Gaza, Feliciangeli: “470mila persone rischiano di morire di fame”

La situazione umanitaria a Gaza e i programmi di aiuti per la popolazione civile spiegati a Interris.it dal dott. Danilo Feliciangeli, referente di Caritas italiana per il Medio Oriente

pace
Bambino a Gaza (hosny salah from Pixabay)

Un recente report ha evidenziato che, nella Striscia di Gaza, dall’inizio del conflitto tra Israele e Hamas, ovvero da ottobre 2023 ad oggi, ci sono state quasi 60 mila vittime, oltre 115 mila feriti e più di 2 milioni di sfollati. In altre parole, il 90% della popolazione è dovuta fuggire dalle proprie case, il 60% delle infrastrutture sono danneggiate, dei 37 ospedali presenti prima della guerra oggi ne funzionano in pieno non più di una decina.

L’azione di Caritas

Vista la preoccupante situazione umanitaria, diverse organizzazioni umanitarie, stanno operando a Gaza per sostenere la popolazione. Una di queste è la Caritas Italiana la quale, attraverso diverse azioni di supporto, ha definito un nuovo programma di interventi, focalizzati sulla prossimità a coloro che stanno vivendo le conseguenze terribili della guerra e verso una responsabilità comune per la pace in Medio Oriente. Interris.it, in merito all’attuale situazione a Gaza, ha intervistato il dott. Danilo Feliciangeli, referente di Caritas italiana per il Medio Oriente.

Gaza
Foto di Emad El Byed su Unsplash

L’intervista

Dottor Feliciangeli, a Gaza la situazione della popolazione civile è sempre più drammatica. Come si stanno connotando gli interventi umanitari di Caritas nell’area?

“La situazione a Gaza ha superato ogni limite immaginabile: non ci sono più parole per descriverla. Il 100% della popolazione è in uno stato di denutrizione e 470mila persone rischiano di morire di fame. Anche per noi di Caritas operare è diventato estremamente difficile. Pochi giorni fa abbiamo dovuto evacuare un’unità medica a causa di bombardamenti e demolizioni programmati dalle forze israeliane. Dallo scorso 2 marzo è quasi impossibile far entrare generi di prima necessità. Nonostante ciò, proseguiamo con quanto possibile: le nostre nove cliniche mobili offrono cure mediche nonostante la carenza di farmaci e attrezzature. Continua anche il sostegno psicologico a donne e bambini, un’attività che si svolgeva nella parrocchia della Sacra Famiglia prima che fosse colpita e, due delle vittime dell’attacco, vi stavano partecipando. Ogni volta, dopo i bombardamenti, dobbiamo riorganizzarci per continuare a sostenere la popolazione”.

In che modo, con le vostre azioni, intendete favorire il dialogo tra israeliani e palestinesi?

“Nonostante il peggioramento del contesto generale, vogliamo continuare a credere nel dialogo, a partire dai giovani. Proseguiremo un’attività già avviata anni fa dall’Ong israeliana Friendship Village e oggi portata avanti da School for Peace di Neve Shalom – Wahat al-Salam. Da agosto 2025 a giugno 2026 saranno organizzati corsi semestrali in otto università, con formazione teorica e attività esperienziali. L’obiettivo è favorire una comprensione più profonda della storia e della cultura dei due popoli, costruendo così le basi per un futuro di dialogo, rifiutando guerra e violenza”.

Gaza, la Croce della Parrocchia della Santa Famiglia rimasta salda ai bombardamenti (foto: Vatican News)

Quale può essere il contributo delle comunità cristiane per “cucire trame di pace”?

“Per i cristiani locali, gli ultimi giorni sono stati drammatici. Penso agli attacchi dei coloni a Taibeh, unico villaggio palestinese interamente cristiano, e poi quello alla parrocchia della Sacra Famiglia, con vittime e feriti. La recente visita del cardinale Pizzaballa e del Patriarca greco-ortodosso ha avuto un forte valore simbolico: ci ricorda quanto sia grave la situazione e quanto sia urgente un appello alla pace. Come cristiani, abbiamo il dovere di portare un messaggio di speranza e giustizia. La comunità cristiana può essere una luce che guida verso un futuro fatto di dialogo e riconciliazione”.

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