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G7, la grande chance per il dialogo internazionale

Una chance per giocarsi la carta del dialogo. Un’occasione per capire, realmente, quanta capacità diplomatica abbia la Comunità internazionale a fronte di un momento storico fatto di conflitti e tensioni. Ma, soprattutto, le prove generali della nuova Europa, rinnovata dalle elezioni e alle prese con le incertezze politiche palesatesi in due dei principali Paesi dell’Unione, quali Francia e Germania. Per tematiche, il G7 ospitato dall’Italia si pone come un potenziale spartiacque per l’immediato futuro. Un po’ per la possibilità concreta di ridisegnare il ruolo dei Paesi occidentali nel contrasto all’azione russa in Ucraina e, un po’, per valutare il peso specifico del dialogo internazionale per la risoluzione di crisi storiche, come quella tra Israele e Hamas. Ma, all’orizzonte, si palesano anche altre sfide: dall’incremento del ricorso all’intelligenza artificiale al piano di investimento che, nei prossimi anni, dovrà coinvolgere l’Africa, al fine di ridurre le conseguenze del fenomeno migratorio.

Un quadro estremamente complesso, dal quale ci si attendono risposte perlomeno sul fronte del nuovo assetto internazionale. Tenendo conto che, in un contesto post-elettorale, gli equilibri politici rappresentano una sfida tanto quanto le crisi geopolitiche in atto. Interris.it ne ha parlato con Andrea Margelletti, presidente del Centro Studi Internazionali e Consigliere per le Politiche di Sicurezza e di Contrasto al Terrorismo del Ministro della Difesa.

Presidente, i temi dell’incontro tra le principali economie mondiali sono estremamente rilevanti. Cosa è lecito aspettarsi dal G7?

“L’auspicio, innanzitutto, è che i leader ripristino il dialogo. I rapporti personali continuano a essere determinanti. Questo G7 arriva però in un momento particolare, perché le Elezioni europee hanno creato un problema non ininfluente alla Francia e alla Germania. Quindi è tutto da vedere che tipo di impegni questi due Paesi, su alcune grandi tematiche, potranno prendere nel momento in cui le loro maggioranze parlamentari sono in fase di evoluzione. Su alcune di queste, come il supporto all’Ucraina, ci potranno essere dichiarazioni di massima. Ma il fatto che le Europee ci abbiano consegnato un’Europa che, in alcuni Paesi, sarà diversa da quella che avevamo pochi giorni fa, sicuramente condizionerà i ruoli dei leader politici dei due Paesi”.

Possiamo parlare di instabilità politica per i due Paesi trainanti dell’Unione europea?

“Parlerei più di evoluzione. Sono Paesi che potrebbero avere altre maggioranze parlamentari. Questa può essere definita una fase transitoria. Nel momento in cui gli elettori danno le loro indicazioni, se esce una maggioranza con dei partiti di un certo tipo, è ovvio che un governo sano di mente non possa non tenerne conto”.

L’Unione europea come assorbe questa situazione? Visto anche il ruolo di interlocutore sia per l’Ucraina che per Gaza…

“L’Unione europea, dopo le elezioni, è in una legittima fase di rinascita. Ora dovremo eleggere coloro che, in maniera diretta, rappresenteranno l’Europa nei prossimi anni. Poi non ci sono dubbi che i rapporti fondanti resteranno gli stessi. L’Unione europea, però, non è una Nazione ma una realtà composta da tanti Paesi. Sarà quindi importante capire, a livello bilaterale, quali saranno le scelte dei singoli”.

La presenza di Papa Francesco potrà essere elemento per favorire il dialogo internazionale e, perlomeno, una posizione congiunta sui grandi temi?

“Papa Francesco è il principale esponente della Chiesa Cattolica. Non è così per luterani, ebrei e musulmani. Ma, ovviamente, è una persona con una gigantesca autorevolezza morale, che non puoi non ascoltare. Credo che inserire una componente morale in un dialogo che, tradizionalmente, è di realpolitik, non possa che arricchire questo G7”.

Il governo italiano è uscito rafforzato dalle Europee. A fronte delle situazioni di Berlino e Parigi, può essere un’occasione per ridisegnare nuove leadership?

“Io credo che se l’Italia non ha lo spazio della Germania o della Francia è perché non ha mai voluto averlo. Non è legato al fatto che noi abbiamo una maggioranza più o meno forte ma al fatto che l’Italia ha voluto scientemente giocare un ruolo di appoggio totalizzante sul multilateralismo. Qui, quando si parla di interesse nazionale, si tende ad accostarlo a un’ideologia di destra, quando invece è sovra-politico. Questo fa capire quanto, nel nostro Paese, sia difficile avere un sano dialogo sulla politica internazionale”.

Damiano Mattana

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