Gambino: “La persona è un ‘bene giuridico in sé’, non un oggetto per ottenere altri fini”

L’intervista di Interris al giurista Alberto Gambino, prorettore all’Università europea di Roma e presidente dell’associazione Scienza & Vita

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Famiglie, giovani e meno giovani, bambini, ragazzi e nonni in piazza per la vita. Oggi a Roma oltre 100 associazioni e organizzazioni da tutta Italia s’incontrano e si ritrovano a manifestare per le strade della Capitale, con un corteo che si snoda da piazza della Repubblica a piazza San Giovanni in Laterano, nell’ambito dell’iniziativa nazionale “Scegliamo la vita”. Una manifestazione che è anche un’occasione di festa, grazie all’esibizione del gruppo The Sun, attivo da oltre 20 anni e premiato, nel 2013, per “l’impegno d’impresa per il bene comune” in occasione del Festival della Dottrina sociale a Verona. Colonna sonora della manifestazione è il loro brano Un buon motivo per vivere. Un momento d’unità all’insegna di quella cultura della cura delineata da papa Francesco, intesa come “impegno comune, solidale e partecipativo, per proteggere e promuovere la dignità e il bene di tutti, quale disposizione ad interessarsi, a prestare attenzione, alla compassione”.

Un diritto fondamentale

“Vogliamo ribadire che quello alla vita è il primo diritto fondamentale di ogni essere umano, il cui inviolabile rispetto è la precondizione per una società libera, giusta e in pace, come afferma la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo”, ha affermato uno dei portavoce della manifestazione – insieme a Maria Rachele RuiuMassimo Gandolfini. “In particolare la difesa della vita ‘fragile’ – dal concepimento e nello svolgersi fino alla morte naturale – è il cardine della civiltà di un popolo, che conosce il suo punto più basso quando induce anziani, malati e depressi a scegliere il suicidio”. Un messaggio che indica un percorso e che viene lanciato in un momento in cui, nel contesto sia nazionale che globale, molteplici eventi richiamano all’attenzione delle menti e delle coscienze il tema della vita. Una pandemia che dura da due anni. Un conflitto che da quasi tre mesi si protrae nel fianco orientale dell’Europa. Sul versante del fine vita, la discussione in Parlamento di una proposta di legge di legge, il ddl Bazoli-Provenza, sulla morte medicalmente assistita. Sul versante della vita nascente, la preoccupante questione dell’inverno demografico italiano, con il minimo storico di nuovi nati raggiunto nel 2020 – 405mila nascite, dato Istat –, ulteriore conferma un trend negativo che va avanti da molti anni. In ultimo, la possibile decisione da parte della Corte suprema degli Stati Uniti, il più alto organo giudiziario del Paese, di annullare la sentenza Roe v. Wade, quella che dal 1973 consente l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza a livello federale. A inizio maggio infatti il quotidiano statunitense Politico ha pubblicato in esclusiva la bozza della pronuncia, attesa per giugno, della Corte sulla richiesta dello stato del Mississippi di riconoscere la propria legge sul divieto di interruzione di gravidanza dopo 15 settimane di gestazione. Nel testo della decisione, redatto dal giudice Samuel Alito e firmato da cinque giudici su nove, si afferma che “la Costituzione non fa alcun riferimento all’aborto, e nessun diritto del genere è implicitamente tutelato da alcuna disposizione costituzionale”.

L’intervista

In occasione dell’evento della manifestazione per la vita, Interris.it ha intervistato il professor Alberto Gambino, giurista e prorettore all’Università Europea di Roma e presidente dell’associazione “Scienza & Vita”.

Quali motivazioni spingono oggi a scendere in piazza a manifestare per la vita?

“L’amore per le cose vere. Il tema della vita e del suo valore è spesso offuscato da una concezione individuale del benessere, che riduce a ostacolo per la sua realizzazione anche la vita umana. Ma la vita degli altri e anche la propria non possono essere trattate come cose funzionali a una aspettativa soggettiva, altrimenti si finisce per retrocedere un’esistenza e, dunque, una persona alla stregua di un oggetto, uno strumento per ottenere altri fini e non – come dice correttamente la nostra giurisprudenza di legittimità – ‘un bene giuridico in sé’. Parlo – ovviamente – della vita a trecentosessanta gradi dal concepimento alla morte naturale, con tutto quello che c’è in mezzo e che oggi conta violazioni aberranti, si pensi alle torture, alle violazioni sessuali, al traffico di organi”.

 Quali sono i diritti del nascituro e quali leggi italiane li tutelano?

“Sono diritti funzionali a proseguire il suo cammino esistenziale nel mondo, sono tutelati dal diritto penale e, in parte, dalla legge 40 sulla fecondazione assistita. La legge 194 sull’aborto li mette in bilanciamento con alcuni interessi della madre, la quale può dunque decidere – in casi estremi e codificati con procedure – di non tutelarli”.

Cosa potrebbe significare negli Usa la revoca della sentenza Roe v. Wade, dal punto di vista legislativo, e quale affetto potrebbe avere sulla pubblica opinione?

“Occorrerà leggere la decisione finale per capirlo, certamente farà riflettere su quanto di ingiusto verso il nascituro ci sia nelle leggi che favoriscono l’aborto”.

In merito al fine vita, è in discussione in Parlamento un disegno di legge sul suicidio medicalmente assistito: cosa prevede? Cosa recepisce della sentenza 242 /2019 della Corte costituzionale? In cosa, la morte volontaria medicalmente assistita, differisce dall’eutanasia?

“Il ddl attua, ampliandone l’orizzonte, quanto deciso dalla Corte costituzionale nel caso Cappato e cioè che non sarà più reato assistere al suicidio chi, malato irreversibile, profondamente sofferente e sottoposto a trattamento vitale, voglia personalmente autosomministrarsi un veleno per morire. Il ddl recepisce molto di quanto già definito dalla Corte ma erra nell’estendere ai disabili tale pratica, a coinvolgere nell’esecuzione della pratica il Sistema sanitario nazionale, a ridurre le cure palliative ad una mera alternativa alla pratica suicidaria e non un vero presupposto, come invece indica la Corte. Se non si pongono in Senato adeguati correttivi, l’assistenza al suicidio si trasformerà inevitabilmente in forme di eutanasia compartecipate dai sanitari”.

La pandemia prima e la guerra adesso hanno fatto sì che, in mezzo alla sofferenza, la cultura della cura abbia riacquisito vigore? Penso ai sacrifici di medici e infermieri prima e ora alla solidarietà e all’accoglienza nei confronti delle vittime del conflitto alla porta orientale d’Europa.

“E’ proprio così e talvolta appare strano che questa rinnovata sensibilità non colga nel piccolissimo embrione e nel feto che alberga nel grembo di una donna quella stessa umanità unica e irripetibile che riguarda tutti gli altri uomini e donne che già popolano la terra”.

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