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Ecco quando potremmo scrivere la parola fine sullo sfruttamento minorile

Urmila Bhoola, esperta delle Nazioni Unite sulle forme contemporanee di schiavitù, ha dichiarato: ‘La strada verso la libertà dalla schiavitù rimane lunga nonostante l’abolizione legale della schiavitù in tutto il mondo’. Il passaggio dalla teoria, dai buoni propositi, dagli accordi internazionali, alla pratica non è semplice. Per molti governi aver messo al bando lo sfruttamento minorile è stato un modo per scaricare le proprie responsabilità. Dichiarare illegali certe forme di lavoro. Denunciarne i casi più noti su studi e ricerche. Ma fare in modo che, nel mondo, non ci siano più bambini che vengono sfruttati è un’altra cosa”.

Stop al lavoro minorile entro il 2025

E’ quanto ha dichiarato il Chair MSNA e MS Kiwanis Distretto Italia San Marino., Chair MSNA e MS Kiwanis Distretto Italia San Marino, intervistato da Interris.it in occasione della Giornata internazionale contro il lavoro minorile. “Qualche anno fa, l’Unione europea fece proprio l’obiettivo dei SDGs (target 8.7) che prevede di porre fine al lavoro minorile in tutte le sue forme entro il 2025 – ha proseguito il dott. Mauceri. Dopo un primo approccio attivo (il 2021 fu designato Anno Internazionale dell’Eliminazione del Lavoro Minorile) è stato fatto ben poco. La conseguenza è che i progressi hanno subito un rallentamento significativo. La situazione è peggiorata durante la pandemia – spiega il dott. Mauceri -. Molti ragazzi e ragazze hanno abbandonato la scuola e non vi sono più ritornati finito il lockdown perché impegnati in qualche tipo di lavoro. Se a questo si aggiungono i problemi legati ai cambiamenti climatici, è facile capire come per molti adolescenti il rischio di diventare vittime di sfruttamento è davvero elevato. Anche in Europa: molti dei minori stranieri non accompagnati che scappano dai centri di accoglienza spesso finiscono vittime di sfruttamento. Fino a quando non verranno prese misure radicali, non si potrà mai scrivere la parola fine sullo sfruttamento minorile”.

L’intervista

Quanti sono, nel mondo, i minori vittime del lavoro schiavizzato?

“Secondo i dati dell’ILO, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, nel mondo i minori impegnati in un qualche tipo di lavoro sono circa 160 milioni (97 maschi e 63 femmine). Di questi, circa 80 milioni in lavori pericolosi per la propria salute e il proprio sviluppo. Prima di andare oltre, però, permettetemi una precisazione”.

Quale?

“Non tutto il lavoro svolto dai bambini è sfruttamento minorile. Né tanto meno può essere equiparato a forme di schiavitù moderne (che purtroppo esistono). Gli standard internazionali indicano come sfruttamento minorile ogni lavoro pericoloso per la salute e lo sviluppo di un minore, che richiede troppe ore e/o che viene svolto da adolescenti troppo piccoli, a volte ancora bambini. Purtroppo, la Convenzione delle Nazioni Unite per i Diritti del Fanciullo o CRC non è di grande aiuto. L’articolo 32 della CRC afferma che ‘Gli Stati parti riconoscono il diritto del fanciullo di essere protetto contro lo sfruttamento economico e di non essere costretto ad alcun lavoro che comporti rischi o sia suscettibile di porre a repentaglio la sua educazione o di nuocere alla sua salute o al suo sviluppo fisico, mentale, spirituale, morale o sociale. Gli Stati parti adottano misure legislative, amministrative, sociali ed educative per garantire l’applicazione del presente articolo. A tal fine, e in considerazione delle disposizioni pertinenti degli altri strumenti internazionali, gli Stati parti, in particolare: stabiliscono un’età minima oppure età minime di ammissione all’impiego; prevedono un’adeguata regolamentazione degli orari di lavoro e delle condizioni d’impiego; prevedono pene o altre sanzioni appropriate per garantire l’attuazione effettiva del presente articolo’. Ma non definisce altro: lascia ampi spazi di manovra ai singoli governi. Ad esempio, non dice a partire da quale età un minore può lavorare”.

Foto di WikiImages da Pixabay

Quali sono gli stati dove questo problema è più forte?

“Le regioni dove si registra la percentuale maggiore dei bambini lavoratori sono l’Africa occidentale e quella centrale (28 per cento dei bambini di età compresa tra 5 e 14 anni). Ma anche in Medio Oriente e nel Nord Africa, nell’Asia orientale e nel Pacifico la situazione non è certo rosea: quasi il 10 per cento dei bambini di età compresa tra 5 e 14 anni sono impiegati in lavori potenzialmente dannosi per la loro salute. Una percentuale che scende al 9 per cento in America Latina e nei Caraibi, ma anche qui resta ben al di sopra di quelli che dovrebbero essere gli obiettivi a livello globale. In alcuni paesi poveri, quasi un bambino su quattro è impegnato in un lavoro dannoso per la propria salute. Si pensi al Bangladesh dove molti adolescenti lavorano in condizioni disumane alla rottamazione di grandi navi. O alla Repubblica Democratica del Congo, dove ci sono bambini che lavorano per pochi spiccioli nelle miniere di coltan (il minerale da cui si ottiene il litio essenziale per le batterie di cellulari, computer, tablet e molto altro ancora). O al Sudamerica dove lavoratori ancora bambini sono impiegati nelle piantagioni di cacao. Sebbene se ne parli poco (troppo poco) anche in alcuni paesi ‘sviluppati’ esistono problemi di sfruttamento minorile: negli USA, da anni sono stati segnalati problemi nella regolamentazione del lavoro minorile proprio nel settore dell’agricoltura”.

Quali, invece, si sono adoperati per mettere fine a questa piaga?

“Molti dei paesi Ue hanno adottato leggi in tal senso. Ma come per molti altri ‘diritti’ dei minori, la realtà spesso è diversa dalla teoria. In molti paesi lo sfruttamento minorile è ancora molto diffuso. In alcuni paesi esistono leggi per contrastare lo sfruttamento minorile ma le misure per far rispettare queste leggi sono rare. In altri paesi si è fatto un gran parlare di abolizione dello sfruttamento minorile. In realtà, anche quando all’interno dei confini nazionali sono stati ottenuti buoni risultati in tal senso, nessuno ha fatto nulla per evitare la vendita di prodotti e semilavorati provenienti da altri paesi dove vengono realizzati grazie allo sfruttamento di piccoli lavoratori. Si tratta di un fenomeno diffuso: ogni tanto qualche report denuncia lo sfruttamento di minori per produrre abiti o articoli sportivi o nel settore agroalimentare. Poi, passato qualche giorno, tutto ricade in una sorta di limbo mediatico e si torna a consumare quei prodotti senza farci caso. Senza pensare che dietro molti degli oggetti importati spesso c’è un modo di produrre che toglie ai più piccoli ogni possibilità crescere e di vivere sani. In molti casi, non si ha nemmeno accesso ai dati: questo significa che il numero di adolescenti coinvolti in questa forma di sfruttamento potrebbe essere molto maggiore di quanto si pensa”.

Ci sono dei settori dove i bambini vengono sfruttati maggiormente?

“Sono tantissimi. E riguardano la vitta di tutti. I più piccoli vengono sfruttati in attività minerarie, per lavori domestici e in molti altri ambiti. In Bangladesh, molti minori lavorano in condizioni di schiavitù alla demolizione di navi. I lavori di rottamazione vengono svolti spesso senza protezioni personali e ambientali. I cantieri scaricano rifiuti tossici sulle spiagge e nel mare. Secondo alcuni rapporti, il 13 per cento della forza lavoro è costituita da minorenni, numero che raggiunge il 20 per cento nei turni notturni, dove non è raro che vengano utilizzati lavoratori ‘in nero’. Spesso questi ‘lavoratori’ iniziano a lavorare già prima di diventare adolescenti, da bambini quando hanno solo 11 o 12 anni. Per loro molte volte non è prevista alcuna forma di protezione. Niente guanti di sicurezza per toccare l’acciaio incandescente molti utilizzano i calzini arrotolati sulle mani. Per evitare di inalare fumi tossici avvolgono attorno al volto le camicie (lasciando così esposto il resto del corpo al sole cocente). I pezzi di acciaio tagliati vengono trasportati a piedi nudi sulla sabbia resa insidiosa dalle schegge di metallo e dai liquami fuoriusciti dai relitti”.

Foto di Marcel Gnauk da Pixabay

Qual è la situazione degli adolescenti in America Latina, Asia e Africa?

“Qui i bambini sono lavoratori nelle miniere d’oro più piccole: scavano sottoterra in pozzi dove le strutture sono pericolanti ed è elevato il rischio di crolli. Per lavorare l’oro utilizzano il mercurio che causa gravi danni alla salute. In centro Africa, nelle miniere di coltan (il minerale da cui si ricava il litio), sono tantissimi i bambini coinvolti. E ancora una volta i ritmi sono massacranti e i rischi per la salute elevatissimi. Per questi bambini il diritto al gioco previsto dalla CRC è una mera utopia. Del resto non sanno neanche che è un loro ‘diritto’”.

Ma qual è il settore che più di ogni altro approfitta della manodopera a basso costo dei minori?

“E’ l’agricoltura. Secondo i dati diffusi dalla FAO, sono 112 milioni (il 70 per cento del totale) i bambini e le bambine che lavorano nell’agricoltura, nell’allevamento, nella silvicoltura, nella pesca o nell’acquacoltura. A rendere più complicata la situazione il fatto che, molte volte, lo sfruttamento di questi minori è difficile da provare: adolescenti, a volte ancora bambini, a volte aiutano un familiare, senza ricevere una retribuzione; altre volte lavorano per piccole aziende agricole o in imprese rurali dove sono costantemente sotto il controllo dei datori di lavoro (anche grazie alla carenza di controlli). Nelle piantagioni di tabacco, non è raro vedere bambini lavorare per lunghe ore in condizioni di caldo estremo, esposti ai pesticidi tossici causa di malattie gravi. In questo settore sembra non esserci disparità tra i sessi: ragazzi e ragazze hanno la stessa probabilità di essere coinvolti in una qualche forma di lavoro. Fanno eccezione l’America Latina e i Caraibi, dove ad essere coinvolti sono maggiormente gli adolescenti maschi (ma la differenza con le coetanee di sesso femminile non è altissima). Disparità di genere che invece si riscontrano in altri settori: le ragazze presentano una probabilità maggiore di svolgere lavori domestici”.

C. Alessandro Mauceri

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