La tragedia di Amendolara, in Calabria, ha fatto riemergere un interrogativo. In Italia c’è un’emergenza caporalato? “C’è, e sono anni che viene denunciata dalla Fai Cisl”, spiega a Interris.it Antonio Castellucci, reggente della Federazione agroalimentare e ambientale del sindacato. “Purtroppo, accanto a tante eccellenze produttive e imprese sane, esistono anche tanti fenomeni di sfruttamento e caporalato, spesso governati da organizzazioni criminali. Denunciare non basta, per questo abbiamo sempre avanzato proposte e ottenuto importanti passi in avanti. Ma resta ancora molto da fare sul piano preventivo, con risposte strutturali”.
L’intervista
Il caporalato è diffuso in tutta Italia? Ci sono stime sull’entità del fenomeno?
“E’ diffuso a macchia di leopardo in tutte le regioni, specialmente nei territori ad alta vocazione produttiva agricola. Una stima del fenomeno è sempre azzardata, preferiamo attenerci alle ricerche metodologicamente serie. In questi ultimi anni, l’Istat ha stimato 200mila immigrati irregolari impiegati in agricoltura: non sono tutti vittime di caporalato – che tra l’altro non riguarda solo i lavoratori stranieri – ma può essere un dato significativo del potenziale sfruttamento presente nelle nostre campagne. Altri dati importanti sono quelli dell’Ispettorato nazionale del lavoro: nel 2025 sono state riscontrate 895 vittime di caporalato, di cui 227 in agricoltura”.
Come funziona il “sistema” caporalato?
“Offre servizi ‘tutto incluso’: il trasporto dei lavoratori, gli alloggi, cibo e acqua, tutto rigorosamente sotto ricatto. Il paradosso è che il mercato del lavoro dei caporali funziona, quello legale no. Per questo riteniamo che tra le cose da fare ci sia anche l’affidamento agli enti bilaterali territoriali agricoli dell’incrocio tra domanda e offerta di lavoro. Esistono già sperimentazioni positive, con cui si è risposto al fabbisogno di manodopera in maniera più rapida e ben tracciata”.
La legge 199 contro il caporalato compie 10 anni. Con quali risultati?
“I risultati positivi sono innegabili, specialmente sul piano repressivo. Sono stati responsabilizzati gli imprenditori, sono state riconosciute aggravanti penali importanti. Ma il valore di quella legge sta anche nelle tante disposizioni per fare prevenzione, su questo siamo ancora indietro. Una delle cose da fare, è implementare la Rete del lavoro agricolo di qualità: può aiutare a promuovere legalità, trasparenza e dignità del lavoro. Ad oggi risultano iscritte alla Rete solo 11.895 imprese. Sono aumentate, anche grazie ad alcune premialità introdotte nei bandi pubblici dal Governo e da diverse regioni, ma sono ancora poche”.
Come può intervenire il Tavolo nazionale sul caporalato?
“Il Tavolo interministeriale è stato utile per avviare un confronto concreto che, tra l’altro, ci è stato annunciato, dovrebbe diventare permanente. Sono state recepite proposte dei sindacati, ad esempio oggi un lavoratore immigrato che denuncia lo sfruttamento può accedere all’assegno di inclusione e a un premesso di soggiorno speciale. Poi vanno realizzati ancora diversi obiettivi, come un incrocio dei dati più veloce e completo: il Ministero del Lavoro ci aveva promesso di completare il nuovo sistema Silca entro giugno, confidiamo che sia attivato al più presto, per consentire agli organi ispettivi controlli più dettagliati”.
Come far emergere il lavoro sommerso?
“Intanto facendo emergere i lavoratori cosiddetti ‘invisibili’, superando il click day e i decreti flussi, poi con forme di regolarizzazione specifiche, ad esempio garantendo un permesso di soggiorno per attesa occupazione, e poi attraverso più ispezioni, controlli fiscali e progetti di inclusione”.
Come garantire la dignità dei lavoratori? Pensiamo agli insediamenti informali, alla difficile integrazione per la scarsa conoscenza della lingua italiana…
“Bisogna rafforzare la legalità, la contrattazione e il ruolo della bilateralità, con cui stiamo già realizzando progetti importanti di formazione linguistica e aggiornamento delle competenze. Poi vanno finanziati i progetti che garantiscono alloggi e trasporti: non partiamo da zero, perché sono state realizzate tante buone pratiche sui territori, con il coinvolgimento delle parti sociali”.

