Il 22 maggio 2026 Fondazione Floriani Ets celebrerà i suoi cinquant’anni, nata nel 1976 per iniziativa di Virgilio e Loredana Floriani insieme al dottor Vittorio Ventafridda. In un’epoca in cui l’assistenza ai malati inguaribili era quasi assente, la Fondazione ha introdotto in Italia un modello innovativo di cure palliative, contribuendo a ispirare anche l’evoluzione normativa del settore.
Mezzo secolo di attività
In mezzo secolo di attività ha sostenuto l’assistenza a oltre 100.000 persone tra Milano e la Lombardia, promuovendo servizi domiciliari, hospice e unità ospedaliere dedicate. Ha operato come ente filantropico in collaborazione con il sistema sanitario e il terzo settore, diventando un punto di riferimento nazionale.
Uno sguardo al futuro
Oggi la Fondazione Floriani guarda al futuro rafforzando formazione, ricerca e diffusione della cultura delle cure palliative, con l’obiettivo di garantire dignità, qualità della vita e attenzione alla persona in ogni fase della malattia. Un anniversario che rappresenta non solo una celebrazione, ma il rilancio di un impegno civile che ha segnato la storia dell’assistenza ai più fragili.
L’intervista
Per comprendere meglio il mondo delle cure palliative, le difficoltà e i tabù incontrati in questo mezzo secolo di attività e le aspettative per il futuro, Interris.it ha intervistato la vicepresidente della Fondazione Floriani, Francesca Crippa Floriani.
La Fondazione celebra 50 anni di attività: quali sono stati i principali ostacoli incontrati nel promuovere la cultura delle cure palliative?
“La Fondazione Floriani ha vissuto e continua a vivere il suo impegno come una vera e propria ‘battaglia di civiltà’. In questo senso gli ostacoli principali che si è trovata ad affrontare sono stati soprattutto di natura culturale: tabù, luoghi comuni, stereotipi. Negli anni ‘70 parlare di ‘cancro’ nello spazio pubblico era un veramente un tabù, così si ricorreva spesso ad un termine apparentemente meno impattante: ‘un brutto male’; parallelamente vi era l ‘idea diffusa che l’uso della morfina nel controllo del dolore, oggi parte integrante della pratica medica non solo in cure palliative, portasse i malati alla tossicodipendenza. In anni più recenti, superati nei fatti questi stereotipi, si sono presentati ostacoli di natura organizzativo\politica come la convinzione secondo cui le risorse destinate alla cura dei malati inguaribili vengano sottratte a coloro che possono guarire, quando invece è oggi ampiamente dimostrato che l’integrazione sistematica delle cure palliative consente agli ospedali di concentrare maggiori risorse su servizi essenziali come il Pronto soccorso e i reparti di degenza”.
Che cosa sono le cure palliative e quali falsi miti è ancora necessario sfatare?
“Le cure palliative sono un insieme di interventi sanitari e di supporto (medici, infermieristici, psicologici, sociali e spirituali) finalizzati a ridurre la sofferenza fisica, psicologica e sociale al fine di migliorare la qualità di vita della persona malata e della sua famiglia, attraverso il controllo del dolore e di altri sintomi, la comunicazione e l’aiuto nelle scelte di cura. Esse vengono erogate da un’equipe multidisciplinare attraverso una rete di intervento che va dall’ospedale all’assistenza domiciliare all’ hospice, garantendo continuità di cura e assistenza. In Italia, il diritto di accesso alle cure palliative è tutelato dalla Legge 38/2010, una delle migliori nel panorama europeo. Questo insieme di interventi, la ‘medicina palliativa’, ancora oggi viene talvolta considerata una disciplina poco scientifica o perlomeno ancillare, accompagnata dall’idea che esse equivalgano all’astenersi dal prestare cura ai malati inguaribili: un altro falso mito, uno dei più dannosi per lo sviluppo di questo campo. Le cure palliative, al contrario, ampliano il focus della cura, rimettendo al centro la persona e i suoi bisogni anziché la sua patologia: dunque non abbandono ma maggiore attenzione”.
Qual è l’impatto delle cure palliative sulla qualità di vita dei pazienti e delle loro famiglie?
“L’esperienza ha ampiamente evidenziato che i malati seguiti da équipe di cure palliative, adeguatamente supportate, formate e integrate, hanno una qualità di vita migliore, possono sopravvivere più a lungo e lasciano famiglie e comunità meno traumatizzate. Un numero crescente di studi internazionali mostra come esse, soprattutto quando realizzate precocemente, consentano di migliorare notevolmente la qualità di vita dei malati. Un recente studio ha inoltre dimostrato che interventi di supporto diretti ai caregiver informali, generalmente i familiari che si prendono cura del malato, producono un miglioramento anche della loro qualità di vita, con una minore incidenza persino della depressione”.
A che punto è oggi l’Italia nella diffusione e nell’accesso alle cure palliative?
“L’Italia è tra i Paesi che, grazie all’impegno di numerose componenti della società, pubblico, privato, terzo settore, ha visto un’importante crescita nel numero delle persone che possono beneficiare di questo tipo di cure. La legge sugli hospice del ‘99 e la legge 38 del 2010 hanno prodotto un salto di qualità. Questo sviluppo però purtroppo non è stato omogeneo in termini geografici, ancora oggi alcune aree del paese non sono sufficientemente organizzate. Nelle regioni in cui è stato raggiunto uno sviluppo ottimale della rete dei servizi va ancora certamente migliorata la precocità nelle attivazioni”.
Quali sono oggi le nuove sfide per le cure palliative (invecchiamento della popolazione, cronicità, innovazione tecnologica)?
“I tre aspetti evidenziati nella domanda, tra loro comunque interconnessi, sono sicuramente tra le sfide che questa disciplina deve ancora affrontare. La società contemporanea, grazie ai progressi della medicina e al miglioramento delle condizioni generali di salute, vede sempre più persone raggiungere età avanzate; tuttavia, molte di loro invecchiano in condizioni di cronicità complesse e avanzate, con più malattie e in contesti sociali fragili. Le cure palliative sono sicuramente una buona risposta a questi crescenti bisogni, ma la loro efficacia dipende dalla capacità di innovare e adattarsi, anche da un punto di vista tecnologico: la telemedicina, gli algoritmi in grado di prevedere l’evolvere della malattia, così come le tecniche di diagnostica e trattamento sono aspetti che già oggi vengono integrati nella pratica quotidiana, ma che in futuro dovranno essere parte della ‘cassetta degli attrezzi’ di ogni palliativista, così come lo sono stati i farmaci oppioidi alla fine degli anni ’80”.
Se dovesse lasciare un messaggio alle istituzioni e alla società civile sull’importanza delle cure palliative, quale sarebbe?
“Società sempre più concentrate sul superamento dei limiti, aspetto essenziale del progresso non solo in campo medico, rischiano di dimenticare che il limite si può posticipare ma non rimuovere. Questo deve farci avvicinare con empatia e attenzione ai più fragili: persone che non sono, o non sono più, protagoniste di questo progresso infinito. Il limite, la nostra imperfezione, è probabilmente l’aspetto più umano che ci definisce e che più ci rende uguali tra di noi, oltre ogni divisione. Le cure palliative riconoscono questo limite e sono preziose proprio perché non lo rimuovono, ma lo affrontano sviluppando conoscenza e strumenti per supportare la fragilità e rispondere alle sofferenze inutili. Stare accanto alle persone fragili può essere difficile e doloroso, ma è un impegno giusto ed è una preziosa fonte di crescita personale e sociale”.

