La società dell’eterna giovinezza non tollera ansie da gerascofobia

Cos'è la gerascofobia? Quando la società malata fa "crescere" con la paura di invecchiare

ULTIMO AGGIORNAMENTO 2:16
Gerascofobia

La gerascofobia è la paura di invecchiare che, complice l’azione della pandemia attuale, finisce per acutizzare, in tutto il mondo, le ansie legate all’età avanzante. Tra queste, l’aspetto fisico meno avvenente e, nella società dell’esteriore e dell’immagine, condizione inaccettabile, al punto di costringere a studiare tutte le strategie possibili pur di attutire il colpo. Altri timori riguardano la salute che pone qualche pensiero in più, la solitudine, la paura di perdere l’indipendenza, di non essere lucidi e autonomi, improduttivi e ai margini della società. Il termine deriva dal greco: “gherasko” (invecchiare) e “phobos” (paura).

Gerascofobia, la sindrome di Dorian Gray

La gerascofobia è altrimenti definita come la Sindrome di Dorian Gray che riprende il celebre romanzo di Oscar Wilde, in cui il protagonista, colto dal terrore di poter invecchiare, attraverso un patto diabolico ottiene l’eterna giovinezza a spese di un suo ritratto che mostrerà, invece, i segni del tempo. Filosofi, pensatori e artisti si sono succeduti, nel corso dei secoli, a indagare sulla vecchiaia e tutto ciò che comporta.

Fra questi, il grande poeta Francesco Petrarca che, in una fase di bilancio di una lunga vita virtuosa, scrisse “L’adolescenza mi illuse, la gioventù mi traviò, ma la vecchiaia mi ha corretto e con l’esperienza mi ha messo bene in testa che era vero quel che avevo letto tanto tempo prima; che i godimenti dell’adolescenza sono vanità”.

Un masso pesante

La mancata accettazione del tempo che scorre e conduce alla temuta vecchiaia, produce, quindi, dei rifiuti mentali di diverso tipo: la considerazione di approssimarsi alla fine, la paura di essere più vulnerabile, solo e non autosufficiente, il terrore di veder sfiorire la propria bellezza. Fra queste preoccupazioni, spicca quella del rammarico: del non aver compiuto determinate azioni quando si era nel fiore degli anni, di aver dirottato l’attenzione su altre occupazioni o tematiche.

Il rimpianto, in alcuni individui, diventa un masso pesante nella mente e scatena delle continue riflessioni che piombano sino al rimuginare senza sosta. In questo squilibrio infinito, la conseguenza è quella di vivere depressi. Si finisce per rovinare anche gli anni dell’anzianità, accomunati a una vita considerata non vissuta come dovuto. Ritorna, ciclicamente, la tendenza a vivere le età sempre nel modo errato e di non apprezzarle nel modo più corretto e sereno.

Gerascofobia, i numeri

L’Istat, con la ventottesima edizione del Rapporto annuale sulla situazione del Paese, offre un quadro molto esaustivo, “esamina lo scenario venutosi a creare con l’irrompere dell’emergenza sanitaria e verifica gli effetti sulla società e sull’economia dell’Italia”. La pubblicazione del report è del 3 luglio scorso, a pag. 128 ci sono delle interessanti valutazioni sull’anzianità, tra le quali è utile estrapolare le seguenti: “Le condizioni di vita degli anziani. Oggi è sempre più difficile definire chi sia una persona anziana, se non si stabilisce da quale momento della vita abbia cominciato ad esserlo. Fino a pochi decenni fa, coloro che avevano superato il 65° compleanno venivano considerati ‘anziani’”.

“Oggi sarebbe difficile ricorrere alla stessa unità di misura, dati i cambiamenti indotti da una speranza di vita in progressivo aumento. Oggi un sessantacinquenne può condurre una vita nel pieno del benessere psico-fisico, essere ancora inserito nel mondo del lavoro o occuparsi attivamente dei propri interessi personali o familiari […] Nel 1960 gli uomini a 65 anni avevano una speranza di vita di 13,1 anni. L’età equivalente per le donne, ossia l’età alla quale potevano attendersi anche loro 13,1 anni di vita ulteriore, era 68 anni. […]

“Nel 1980 si poteva definire anziano un uomo che avesse avuto in quel momento 66 anni di età e una donna che ne avesse avuti 70. Nel ventennio successivo, lo spostamento in avanti della condizione di ‘anzianità’ è più veloce, e nel 2000 è di 70 anni per gli uomini e di 74 per le donne. Oggi si è pervenuti a 73 anni per gli uni e a 76 per le altre. Nel 2060, stando alle previsioni, si potrebbe pervenire a 76 e a 79 anni per poter rilevare una condizione di anzianità che abbia la stessa valenza in termini di aspettativa di vita dei 65 anni di un uomo nel 1960”.

Condizioni di vita

L’Istituto offre, inoltre, delle considerazioni (suffragate da dati e statistiche particolareggiate) che smentiscono i luoghi comuni e che descrivono una realtà non del tutto compromessa. “La condizione di vita per la maggior parte degli anziani, per le ragioni appena riferite e per il progresso culturale a cui si è assistito nel corso degli anni, non corrisponde più allo stereotipo di persone isolate e bisognose di assistenza continua, tanto da rappresentare un peso per la società e per le famiglie.

La qualità della vita, ovviamente, è correlata alle condizioni di salute, tuttavia, anche quando esse non sono ottimali, il grado di soddisfazione per la vita espressa dalle persone è mediamente buono. Le analisi multivariate dimostrano che quasi il 50% degli ultraottantenni vive un’ottima qualità della vita, dimostrando di essere molto attivo, di avere una rete di relazioni estesa e una partecipazione culturale discreta, a volte anche intensa”.

Il ruolo della pandemia

La paura di invecchiare, di perdere bellezza, facoltà motorie e intellettive, può subentrare precocemente, già all’età di 30 anni. I soggetti che non riescono ad accettare il corso della vita vivono questa fase come patologica e ricorrono ai sistemi meno efficaci. Si illudono di combattere la vecchiaia cercando presunti elisir dell’eterna giovinezza, ricorrendo alla bacchetta magica del bisturi; non si prodigano, invece, verso un’attività fisica e intellettuale che sarebbe senz’altro più utile, efficace e duratura.

Con buona pace delle analisi e dei sondaggi dell’Istat, la pandemia ha sicuramente inciso in modo negativo sui soggetti più anziani, andando ad ampliare quelle che sono le problematiche dell’età, esasperando la condizione dei soggetti al limite, alla latenza della gerascofobia, inducendoli verso la patologia anziché trarli fuori.

Per quelli che già ne erano dentro, svincolati ormai da pretese di magie da ritocco estetico, ha incrementato la paura, la discriminazione, i sensi di colpa e i rimpianti, andando a colpire, nel modo più subdolo e criminale, soprattutto i soggetti più fragili, sopravviventi fra abbandono, solitudine e marginalità sociale.

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