Don Marco Pagniello ai media: “Stare con gli ultimi è giustizia”

Il Direttore di Caritas Italiana, don Marco Pagniello, invita i media a superare la dittatura della velocità per riscoprire il valore della prossimità e della verità nel racconto delle disuguaglianze

don Marco Pagniello, direttore Caritas Italiana. Foto Francesco Vitale

C’è un rischio sottile che corre l’informazione di oggi, schiacciata tra la dittatura dei tempi brevi e la caccia al titolo ad effetto: quello di trasformare il volto della povertà in un’immagine sfuocata, in un dato statistico che scivola via tra una notifica e l’altra. Ma la povertà non è un’emergenza passeggera, è una realtà complessa che richiede, prima di tutto, il coraggio della presenza. Don Marco Pagniello, Direttore di Caritas Italiana, lancia a Interris.it una sfida aperta al mondo dei media. Non si tratta solo di rispettare la deontologia, ma di riscoprire una vera e propria funzione pedagogica. Don Marco ci invita a superare i “tranelli” della comunicazione veloce per abbracciare un giornalismo che sappia “stare” con le persone, che abbia la pazienza di abitare le comunità e la forza di indagare le cause profonde dell’esclusione. Secondo la visione di Caritas, il giornalista non è un semplice spettatore, ma il tassello fondamentale di un’alleanza educativa. Raccontare gli ultimi significa infatti restituire loro dignità, trasformando la notizia in un’opportunità di riscatto e l’informazione in un atto di giustizia sociale. È un richiamo alla vocazione di chi scrive e comunica: uscire dalle logiche del “si dice” per farsi testimoni di verità, contribuendo attivamente al bene comune.

L’Intervista

Don Marco, partiamo dallo statuto di Caritas Italiana. L’articolo 1 vi assegna una funzione “pedagogica”. In che modo questa missione si intreccia con il mondo dell’informazione oggi?

“La nostra funzione è quella di stimolare i vari mondi della società affinché si faccia rete nel contrasto alla povertà. Non basta assistere, bisogna conoscere le cause dell’indigenza per poi poterle rimuovere. In questo processo, il giornalismo ha un compito cruciale. Tuttavia, deve avere il coraggio di uscire da certe logiche e da alcuni “tranelli” comunicativi. Il rapporto che abbiamo pubblicato oggi evidenzia come anche la narrazione della povertà risenta di tempi troppo stretti, che non permettono l’approfondimento. Spesso ci si limita a una cronaca basata sul ‘sentito dire'”.

Di che tipo di giornalismo abbiamo bisogno, secondo lei, per raccontare davvero gli ultimi?

“Abbiamo bisogno di un giornalismo che vada a fondo, che stia fisicamente con le persone e nelle comunità. Una realtà complessa come la povertà va prima compresa, e per farlo serve tempo. Per questo Caritas propone oggi una sfida: un’alleanza, simile a quella delle comunità educanti che si prendono a cuore il futuro dei minori. Proponiamo ai giornalisti di metterci insieme se davvero abbiamo a cuore la verità, la giustizia sociale e il contrasto alle disuguaglianze. Quando il giornalismo si fa “servizio” e comunica opportunità, diventa un aiuto concreto per chi è all’ultimo posto della fila”.

Sala Regia di un Telegiornale. Foto STEFANO CAROFEI/Imagoeconomica

Viviamo in una società dominata dal sensazionalismo e dalla velocità. C’è il rischio che il fenomeno della povertà non sia realmente conosciuto nella sua profondità?

“Assolutamente sì. Spesso la conoscenza del fenomeno è superficiale. Per questo è necessario mettere in campo strumenti di formazione e aggiornamento per chi lavora nei media. E qui parlo anche di noi come Caritas: non dobbiamo ridurci a fornire semplici dati. Dobbiamo costruire una relazione con il mondo dei media per raccontare tutto ciò che la Chiesa fa ogni giorno in Italia. L’obiettivo è mostrare non solo il disagio, ma anche i cammini di dignità e le occasioni di riscatto che esistono”.

Lei parla spesso di “alleanze educative”. Qual è il fine ultimo di questa collaborazione tra Caritas e media?

“Il fine è formare le coscienze. Credo sia il grande compito del nostro tempo. Mi permetto di dire agli amici giornalisti: fare questo mestiere non è solo un modo per assicurarsi il sostentamento, è una vocazione. Raccontare la verità è una risposta a un Dio che ci chiama a contribuire attivamente al bene comune”.

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