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Le ferite di una guerra fratricida. La testimonianza di Aldo Morrone dall’Etiopia

Andare a curare le ferite ancora aperte di una guerra fratricida, più interrotta che finita, per mantenere viva la speranza di un futuro mentre il presente è in macerie. Non è solo di tipo sanitario l’attività ormai decennale nel Corno d’Africa del professor Aldo Morrone, esperto di patologie neglette e di medicina transculturale, bensì anche sociale e formativo, per aiutare chi vede l’oggi distrutto a immaginare un domani migliore.

Cooperazione sanitaria

Operativo in questi luoghi da quarant’anni, come mosso da un senso di missione, il dottore e direttore scientifico dell’Istituto internazionale scienze mediche, antropologiche e sociali (Iismas), è tornato da un recente periodo di due settimane in Etiopia, Stato africano tra i più poveri, vista la sua 176ª posizione su 193 nell’Indice di sviluppo umano delle Nazioni unite. Qui negli anni la cooperazione sanitaria ha contribuito all’apertura di tre ospedali, come il nosocomio dermatologico nella provincia settentrionale di Makallè e il Maiani Hospital a Shiraro, nel nord-ovest, e di diversi centri sanitari, insieme alla formazione del personale. “Crediamo che la collaborazione con i colleghi locali e la realizzazione di scuole di medicina debba essere strutturale e costante”, spiega il professor Morrone a Interris.it, “occorre investire in salute e in istruzione soprattutto nelle aree rurali e in quelle più povere, come nel nord del Paese”. L’obiettivo di questo impegno professionale e culturale è far sì che gli etiopi, soprattutto le giovani generazioni, possano avere le risorse per costruirsi un futuro lì, senza essere costretti a rischiare la vita nel deserto o nel Mediterraneo, dove nei primi sei messi dell’anno si sono registrati 800 tra morti e dispersi lungo quella rotta, secondo l’Agenzia Onu per i rifugiati.

Per gentile concessione professor Aldo Morrone, direttore scientifico Lismas

Guerra fratricida

L’Etiopia ha visto nel tempo versare molto sangue. Prima un regime, quello di Menghistu, poi l’indipendenza dell’Eritrea ad inizio anni Novanta seguita però da un nuovo conflitto tra i due Paesi, dal 1998 al Duemila, quando l’ha interrotta una tregua durata fino agli accordi di pace firmati nel 2019 a Pretoria, in Sud Africa. Di nuovo la guerra, stavolta dentro i confini, tra le forze governative e le milizie tigrine, che reclamano alcuni territori, sostenute dagli eritrei. “Non immaginavamo che a ottobre 2020, in piena pandemia, sarebbe scoppiata per due anni una guerra fratricida e crudele”, racconta il direttore scientifico dell’Iismas. Non ci sono ancora cifre certe sulle vittime, secondo studiosi dell’università belga di Gand il bilancio si aggirerebbe tra le 385mila e le 600mila, oltre ai 2,7 milioni di sfollati interni registrati da Unicef e le migliaia di casi di violenza di genere sulle donne, tra cui quella sessuale, secondo quanto riporta Amnesty International. “Vittime di stupri etnici ma anche per impedire alle donne di procreare, quindi azioni perpetrate per distrugger il futuro del Paese”, illustra Morrone. Il dottore denuncia inoltre come quella del Tigray sia stata “una guerra che interessava poco l’Occidente e che il governo federale aveva tutto l’interesse a nascondere, per cui non ha suscitato grandi proteste a livello internazionale”, con l’eccezione, sottolinea, “degli appelli di papa Francesco e del segretario generale delle Nazioni unite Antonio Guterres”.

Malattie

I combattimenti colpiscono oltre alle persone anche le espressioni della vita civile, come le scuole e gli ospedali. “Un disastro, oltre ai morti dovuti alla guerra, determinato dalla distruzione dei servizi socio-sanitari, tra cui il nostro ospedale a Shiraro, e scolastici”, continua il medico. In mancanza di strutture e di assistenza si diffondono le malattie. “Ci sono ci sono epidemie di colera, 90mila casi, e di malaria, un milione, ma anche 15mila accertati di encefalite da morbillo, per l’interruzione delle vaccinazioni, poi dengue, hiv e leishmaniosi”, elenca il professor Morrone. Lo stesso personale medico-sanitario ha risentito del conflitto. “I colleghi del servizio sanitario pubblico del Tigray mi hanno raccontato che non ricevevano lo stipendio e di essere riusciti a sopravvivere grazie all’aiuto dei contadini, che nascondevano il cibo e lo passavano e agli insegnanti, “racconta il dottore, “mi ha colpito che non hanno comunque abbandonato gli ospedali”.

Ottimismo e speranza

Nonostante il dramma della guerra, c’è desiderio di tornare alla vita. “Sono stato nei campi profughi e le persone vogliono tornare nei loro villaggi, seppur rasi al suolo o sorvegliati da bande armate, e i bambini hanno voglia di riprendere a giocare e ad andare a scuola”, dice Morrone. “In questi quarant’anni sono stato arricchito dagli abitanti di questo immenso Paese, con una grande cultura, che mi hanno sempre accolto con la cerimonia del caffè, un lungo rito che mostra un modello culturale di accoglienza dell’altro, e ho incontrato gente con la voglia di ricostruire l’Etiopia con ottimismo e speranza”, racconta, “il nostro compito è dare aiuto affinché questa speranza si concretizzi e costruire ospedali non è solo un investimento in salute, ma anche avvio allo sviluppo, perché intorno sorgono infrastrutture, abitazioni, esercizi commerciali”. E conclude: “Viaggiando e visitando in Paesi come questo ho imparato il profondo significato umano di accarezzare senza i guanti sterili, un tocco sulla mano. La carezza è un linguaggio internazionale, lo comprendono tutti, e serve a dire che prima ancora di provare a curarti io ti accolgo con tutto il cuore”.

Lorenzo Cipolla

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