Una giornata mondiale per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza

Il 20 novembre si celebra la Giornata internazionale dell’infanzia e dell’adolescenza, per l’occasione Interris ha intervistato don Fortunato Di Noto dell’associazione Meter, da anni in prima linea nel contrasto alla pedofilia e a tutela dei diritti dei più piccoli

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“I bambini sono maestri di vita”, ci ricorda don Fortunato Di Noto – citando Papa Francesco – fondatore dell’associazione Meter, che da oltre tre decenni è in prima linea nel contrasto alla pedofilia e allo sfruttamento dei bambini oltre che impegnato nella tutela dei loro diritti. Diritti che riguardano l’intera sfera dell’esistenza dei bambini, come quello alla parità di trattamento e quindi a non essere discriminati, quello alla salvaguardia del loro benessere che è compito delle famiglie e delle istituzioni, quello allo vita e allo sviluppo che significa accesso all’istruzione, all’assistenza medica e alla protezione da forme di abuso e sfruttamento. Ma anche, non meno importante, il diritto all’ascolto e alla partecipazione. I  bambini, le bambine e gli adolescenti infatti sono soggetti portatori di diritti civili, sociali, politici, culturali ed economici riconosciuti nei 54 articoli della Convenzione dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza delle Nazioni unite. Il documento è stato approvato dall’Assemblea generale dell’Onu il 20 novembre del 1989, entrando in vigore il 2 settembre dell’anno successivo, ed è stata ratificato dall’Italia il 27 maggio di trent’anni fa con la legge numero 176. Ad oggi, quasi 200 Paesi nel mondo l’hanno ratificata.

Una giornata mondiale per i bambini e le bambine

La prima giornata mondiale dedicata ai bambini risale all’Universal Children’s Day istituita nel 1954 e celebrata il 20 novembre, stessa data in cui l’Assemblea generale dell’Onu nel 1959 ha adottato la Dichiarazione dei diritti del fanciullo e trent’anni dopo la suddetta Convenzione. Così, dal 1990 il 20 novembre segna sia la data dell’istituzione della Giornata internazionale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, sia l’adozione della Dichiarazione e della Convenzione. I diritti contenuti in questi documenti sono però messi a dura prova dalla pandemia, dalle difficoltà economiche, dai conflitti, dagli effetti del cambiamento climatico e dalle diseguaglianze diffuse, come anche dalla criminalità.

La situazione globale

Nel mondo, riporta Save the Children, sono sull’orlo della fame 5,7 milioni di bambini sotto i cinque anni, con un aumento del 50% sul 2019. Inoltre, sempre secondo l’organizzazione internazionale indipendente, si stima che 710 milioni di minori vivano in quei 45 Paesi che sono a più alto rischio di subire gli impatti della crisi climatica, come eventi meteorologici estremi, inondazioni o siccità. I più piccoli risentono anche dei conflitti armati, poiché si stima che l’80% dei bambini che soffrono la fame viva in quei Paesi dove sono in corso scontri per acqua, cibo e risorse. A livello mondiale hanno inoltre pesato sull’alimentazione e l’istruzione dei bambini, delle bambine e degli adolescenti gli effetti generati dalla crisi scatenata dalla pandemia di Covid: per via delle chiusure delle scuole, 370 milioni di bambini non hanno avuto accesso ai pasti che gli venivano forniti dagli istituti. E sul fronte dell’educazione, se prima della pandemia un sesto della popolazione in età scolare, 258 milioni di bambini, non aveva accesso all’istruzione, oggi si stima che non torneranno a scuola tra i 10 e i 16 milioni di bambini. Per quanto riguarda il lavoro minorile, pericoloso per la loro sicurezza, la loro salute e il loro sviluppo psico-fisico, è una piaga che affligge 160 milioni di minorenni – la maggior parte impiegati nei lavori agricoli (122,7 milioni). Dopo un quindicennio segnato da buoni risultati nella lotta al fenomeno, con novanta milioni di bambini e adolescenti affrancati dal lavoro minorile, tra il 2016 e il 2020 si è registrata un’inversione di tendenza con un aumento di 8,4 milioni di nuove vittime del lavoro minorile. Questo nonostante l’Obiettivo 8.7 dell’Agenda 2030 sullo sviluppo sostenibile dell’Onu miri a debellare completamente in fenomeno entro il 2025.

In Italia

Restringendo l’obiettivo sul nostro Paese, ancora grazie a Save the Children veniamo a sapere che durante l’anno segnato dalla crisi pandemica il 13,5% dei bambini e dei ragazzi – uno su sette – viveva in condizioni di povertà e non aveva accesso a beni e servizi essenziali. E da quando sono cominciate le misurazioni della povertà minorile, all’inizio del Duemila, si è osservato come l’incidenza sia aumentata in modo costante. Già nel 2019, secondo calcoli Eurostat riportati sempre da SvC, in Italia il 6% dei minori tra 1 e 15 anni sperimentava forme di povertà alimentare, cioè non consumava neanche un pasto proteico al giorno, anche in regioni ricche come la Lombardia.

L’intervista a don Fortunato Di Noto

Perché celebriamo questa Giornata?

“Rientra nel lento processo, ancora in atto, del riconoscimento dei bambini come soggetti vivi nella società con i loro diritti. Penso al diritto al gioco, alla salute, alla libertà religiosa, ad avere una famiglia, a ricevere un’istruzione, a non essere vittima di abuso e di maltrattamenti. Nel tempo è cambiata percezione del bambino che è diventato soggetto attivo della realtà sociale e anche di quella religiosa. Molti Stati hanno ratificato la Convenzione del diritti del fanciullo, poi però bisogna applicarla”.

Quali diritti dei bambini sono a rischio, o comunque meno tutelati, oggi?

“Partiamo dai numeri di fonti ufficiali come l’Unicef e l’Onu: circa il 30% popolazione mondiale è composta da minori, cioè 2,4 miliardi di persone. Molti di loro subiscono vessazioni, violenze, abusi sessuali, cadono vittime del traffico esseri umani, non vedono rispettati i loro diritti fondamentali. Venendo all’Italia, ci sono oltre 1,3 milioni di bambini poveri che non possono mangiare, bere o vestirsi”.

A proposito di diritti, ci può illustrare l’iniziativa “Vestiamoci di diritto”, lanciata della sua associazione Meter?

“Va al cuore della seguente questione: i bambini devono essere protagonisti della loro vita. Si rivolge quindi a loro, alle famiglie, alle scuole e alle parrocchie e consiste nel prendere una maglietta su cui scrivere un diritto dell’infanzia in cui si riconosce e scattare una foto con maglietta, inviandola poi alla nostra segreteria. Lo scorso anno abbiamo lanciato le  “barchette dei diritti”, è stato un successo”.

Lei ha definito l’ascolto i bambini una priorità. Cosa ci possono dire i più piccoli?

“Oltre una Chiesa povera per i poveri, perché non anche una Chiesa ‘bambina’ per i bambini? Gesù ha amato oltre i poveri, i bambini, i lontani e i nemici. I bambini devono essere interpellati su quale Chiesa desiderano. I pastori e i sacerdoti devono chinarsi di fronte ai bambini e mettersi in ascolto di quello che ci dicono. Ascoltare i bambini vuol dire cambiare prospettiva, mettendoli non al centro ma dentro e davanti. Il cambiamento più grande che i giovani ci chiedono è di guardare il mondo con gli occhi della fanciullezza, cioè col servizio e la condivisione, invece che con quelli del potere. Io come parroco faccio partecipare al consiglio pastorale anche una delegazione di bambini. Sono convinto che noi adulti oggi siamo diventati eterni giovani, ma i bambini vogliono persone adulte che le sappiano accompagnare. I bambini sono i maestri della vita ha detto papa Francesco, dobbiamo ascoltarli perché diventeranno gli adulti di domani e dobbiamo accompagnarli in tal senso con responsabilità”.

Quali effetti ha avuto su bambini e adolescenti la pandemia di Covid, con la scuola e gli spazi di socialità chiusi o limitati?

“E’ vero che i minori sono stati bloccati in casa, ma hanno vissuto nel mondo grazie agli strumenti tecnologici. Per alcuni, già in situazione di fragilità, l’isolamento della pandemia può aver influito negativamente e ci sono stati picchi di depressione infantile sviluppata durante il lockdown, probabilmente però già in itinere a causa di un’eccessiva sovraesposizione sui social e di una mancanza di punti di riferimento. Oltre all’aspetto negativo c’è anche quello positivo: se non avessimo quegli strumenti, che vanno utilizzati con intelligenza e sobrietà, forse la depressione sarebbe aumentata anche di più”.

Da oltre trent’anni lei è in prima linea contro la pedofilia e lo sfruttamento dei bambini. Quali risultati si sono ottenuti nel contrasto a questi fenomeni?

“Trent’anni fa nella lotta alla pedofilia e alla pedopornografia online eravamo al buio, venticinque anni dopo abbiamo istituito la Giornata di preghiera per bambini vittime di abusi. All’inizio intorno a noi c’era il deserto, oggi le cose sono cambiate: possiamo pregare, agire, ci sono le leggi, le sensibilità si sono affinate. Le nuove generazioni beneficiano di norme ottenute perché ci siamo messi in gioco, anche con fatica. Le denunce sono aumentate moltissimo, a un recente convegno sul tema del child safeguarding lo scorso 4 novembre) è emerso come denunce e segnalazioni siano quintuplicate. A queste poi devono corrispondere le indagini e l’identificazione sia delle vittime che degli autori.”.

Che “segni” lasciano questi abusi?

“Sono tante le componenti che portano all’abuso, un’esperienza lacerante, un omicidio psicologico che lascia ferite profonde e permanenti in che lo subisce. Lo dimostrano le vittime quando provano un senso di colpa per quello che gli è stato fatto. Deve nascere una nuova cultura del rispetto del bambino”.

In quali ambienti avvengono gli abusi sui minori e su quali canali viaggiano oggi?

“Avvengono in tutti i luoghi del mondo ricco, povero e ‘medio’, dove ci sono bambini abbandonati, deprivati, soli e trascurati. Il traffico di materiale pedopornografico avviene nei Paesi ricchi come Europa, Nord America. Le foto o i video sono già un abuso di decine di milioni di bambini nel mondo”.

Cosa va fatto per contrastare questi traffici?

“Bisogna segnalare il materiale alla Polizia postale o rivolgersi ai forum di segnalazione come quello dell’associazione Meter. Ma serve anche un nuovo patto educativo, un’ alleanza tra genitori e figli. I genitori devono sapere dove i loro bambini vanno quando sono online, devono accompagnarli nell’utilizzo dei nuovi mezzi di comunicazione”.

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