La Pastorale Giovanile di Roma si risintonizza con le nuove generazioni, riconoscendo la loro profonda sete di autenticità e spiritualità, che va oltre i semplici momenti di festa. Nonostante l’iperconnessione, i giovani manifestano una solitudine che cercano di colmare con relazioni autentiche. La Chiesa deve entrare negli “ambienti” digitali, non solo usarli come mezzi, collaborando in tandem con i giovani “nativi digitali”. A Interris.it don Alfredo Tedesco, direttore della Pastorale Giovanile della Diocesi di Roma.
L’Intervista
Siamo alla chiusura dell’anno giubilare, culminato con la giornata mondiale della Gioventù celebrata a livello diocesano. Quanto è importante questo evento per la Diocesi di Roma in questo momento?
“È assolutamente importante, in particolare in quest’anno giubilare. Questa tappa diocesana era necessaria per valorizzare la conclusione del Giubileo dei Giovani e, soprattutto, per risintonizzarci con le giovani generazioni della Diocesi di Roma. Celebrarla nella nostra cattedrale, la Basilica di San Giovanni in Laterano, la madre di tutte le chiese, ha un valore simbolico enorme: i giovani si sentono accolti nella Chiesa di Roma stessa”.
Cosa ti colpisce maggiormente nel vedere questi giovani non solo in momenti di festa, ma anche capaci di mettersi in adorazione e di pregare?
“Questo è un tasto molto importante. Noi adulti tendiamo a pensare che temi come la preghiera, l’adorazione o la musica sacra non li tocchino minimamente. In realtà, questo è vero solo in parte. Quello che emerge è una domanda spirituale profonda e la richiesta di alzare l’asticella delle proposte. Certo, la festa è lodevole e attesa, ma c’è una richiesta di andare oltre. Noi rispondiamo a questa esigenza con momenti di preghiera e adorazione che saranno preceduti dall’ascolto della Parola e dalle loro domande, e arricchiti da musica ben curata, ad esempio con Monsignor Marco Frisina e il Coro della Diocesi di Roma. Come diceva Sant’Agostino, ‘chi canta bene prega due voltei, ed è un linguaggio che i giovani padroneggiano”.

Qual è l’elemento che ti colpisce di più nei giovani che incontri oggi?
“La sete di autenticità. Rispetto alla mia generazione, c’è un desiderio profondo di essere veri, autentici, e chiedono la stessa cosa a noi adulti. Sono meno ideologici, ma hanno una sete di verità e un desiderio di essere ascoltati. L’altro aspetto che colpisce, ma che non è negativo in senso assoluto, è la loro solitudine. Sono iperconnessi, eppure sono soli. In questa solitudine, però, chiedono alla Chiesa esperienze che confermino una grande connessione, una connessione spirituale, relazionale, ma soprattutto autentica, in un mondo molto frammentato”.
Tu hai introdotto i social network e il digitale nella pastorale giovanile di Roma. Quanto è importante considerare questi mezzi come veri e propri “ambienti”?
“È fondamentale avere la consapevolezza che questi non sono semplicemente mezzi, ma veri e propri ambienti – il digitale, i social, i video. Sono un contesto dove la Fede può entrare e dove il messaggio dell’evangelizzazione può attecchire. Ho iniziato questo mandato in piena pandemia [settembre 2020], e questo mi ha imposto di riflettere su come approcciare le nuove generazioni. Ignorare il digitale, che per loro è un luogo normale di formazione e di vita, significa lasciare lo spazio a qualcun altro”.

A proposito di social, in che modo gli adulti e i giovani possono lavorare insieme in questo “continente digitale”?
“Noi adulti abbiamo certamente una maggiore consapevolezza, ma loro sono i nativi digitali. Credo che sia cruciale farci aiutare dalle loro intuizioni e da quella formazione implicita che hanno ricevuto. Se riusciamo ad agire in tandem, con la nostra consapevolezza e la loro competenza nativa, possiamo attivare qualcosa di veramente significativo per la Chiesa in questo continente digitale”.
La Solennità di Cristo Re chiude un anno liturgico e ne apre un altro, che si collega al Giubileo. Quali sono le proposte della Pastorale Giovanile per la Diocesi di Roma alla luce di questa eredità?
“Dobbiamo ripartire dall’eredità ricevuta, innanzitutto fermandoci a rendere grazie per tutte le cose belle che ci sono state. Da qui, dobbiamo discernere e programmare. Il programma per l’anno che si apre, in attesa di quello che sarà il cammino verso Seul, sarà scandito dai tesori che abbiamo acquisito: la spiritualità, la formazione e il pellegrinaggio. Troveremo sicuramente nei programmi il valore del pellegrinaggio come altro luogo bello per i giovani, e potenzieremo la missione, il volontariato e l’attenzione alla formazione specifica per evangelizzare al meglio”.

