Il 19 marzo non è solo una data sul calendario, ma un incrocio profondo tra fede, tradizione popolare e identità familiare. Nel cuore del quartiere Trionfale a Roma, la Basilica dedicata al Santo Custode si prepara a diventare il baricentro di una devozione che scavalca i confini del rione per parlare al mondo. Mentre l’aria si riempie del profumo dei tradizionali bignè e la città celebra la Festa del Papà, la comunità di San Giuseppe si stringe attorno al suo Superiore, Don Salvatore Alletto, per riscoprire l’attualità di una figura silenziosa ma rivoluzionaria. A Interris.it don Salvatore ci guida alla scoperta di un Giuseppe “moderno”: non un’icona distante, ma un modello di paternità accogliente e concreta, capace di offrire risposte alle sfide dei genitori di oggi. Tra il valore del silenzio operoso e l’impegno costante nella carità, emerge il ritratto di una festa che è, prima di tutto, un inno alla protezione e alla cura verso l’altro.
L’Intervista
Don Salvatore, la Basilica del Trionfale è il cuore pulsante del culto giuseppino a Roma. Cosa rappresenta per la vostra comunità la festa del 19 marzo?
“Per noi è il momento in cui la famiglia del Trionfale si stringe attorno al suo patrono. San Giuseppe non è un santo ‘distante’, ma un compagno di strada quotidiano. La festa del 19 marzo è l’esplosione di questa devozione che unisce la preghiera solenne alla gioia popolare. È la festa del ‘custode’, colui che ha protetto la Sacra Famiglia e che oggi continua a proteggere ogni lavoratore, ogni padre e ogni persona in difficoltà che bussa alla nostra porta”.
Quest’anno la festa assume un valore particolare. Qual è il messaggio che San Giuseppe lancia ai papà di oggi?
“Essere padri oggi è una sfida complessa, spesso segnata da incertezze. Giuseppe ci insegna la ‘paternità dell’accoglienza’. Non è un padre che impone, ma un padre che serve con amore e silenzio. Ai papà dico: non abbiate paura della fragilità. Giuseppe ha affrontato l’ignoto con fiducia. Il suo messaggio è che la vera forza di un padre risiede nella sua capacità di esserci, di proteggere i sogni dei figli e di sostenerli senza sostituirsi a loro”.
La vostra Basilica è nota anche per il celebre “Transito” e per le tradizioni popolari, come i bignè e la solidarietà. Come si conciliano sacro e profano in questa giornata?
“Nella visione cristiana non c’è separazione netta: la gioia della tavola è il prolungamento della gioia dell’altare. San Giuseppe è il santo della concretezza. Onorarlo con un dolce o con una festa di quartiere significa celebrare la vita. Ma non dimentichiamo la carità: la nostra comunità, proprio nel nome di Giuseppe, è impegnata ogni giorno nel sostegno ai poveri. La festa è completa solo se, oltre a festeggiare i nostri padri, ci ricordiamo di chi un padre non ce l’ha o di chi sta vivendo un momento di prova”.

In un mondo che corre veloce, il “silenzio” di San Giuseppe è ancora attuale?
“È rivoluzionario. Il silenzio di Giuseppe non è assenza di parole, ma pienezza di ascolto. In un’epoca di rumore mediatico costante, Giuseppe ci invita a ritrovare lo spazio interiore per ascoltare la voce di Dio e i bisogni di chi ci sta accanto. È un silenzio operoso: lui non parla, agisce. Ed è l’azione, oggi più che mai, a dare credibilità alle nostre parole”.
Cosa augura ai suoi parrocchiani e a tutti i papà che varcheranno la soglia della Basilica il 19 marzo?
“Auguro loro di sentirsi ‘custoditi’. Vorrei che ogni uomo che entra in questa chiesa possa guardare San Giuseppe e dire: ‘Posso farcela anch’io’. Auguro a tutti i papà la gioia di riscoprire il valore inestimabile del loro ruolo e la serenità di una casa dove regna la pace. Vi aspettiamo per celebrare insieme questa bellezza”.

