Etica, scienza e industria: l’alleanza dell’Osservatorio PATH per guidare l’innovazione

Attraverso il dialogo tra ricerca, imprese e teologia, il nuovo organismo promuove una sostenibilità misurabile per evitare che la svolta digitale diventi un costo per l'ambiente

A sinistra, Maria Siclari. Foto Francesco Vitale. A destra, Foto di Immo Wegmann su Unsplash

Guidare la transizione digitale senza permettere che si trasformi in un costo insostenibile per l’ambiente e per la salute pubblica. È questo il cuore della sfida lanciata dall‘Osservatorio della Pontificia Accademia di Teologia (PATH), una realtà nata con l’obiettivo strategico di far dialogare tre mondi spesso distanti: la riflessione etico-teologica, il rigore della ricerca scientifica e il dinamismo dell’industria tecnologica. In un’epoca segnata dall’espansione dei data center e dall’impatto di software sempre più pervasivi, l’Osservatorio si propone come un ponte democratico tra le istituzioni e i cittadini, trasformando i dati tecnici in conoscenza accessibile a tutti. Maria Siclari, Presidente del Consiglio di Alti Studi della PATH e Direttore Generale dell’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), spiega a Interris.it come l’alleanza tra scienza ed etica sia l’unica strada percorribile per governare l’innovazione, restituendo all’uomo il ruolo di “custode responsabile” della casa comune.

L’intervista

Dottoressa Siclari, partiamo dall’esperienza all’interno di questo osservatorio. Quanto è fondamentale oggi la cooperazione tra competenze diverse?

“La presenza di competenze ambientali all’interno dell’osservatorio risponde a una visione complessiva. Oggi ci troviamo di fronte a una doppia sfida: dobbiamo guidare la transizione digitale e, allo stesso tempo, renderla totalmente compatibile con la transizione ecologica”.

Questo significa che l’innovazione tecnologica deve darsi dei limiti?

“Non possiamo e non dobbiamo fermare il progresso tecnologico. Tuttavia, queste innovazioni non possono rappresentare un costo per la salute della collettività, né tantomeno per l’ambiente. Monitorare l’ambiente significa, nel senso più profondo, monitorare la nostra casa comune”.

In che modo i dati ambientali possono aiutarci in questo compito?

“Dobbiamo usare questi dati per garantire la tutela della salute, della dignità umana e una sicurezza che guardi non solo alle generazioni presenti, ma anche a quelle future. Da qui nasce un’alleanza forte che vuole rilanciare il concetto di una sostenibilità che sia misurabile e concreta”.

C’è quindi un punto di incontro tra l’aspetto tecnico e quello etico?

“Assolutamente sì. Se la scienza ci dice cosa sta accadendo e come dobbiamo intervenire tecnicamente, la visione etica ci spiega perché lo dobbiamo fare. Lo facciamo per costruire un mondo più sostenibile”.

A proposito di impatto concreto, si parla molto della crescita dei data center e dello sfruttamento dell’intelligenza artificiale. Quali sono i rischi ambientali più urgenti?

“L’osservatorio parte proprio dall’analisi di questi fenomeni. Sappiamo che ci aspetta una crescita esponenziale dei data center e dobbiamo affrontare nodi complessi: un maggiore consumo energetico, la necessità di assicurare un approvvigionamento rispettoso dell’ambiente, ma anche un forte consumo di suolo e di risorse idriche”.

Come pensate di usare queste informazioni? Rimarranno all’interno dei vostri laboratori?

“No, l’obiettivo è l’opposto. Tutti questi dati non possono rimanere chiusi nei cassetti delle istituzioni tecnico-scientifiche. L’idea portante dell’osservatorio è proprio quella di renderli perfettamente usufruibili. Iniziamo a dialogare e a esaminare i problemi per mettere le informazioni a disposizione di tutti. Vogliamo favorire una partecipazione democratica e collettiva a temi che riguardano davvero ognuno di noi”.

Passando a ISPRA, quanto è importante per il vostro istituto far parte di questo progetto?

“Per ISPRA questa partecipazione rappresenta la risposta a una delle sue principali missioni istituzionali. Noi produciamo conoscenza ambientale, ma è una conoscenza che sentiamo il dovere di condividere. Per noi ogni contesto che apra al dialogo con i cittadini è ottimale”.

Cosa si porta dietro, anche a livello personale, da questa collaborazione?

“Considero questo un incontro fortunato. Incrociare la nostra professionalità con la visione dell’ecologia dell’uomo è il modo migliore per ribadire un concetto chiave: non può esserci vera tutela dell’ambiente se non partiamo dall’idea che l’uomo deve essere sempre al centro, riscoprendosi come un custode responsabile”.

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