Il Mediterraneo è abbastanza in salute. Un segnale incoraggiante sul nostro mare viene dai numerosi avvistamenti di balenottere, delfini, tartarughe marine e uccelli come le berte, risultato del primo monitoraggio SINFONY 2026. Le criticità però perdurano, come il deposito di rifiuti sui fondali e la comparsa di specie invasive dovuta al fenomeno della tropicalizzazione, favorito dal riscaldamento dell’acqua. E’ un quadro completo, che tiene conto dei chiaroscuri, quello tratteggiato dal responsabile del Centro Nazionale Coste dell’Ispra Giordano Giorgi a Interris.it in occasione della Giornata internazionale del Mediterraneo.
Come sta il nostro mare?
“Il Mediterraneo si trova in uno stato di media salute. Alcune cose che sono migliorate, è stato diminuito lo sforzo di pesca, e sono aumentati i numeri di cetacei e d tartarughe caretta caretta, ma ancora non abbiamo il controllo così efficace su tutta la quantità di plastiche che arrivano attraverso i fiumi e si depositano sui fondali, disgregandosi in microplastiche che entrano nella rete trofica, ovvero negli organismi come i pesci che poi finiscono sulla nostra tavola”.
Il Mediterraneo è considerato un hotspot climatico per via della sua conformazione, essendo un mare quasi chiuso. Vuol dire che in quest’area del mondo gli effetti del riscaldamento globale possono essere più impattanti?
“Questo mare rappresenta una grossa riserva di calore che, quando viene ceduta all’atmosfera, può innescare fenomeni meteorologici estremi e violenti con maggiore frequenza e maggiore intensità in autunno o addirittura in inverno inoltre. Un esempio sono i cosiddetti uragani mediterranei, dovuti all’incontro questo calore e masse d’aria fredda. Qualche decennio fa erano fenomeni eccezionali, mentre negli ultimi 15 anni ne abbiamo avuti oltre una decina. L’ultimo è stato l’uragano Harry”.
Da tempo c’è un allarme per il declino della diversità nel Mediterraneo. Il monitoraggio SYNFONY 2026 ha però dato risultati positivi. Ci spiega qual è la situazione?
“E’ a macchia di leopardo. Nelle ultime osservazioni si sono rilevati habitat di praterie di posidonia oceanica, una pianta acquatica endemica, molto più estese di quello che si credeva, così come si è osservata una maggiore distribuzione e diffusione dei coralli profondi in Sicilia rispetto alle attese, grazie ai meccanismi di tutela. I cetacei e le tartarughe marine aumentano anche grazie alle misure che gli sono state dedicate e hanno dimostrato di avere un’efficacia. Ci sono anche aspetto che vanno peggio, come l’arrivo del granchio blu nel mar Adriatico”.
Allora spostiamoci sulle specie invasive. Perché arrivano nel Mediterraneo e qual è il loro impatto sull’habitat e su quelle autoctone?
“Per la sua conformazione questo mare si riscalda di più rispetto agli oceani – +1,5 gradi rispetto a +0,5 – alterando la circolazione delle acque e in seguito della quantità di ossigeno, creando condizioni a cui le specie tropicali o del Mediterraneo meridionale sono più adatte rispetto a quelle già presenti. Si verifica la cosiddetta tropicalizzazione, la diffusione delle specie aliene, dal pesce palla maculato fino alle orche e agli squali bianchi, che sono molto voraci e senza predatori che le tengano a bada. Prima che l’ecosistema raggiunga un equilibrio, molte specie autoctone soccombono”.
Visti i molteplici effetti dovuti al cambiamento climatico, come difendere gli ecosistemi marini?
“Un esempio è il nostro progetto Marine Ecosystem Restoration, un tentativo su larga scala di ripristinare gli habitat. In due anni e mezzo abbiamo raggiunto numeri enormi. In quattro macro-aree, tra Tirreno, Canale di Sicilia e Ionio, è stata ripristinato un ettaro ciascuna con ripiantumazioni di posidonia oceanica, mentre in sette siti di banchi di ostriche è stato ricostruito un substrato. Questa iniziativa ci ha insegnato a conservare con attenzione gli habitat del Mediterraneo, perché quando vengono danneggiati tornare indietro è difficile”.
Qual è un’altra priorità del Mediterraneo, secondo lei?
“Nei prossimi anni avremo l’emergenza costiera. Le nostre coste saranno aggredite da fenomeni meteorologici intensi e dall’erosione. Occorrerà rafforzare le opere a difesa di infrastrutture strategiche come porti e vie di comunicazione, e pianificare il mantenimento delle aree soggette a erosione”.

