Disturbo oppositivo provocatorio: strategie per l’inclusione

Di cosa si tratta, come riconoscere la patologia, quando bisogna intervenire e quale ruolo svolgono i genitori

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Il DOP, Disturbo Oppositivo Provocatorio, conosciuto in tutto il mondo contemporaneo (come ODD, Oppositional Defiant Disorder), è una patologia che porta il bambino a mostrare rabbia, irritabilità, rancore, senso della vendetta e della provocazione. Si tratta di una vera e propria malattia, non di un capriccio o di un frutto dei “valori” dei nostri tempi. Si origina, in genere, intorno ai 6 anni, compromettendo la socialità proprio nella sua fase iniziale e fondante. Il disturbo risente, nella maggior parte dei casi, di situazioni di partenza svantaggiate, di degrado o di condizioni familiari e sociali diseducative.

Occorre intervenire subito, senza disconoscere o sottovalutare il fenomeno. Con la crescita, il problema si amplifica, si traduce nel “disturbo della condotta” e nel comportamento antisociale. Si presenta, a volte, insieme ad altre patologie, fra queste l’ADHD (disturbo da deficit di attenzione/iperattività). La patologia può proseguire nell’età adolescenziale e adulta o palesarsi come nuovo fenomeno. Ci sono delle affinità comportamentali tra le diverse età, tuttavia, gli individui più grandi non si limitano a sgomitare per essere ascoltati bensì precipitano, spesso, in atti molto gravi, a carattere criminale.

Nell’affrontare una problematica, il bambino “DOP” non attiva propriamente una dinamica positiva di problem solving, piuttosto enfatizza le condizioni emotive, esasperando gli stimoli negativi che circondano il fenomeno. Il ruolo dei genitori, nell’accettare la diagnosi di DOP è di duplice tipo: alcuni si considerano responsabili, per un atteggiamento lassista e diseducativo, continuando a dimostrare incapacità e arrendevolezza nel sostenere la situazione. Altri, al contrario, si deresponsabilizzano.

La cura prevede programmi specifici di terapia di gruppo, di carattere cognitivo comportamentale, con riferimento all’affettività, di rinforzo del comportamento positivo oppure attraverso dei farmaci specifici. In età prescolare, nel percorso psicoeducativo vengono coinvolti i soli genitori.

Il comportamento quotidiano, di un bambino DOP, presenta delle caratteristiche di sfida, di irrequietezza e di nervosismo, di facile rancore e, in generale, di complessa integrazione con i pari e con gli adulti (familiari e insegnanti), per un periodo non inferiore ai 6 mesi.

Alla voce “Disturbo oppositivo provocatorio”, Wikipedia ricorda “è elencato nel DSM-5, tra i Disturbi da comportamento dirompente e della condotta e definito come ‘un modello di umore arrabbiato/irritabile, comportamento polemico/provocatorio o vendicativo’ nei bambini e negli adolescenti. A differenza dei bambini con disturbo della condotta, i bambini con disturbo oppositivo provocatorio non sono aggressivi nei confronti di persone o animali, non distruggono proprietà e non mostrano un modello di furto o inganno […] il bambino deve mostrare quattro su otto segni e sintomi per soddisfare la soglia diagnostica per il disturbo oppositivo provocatorio. Questi sintomi includono: 1) Spesso perde la pazienza; 2) È spesso permaloso o facilmente infastidito; 3) È spesso arrabbiato e risentito; 4) Discute spesso con figure autorevoli o per bambini e adolescenti, con adulti; 5) Spesso sfida attivamente o rifiuta di soddisfare le richieste di figure autoritarie o le regole; 6) Spesso infastidisce deliberatamente gli altri; 7) Spesso incolpa gli altri per i suoi errori o comportamenti scorretti; 8) È stato dispettoso o vendicativo almeno due volte negli ultimi 6 mesi”.

L’Istituto Beck (“gruppo di professionisti per offrire il proprio contributo nel settore della salute mentale in linea con le più aggiornate linee guida evidence-based internazionali”), al link https://www.istitutobeck.com/disturbo-oppositivo-provocatorio, scrive “Il disturbo oppositivo-provocatorio è riscontrabile in circa il 5-10% dei bambini in età compresa tra i 6 e i 12 anni e con maggior frequenza nei maschi che nelle femmine”.

intherapy.it, sito “della prima rete nazionale di psicoterapia fondata su evidenze scientifiche e di rapida efficacia”, al link https://www.intherapy.it/disturbo/disturbo-oppositivo-provocatorio/, scrive “Nel disturbo oppositivo provocatorio prevalgono emozioni quali la rabbia e l’irritazione, unitamente a comportamenti di polemica e sfida. La prevalenza del disturbo varia tra l’1 e l’11%, con una stima media del 3,3% circa. L’incidenza può subire variazioni a seconda dell’età e del genere del bambino. Nelle fasce di età precedenti all’adolescenza, il disturbo sembra presentarsi con più frequenza nei maschi, piuttosto che nelle femmine (1,4:1), tale predominanza maschile non è, tuttavia, sempre riscontrata nella fascia adolescente e adulta. La frequenza del disturbo oppositivo provocatorio risulta maggiore nelle famiglie in cui un genitore presenta un disturbo antisociale ed è più comune nei figli di genitori biologici con dipendenze da alcool, disturbi dell’umore, schizofrenia, o di genitori con una storia di disturbo da deficit di attenzione e iperattività o di disturbo della condotta”.

“DOP” (sottotitolo “Disturbo oppositivo provocatorio. Cosa fare e non fare”) è il testo scritto da Gianluca Daffi, psicologo e professore universitario, pubblicato da “Erickson” nell’agosto scorso. Si tratta di una guida molto efficace, di ausilio agli insegnanti, per sapersi muovere in presenza di un caso di DOP.

Anche il settore dei giochi è orientato, attraverso dinamiche legate al colore, alla creatività, alla risoluzione di piccoli problemi, a impegnare e stimolare l’attenzione dei bambini, al fine di valorizzare l’autostima, a interagire con altri giocatori, nel rispetto delle regole, nel controllo di ogni azione, con la necessaria ponderazione rispetto a una decisione più istintiva e prepotente.

Non è semplice riuscire a scalfire la coltre di cattivo umore, di irascibilità e di contrarietà che contraddistinguono il bambino DOP. Arduo liberarlo da quelle catene normative che lui ritiene essere autoritarie e oppressive; dimostrare come la regola non sia formalismo e rigorismo etico.

È importante capire il disagio del bambino e, al tempo stesso, renderlo consapevole che si è vigili nei confronti delle sue difficoltà e che (senza un atteggiamento servile) si vuole dialogare e concorrere al suo bene.

Senza amplificare o minimizzare la patologia, occorre centrare la problematica del bambino e renderlo partecipe, parte attiva di ogni lavoro in gruppo, far capire come i pari non siano uno contro l’altro (“homo homini lupus”) e che il corpo non sia oggetto, passivo, di etichettatura da parte del prossimo bensì un modo, attivo, di porsi nella realtà, un punto di vista sul mondo. Attenzione, non umiliazione: questa può essere, riassunta, la “formula” migliore (non perfetta) per rapportarsi ai casi di DOP.

Dinanzi ai casi diagnosticati, l’insegnante deve promuovere una condotta non di repressione o di freddo autoritarismo, improduttivo per le due parti in essere. È necessaria, invece, autorevolezza, stimolando ogni piccolo progresso del bambino e operare affinché sia inserito il più possibile nel “gruppo classe”. Tale innesto deve escludere, in ogni caso, qualsiasi rapporto competitivo; dovrà essere, invece, collaborativo e fondato su totale empatia, comunicazione e rispetto dell’individualità.

A proposito di inclusione, Papa Francesco, nel 2013, affermava “Il futuro sta nella convivenza rispettosa delle diversità, non nell’omologazione a un pensiero unico teoricamente neutrale”. Il “fatto nuovo”, fondamentale, è che oggi, al contrario del passato, si cerca di salvare la vittima e di non isolarla. È necessario porre attenzione ed esser tempestivi: l’atteggiamento di questi bambini può essere prodromo di un’attività futura di bullismo.

L’inclusione è idealmente condivisa e predicata, attualmente più difficile, soprattutto con i soggetti con problematiche relative al comportamento i quali generano conflittualità per tutte le parti coinvolte: rapporti con l’insegnante, tra insegnanti, con i compagni di classe, con i genitori e fra genitori. In tali casi, l’esclusione è, purtroppo, dietro l’angolo e le “soluzioni” vertono sulle varie possibilità di limitare la presenza del bambino a scuola, di escluderlo dalle gite, di punirlo o di invogliare la famiglia a cercare scuole più “adatte”.

Il bullismo è figlio anche di questi atteggiamenti. Il bambino con DOP è difficilmente accettato dai suoi pari e dai loro genitori. Non è con l’esclusione, tuttavia, che si risolve il problema, sia per il bambino sia per la comunità che lo accoglie. La società non può crescere nello spostare fisicamente un problema e chiudere gli occhi dinanzi a un bambino che, in fondo, non per colpa sua, finisce per l’essere l’anello più debole della catena e forse irrecuperabile. Not in my back yard, non nel mio cortile” è il falso ed egoistico paradigma risolutivo. Una società vera, cristiana e solidale, invece, non esclude dal proprio giardino, lo apre al mondo.

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