delle cure palliative. Al cuore della sua riflessione troviamo l‘umanizzazione della malattia: un cambio di paradigma necessario per rimettere al centro non il “caso clinico”, ma la persona nella sua totalità. Un invito a prendersi cura, come il tema dell’odierna Giornata Mondiale del Sollievo, “Io mi prendo cura di te“. Curare, per l’AMCI, significa attivare una vera compassione che non abbandona il malato quando la guarigione diventa impossibile, ma si fa carico — con uguale delicatezza e rispetto — del trauma dell’intero nucleo familiare. Un’occasione per ridefinite l’atto medico come ministero, vocazione e spazio di autentico incontro umano.

L’intervista

Professor Persiani, partiamo da un malinteso comune: in Italia si pensa che le cure palliative riguardino solo gli ultimissimi istanti di vita. Qual è oggi la situazione?

“È così. Le statistiche mostrano che vengono ancora relegate agli ultimi giorni. In realtà, il concetto è molto più ampio: è un approccio che deve scattare non appena viene fatta una diagnosi e ci si rende conto che non è più possibile modificare il decorso della patologia”.

Perché, come Associazione Medici Cattolici Italiani, insistete tanto su una loro reale valorizzazione?

“Perché significa abbracciare l’umanizzazione delle cure, rimettendo il paziente — con la sua storia, paure e dignità — al centro, superando l’idea dell’ammalato visto solo come “caso clinico”. Spesso il sistema sanitario, dopo diagnosi e trattamento, smette di occuparsi di queste persone. Ma è proprio lì che inizia il momento critico: quando non si può più guarire, bisogna iniziare a prendersi cura. È un discorso che tocca la comunicazione, l’ambiente di cura e la formazione del personale”.

In questo percorso non si cura solo il malato, ma si accompagna l’intero nucleo familiare. In che modo il dolore dei familiari entra a far parte dell’assistenza?

“Oggi abbiamo ospedali ad altissima tecnologia capaci di diagnosi complessissime, a cui però non sempre si accompagna la capacità di prendersi cura della persona. La struttura sanitaria va orientata verso l’umanizzazione, creando ambienti adatti e dando al medico il tempo necessario. Anche la famiglia sta vivendo un trauma e va accompagnata in ogni singolo passo”.

Eppure oggi assistiamo a una forte frammentazione dei percorsi. Cosa succede a un paziente terminale all’interno delle attuali dinamiche ospedaliere?

“Superata la fase acuta, il paziente viene messo da parte perché non rappresenta più quel “codice” utile per il ricovero o il pronto soccorso. Questi malati non vengono contemplati dai budget ospedalieri, finendo per essere marginalizzati. Dobbiamo invece tornare a una comprensione globale della persona e prendercene cura in tutte le fasi, soprattutto in quella di massima sofferenza al termine della terapia, dove oggi si rischia l’abbandono”.

Di fronte a una medicina efficiente ma che rischia di diventare fredda, come si inserisce il medico cattolico in questa “scollatura”?

“Ci inseriamo in questa frattura tra complessità tecnologica e complessità umana, oggi lasciata ai margini. Il sistema attuale è strutturato come una catena di montaggio dell’efficienza, frammentato in super-specializzazioni orientate al rimborso. Il focus si è spostato dalla persona alla precisione del dato di laboratorio. Noi medici cattolici dobbiamo invece calare i nostri atti nell’esistenza quotidiana, contrastando il rischio di depersonalizzazione”.

Nella pratica di ogni giorno, come si umanizza una visita nei pochi minuti a disposizione?

“Guardando il paziente negli occhi prima che lo schermo del computer, chiamandolo per nome e scrivendo un referto che descriva la sua totalità e non solo il suo corpo. Nei tempi rigidi delle aziende bastano pochi secondi per agganciare il paziente come persona. La visione cattolica ci chiede di riconoscere in ogni essere umano una dignità assoluta, poiché è immagine di Dio. Il medico deve vedere un fratello con cui condividere la sofferenza con passione. L’atto medico diventa così un incontro personale e spirituale”.

Cosa succede quando la medicina “fallisce” dal punto di vista clinico?

“L’umanizzazione sposta l’accento sul prendersi cura della persona proprio quando la guarigione non è più possibile. È il momento in cui la medicina moderna si arrende più facilmente, ma è lì che inizia il compito più profondo del medico, che offre un senso alla professione anche di fronte alla morte. Accompagnare nel fine vita non è una sconfitta, ma la massima espressione della compassione: il “soffrire con”, lo stare insieme”.

Voi medici siete esposti a turni estenuanti e burocrazia. Come si convive con questo carico?

“Intrecciando il giuramento di Ippocrate con il mandato evangelico, la nostra professione diventa un ministero che si ispira a Gesù Cristo, medico delle anime e dei corpi. Questo approccio trasforma il lavoro quotidiano in un servizio. Non è tempo perso, anzi: è un potente antidoto al burnout. Vivere la cura come un accompagnamento profondo supera la stanchezza, perché ogni gesto faticoso, persino in un pronto soccorso, si ricarica di un significato spirituale immenso”.

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