Escalation in Medio Oriente: l’analisi di Marco Di Liddo

Nella regione mediorientale torna a salire la tensione con le operazioni militari israeliane e statunitensi e la reazione iraniana. Il direttore del Centro studi internazionali (Ce.S.I.) Marco Di Liddo esamina lo scenario

A sinistra: il direttore del Centro studi internazionali Marco di Liddo. Foto © Alessia Mastropietro da Imagoeconomica. A destra: Medio Oriente. Foto © Erika Wittlieb da Pixabay.

I missili tornano a solcare i cieli mediorientali. Nell’ordine, l’attacco preventivo di Israele contro l’Iran, l’operazione militare degli Usa per colpire obiettivi strategici in diverse città iraniane, tra cui Teheran e Isfahan, la reazione della Repubblica islamica che lancia razzi contro le basi statunitensi nella regione e verso il territorio israeliano. L’escalation arriva dopo settimane di colloqui indiretti tra Stati Uniti e Iran, mediati dall’Oman, sul programma nucleare e l’arsenale balistico iraniano: l’andamento delle trattative non avrebbe soddisfatto il presidente Donald Trump, che poco più di una settimana fa aveva affermato “scopriremo cosa succede con l’Iran tra circa 10 giorni”. Per capire cosa può succedere d’ora in avanti, Interris.it ha sentito il direttore del Centro studi internazionali (Ce.S.I.) Marco Di Liddo.

Direttore, che tipo di operazione è? Quali sono gli obiettivi?

“Le operazioni militari hanno in genere un obiettivo mirato, in questo caso è spingere il sistema di potere iraniano a trattare i tre dossier che gli americani e gli israeliani hanno individuato come prioritari. La totale neutralizzazione del programma nucleare a scopo militare, la riduzione della capacità missilistica e un minore supporto ad Hamas, a Hezbollah e agli Houti”.

In queste settimane sono in corso colloqui indiretti tra Washington e Teheran mediati dall’Oman. Come stavano andando e quale impatto potrà avere l’operazione sui negoziati?

“Secondo la prospettiva israelo-americana stavano andando male, la Casa Bianca e Tel Aviv non vedevano nella Repubblica islamica una disposizione negoziale favorevole e hanno disposto il bombardamento in un’ottica di ‘diplomazia coercitiva’. Dalla guerra in Ucraina in poi siamo tornati a una dimensione in cui combattimenti e negoziati vanno di pari passo, com’era stato fino alla Seconda guerra mondiale”.

Sul tavolo dei negoziati c’è il tema del nucleare iraniano. L’Iran potrebbe diventare una potenza atomica?

“L’Agenzia internazionale per l’energia atomica a giugno e di recente ha trovato una significativa quantità di uranio arricchito al 60%, quindi a scopo militare. Non per produrre il combustibile nucleare per le centrali ma per costruire ordigni nucleari. Se l’Iran si mostrasse al mondo come potenza nucleare diventerebbe anche una potenza politica, perché in virtù di quella capacità atomica diventerebbe più difficile da contrastare. Sarebbe una garanzia di sopravvivenza per il regime”.

Cosa succede ora?

“Si aumenta la pressione sul regime con una campagna protratta per costringerlo a firmare o per portare la società civile ad alzare la voce nei confronti del governo”.

L’Iran reagisce con il lancio di missili su basi statunitensi in Medio Oriente e verso Israele. Cosa aspettarsi dalla risposta di Teheran?

“Nella guerra dei 12 giorni gli Usa e Israele avevano colpito efficacemente l’arsenale missilistico della Repubblica islamica, per cui la sua capacità è ridimensionata. Ma se un razzo sbagliasse traiettoria e colpisse civili israeliani, la reazione di Tel Aviv e dei suoi alleati potrebbe essere più muscolare. Da un punto di vista commerciale, Teheran potrebbe provare a bloccare lo Stretto di Hormuz, ma intercetterebbe gli interessi di troppi soggetti contrari a una mossa del genere”.

Quali possono essere le mosse dei ‘proxy’ dell’Iran?

“Gli Houti sono in fase interlocutoria: possono aumentare il proprio raggio di attacchi nel Mar Rosso per colpire il commercio globale. Hamas non è in grado di muovere una minaccia significativa, mentre Hezbollah era stata avvisata che qualsiasi sua azione avrebbe visto una reazione israeliana importante”.

Che impatto ha tutto questo sulla regione?

“Porta paura e instabilità. Le monarchie del Golfo, sunnite, non vogliono un Iran libero dal regime nella comunità internazionale. Se a Teheran andasse al potere una forza disponibile ai negoziati, il Paese diventerebbe una potenza regionale, in termini tecnologici e demografici, e una calamita economica per il mondo intero, compromettendo le loro politiche di proiezione. Inoltre, se venisse meno l’obiettivo del contenimento sciita, gli Accordi di Abramo per normalizzare i rapporti con Israele perderebbero significato”.

Gli interventi occidentali possono portare alla caduta del regime iraniano?

“Si va gradualmente indebolendo, ma non è sconfitto. La caduta di un regime è sempre un lancio di dadi. La maggioranza della popolazione iraniana spera in ogni forma di aiuto che lo faccia cadere. Nella regione mediorientale si preferisce un Iran depotenziato”.

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