L’elezione pontificia tra passato e futuro

Il ricordo dell'annuncio del nuovo Pontefice pronunciato dal balcone centrale della Basilica di San Pietro

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L’elezione pontificia come macchina del tempo. Domani si apre il conclave 2025 e il pensiero vola al 1978. “Carolum…” Lassù, sul balcone della basilica di San Pietro, stava accadendo qualcosa di strano o, quantomeno, di incomprensibile. Il cardinale protodiacono, Pericle Felici, aveva cominciato ad annunciare, gaudium magnum, l’elezione del nuovo Papa. Però, dopo aver allungato all’infinito quell’”Emi-nen-tis-si-mum ac Re-ve-ren-dis-si-mum”, e detto il nome, soltanto il nome, si era fermato di colpo. Come se avesse perso improvvisamente la voce. Fu un attimo, una frazione infinitesimale di tempo; ma, con la tensione che in piazza saliva spasmodicamente tra la folla, sembrò non finire mai. Interminabile, e carico di mistero. Prete romano di quelli antichi, Felici era uomo sereno, pacioso, imperturbabile. E tuttavia, in quel momento, venne preso dall’emozione. Una fortissima emozione. Un po’ perché era cosciente d’essere sul punto di dare una notizia shock. Un po’ perché temeva di pronunciare male quel cognome mezzo ostrogoto; prima, aveva fatto anche delle prove, riuscite così così.

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Foto di Guy da Pixabay

Elezione a sorpresa

Ma, più di tutto, era emozionato per il ricordo di quando, neppure due mesi prima, lì, da quel balcone, aveva dato l’annuncio del successore di Paolo VI: Albino Luciani, patriarca di Venezia, e che aveva preso il nome di Giovanni Paolo. Felici era amico di Luciani, lo conosceva bene; e non si era meravigliato più di tanto a vedere come il nuovo Papa avesse conquistato immediatamente il cuore dei cattolici, ma anche l’attenzione del mondo laico, e della più vasta opinione pubblica. Un consenso che aveva dietro più di un motivo, e non semplicemente formale. Già la scelta di quel duplice nome, che era chiaramente non solo un riconoscimento ai suoi due immediati predecessori, gli artefici del Vaticano II, ma anche l’avvio di un processo di pacificazione all’interno della Chiesa dopo il tribolatissimo periodo postconciliare. E poi, il giorno dopo, la decisione – prima volta di un Papa – di parlare ai fedeli, abbandonando il plurale maiestatico, e confidando i suoi sentimenti, i timori che aveva provato all’approssimarsi dell’elezione. E ancora, l’inizio del pontificato con un rito spoglio di orpelli, senza incoronazione, senza trono, senza triregno: sanzionando, anche negli aspetti esteriori, il tramonto definitivo del potere temporale dei papi.

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Foto di Gabriella Clare Marino su Unsplash

Ministero petrino

Era, senza dubbio, una nuova maniera di esercitare il ministero petrino. Anche perché Giovanni Paolo ne aveva subito accentuato la dimensione pastorale, ricorrendo alla sua grande esperienza di catechista. Erano diventati famosi i suoi dialoghi con i chierichetti alle udienze generali. Ma affrontava anche argomenti alti, richiamando di continuo la “grande disciplina”, riproponendo le fondamentali verità cristiane; sempre, comunque, con un linguaggio semplice, comprensibile a tutti, e che veniva dalla sapienza di un cuore caldo. Aveva scandalizzato solo i cattolici parrucconi e i teologi da salotto, il giorno in cui aveva detto che “Dio è madre”, rilanciando così la riflessione sulla misericordia divina, che da tempo era stata lasciata come in un cantone. Paolo Martini (Adnkronos) racconta uno dei momenti più solenni e iconici della storia cattolica: “Annuntio vobis gaudium magnum: habemus Papam!”, l’annuncio dell’elezione del nuovo Pontefice pronunciato dal balcone centrale della Basilica di San Pietro. Ma ancor più significative, spesso profetiche, sono le prime parole del Papa appena eletto, che, affacciandosi al mondo, non solo si presentano ma danno un assaggio del pontificato che verrà. Negli ultimi settant’anni, da Giovanni XXIII a Francesco, questi discorsi di presentazione, subito dopo la fine del conclave, talvolta brevi, talvolta sorprendenti, hanno espresso non solo il temperamento del singolo Papa, ma anche l’anima e le priorità della Chiesa di ogni epoca. Giovanni XXIII (1958): “Il mio cuore è pieno di commozione” Il 28 ottobre 1958 Angelo Giuseppe Roncalli, patriarca di Venezia, divenne Papa Giovanni XXIII.

Papa Francesco si affaccia su Piazza San Pietro poco dopo l’elezione a Pontefice. 13 marzo 2013. Foto: Vatican News

Elezione del cuore

Si affacciò con un sorriso semplice, ringraziò il popolo romano, benedisse il mondo intero e disse: “Il mio cuore è pieno di commozione”. Quel tono familiare e bonario fu il primo segno della rivoluzione pastorale che avrebbe portato al Concilio Vaticano II. Un Papa “di transizione”, dissero. Ma le sue parole inaugurarono una nuova stagione di umanità e vicinanza nella Chiesa e s conquistò il soprannome di “Papa buono”. Paolo VI (1963): “Saremo un umile e fedele servitore” Dopo Roncalli, il 21 giugno 1963 fu eletto Giovanni Battista Montini, che assunse il nome di Paolo VI. Il suo stile era più austero e intellettuale. Alla folla disse: “Ci presentiamo a voi con il cuore pieno di trepidazione”, e definì se stesso “un umile e fedele servitore della Chiesa universale“. La sua missione sarebbe stata quella di portare a compimento il Concilio Vaticano II, indetto dal predecessore, in un’epoca di grandi fermenti politici e spirituali. Giovanni Paolo I (1978): “Mi sono trovato nella fossa dei leoni” Il sorriso timido e la voce emozionata di Albino Luciani, eletto il 26 agosto 1978 come Giovanni Paolo I, conquistarono il mondo. Si presentò con tono disarmante: “Mi sono trovato nella fossa dei leoni”, disse, alludendo al peso del ruolo appena assunto. Il suo fu il pontificato più breve del Novecento – solo 33 giorni – ma quelle parole rivelavano già la volontà di essere vicino alla gente, con un linguaggio accessibile, quasi familiare. Fu soprannominato il “Papa del sorriso”. Giovanni Paolo II (1978): “Se sbaglio, mi correggerete!”.

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@Vatican News

Piazza San Pietro

Il 16 ottobre 1978 Karol Wojtyła fece la storia come primo Papa non italiano dopo 455 anni. Dopo l’Habemus Papam, il cardinale polacco arcivescovo di Cracovia si presentò con un sorriso e disse in italiano incerto: “Non so se potrei bene spiegarmi nella vostra… nostra lingua italiana. Se mi sbaglio, mi correggerete!”. Quelle parole conquistarono immediatamente la folla. Era l’inizio di un pontificato lunghissimo, mediatico, missionario e globale, che avrebbe segnato la Chiesa e il mondo per oltre 26 anni. Il suo invito a “non avere paura, aprite le porte a Cristo” sarebbe arrivato il giorno dopo, nell’omelia di inizio pontificato, e avrebbe ispirato generazioni. “Siamo ancora tutti addolorati dopo la morte del nostro amatissimo Papa Giovanni Paolo I – esordì davanti alla folla dei fedeli radunati in piazza San Pietro quel tardo pomeriggio di lunedì 16 ottobre 1978 – Ed ecco che gli Eminentissimi Cardinali hanno chiamato un nuovo vescovo di Roma. Lo hanno chiamato da un paese lontano… lontano, ma sempre così vicino per la comunione nella fede e nella tradizione cristiana. Ho avuto paura nel ricevere questa nomina, ma l’ho fatto nello spirito dell’ubbidienza verso Nostro Signore Gesù Cristo e nella fiducia totale verso la sua Madre, la Madonna Santissima”. “Non so se posso bene spiegarmi nella vostra… nostra lingua italiana. Se mi sbaglio mi corrigerete. E così mi presento a voi tutti, per confessare la nostra fede comune, la nostra speranza, la nostra fiducia nella Madre di Cristo e della Chiesa, e anche per incominciare di nuovo su questa strada della storia e della Chiesa, con l’aiuto di Dio e con l’aiuto degli uomini“.

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