Il dolore della psiche prende corpo. Quando si rifiuta il cibo, quando ci si rifugia nell’alimentazione incontrollata, quando ci si “abbuffa” per poi liberarsi forzatamente, è un tentativo di non farsi sopraffare da una profonda sofferenza. L’anoressia, la bulimia, il binge-eating e l’emergente disturbo evitante-restrittivo degli introiti di cibo sono patologie psichiatriche accomunate da un rapporto alterato con gli alimenti e con la percezione del proprio corpo, derivanti fattori psicologici o socio-culturali, come ansia o senso di inadeguatezza. Un fenomeno che preoccupa gli esperti è l’abbassamento dell’età di esordio dei disturbi del comportamento alimentare (DCA), per cui è il ruolo della famiglia sempre più importante – affinché non rappresenti un fattore di rischio e sia una risorsa nel trattamento della patologia.
Esordio precoce
In Italia 3,5 milioni di persone soffrono di un disturbo del comportamento alimentare. “La più frequente è l’anoressia, circa il 36% dei casi, seguita dalla bulimia, il 17%”, dice a Interris.it il dottor Italo Pretelli dell’unità operativa di Anoressia e disturbi alimentari dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, in occasione della Giornata nazionale del fiocchetto lilla, istituta per sensibilizzare su queste patologie. “Vediamo l’età d’esordio abbassarsi. L’anoressia nervosa tende a manifestarsi intorno ai 15 anni, ma la riscontriamo in bambini che ne hanno meno di dodici” – continua – “una malattia che origina in una fase precoce può continuare nell’età adulta, se non gestita, spesso insieme ad altri disturbi”. Andando a individuare un primo e un dopo, la pandemia di Coronavirus è stata un momento spartiacque. “Dal post Covid c’è stato un importante aumento di quasi tutti i disturbi psichiatrici. Non sono tempi facili, ai giovanissimi si chiede molto quando non hanno ancora gli strumenti né l’esperienza e non sempre i genitori riescono a dargli le risposte adeguate”, osserva Pretelli.
Fattori di rischio social(i)
I messaggi che arrivano dal mondo esterno possono avere grande rilevanza per l’insorgenza di questi disturbi. Dai discorsi sentiti a tavola ai contenuti social, i più piccoli possono trovarsi esposti a valutazioni o modelli, estetici ma non solo, irrealistici. “Già a livello famigliare occorre essere attenti a ciò che si dice ed educare i bambini e gli adolescenti a un uso intelligente dello smartphone, dove possono trovare tante informazioni non filtrate. Se i ragazzi sentono che in casa si parla molto di cibo, di forma fisica, o guardano in Internet un video sul digiuno intermittente, non adatto a chi è in fase di sviluppo, potrebbero pensare che se non si fa in una certa maniera, se non si corrisponde a una certa idea, allora non si è accettati”, rileva l’esperto.
Controllare la sofferenza
Se il rapporto alterato con il cibo è la manifestazione di un problema interiore, viene da chiedersi cosa una persona cerchi, adottando questo comportamento. “Ogni caso è differente. Le cause per cui un paziente fa una cosa rispetto a un’altra variano”, sottolinea Pretelli. Il paziente che soffre di anoressia nervosa tende a percepire il controllo alimentare come un meccanismo di difesa. “Ritiene che privarsi del mangiare sia una sofferenza più sopportabile rispetto alla percezione che ha di sé”, spiega il medico. O si crede di compensare quello che si è ingerito facendo molta attività fisica. “Ci sono pazienti che cercano di raggiungere una certa forma corporea dopo aver subito atti di bullismo per il proprio fisico”, aggiunge. L’alimentazione incontrollata, come il binge eating, è invece un tentativo di gestire con il dolore con la gratificazione alimentare.
La famiglia-risorsa
Quale che sia il disturbo che ci si trova davanti, la sfida è capire l’origine della sofferenza perché “lì c’è il nocciolo della terapia”, sottolinea l’esperto. I segnali da cogliere, già a casa, sono il manifestarsi di un’attenzione eccessiva, se non ossessiva, a come ci si vede, fino ad indossare indumenti larghi e coprenti – come per mascherare qualcosa che non percepisce andare bene -, sbalzi d’umore, isolamento sociale. Ancora, quando si perde la leggerezza durante i pasti, eliminando alcuni cibi o sminuzzando le pietanze e mangiando molto lentamente, aggiungendo anche un esagerato esercizio fisico. “La famiglia è una risorsa più che necessaria per capire da dove nascono certe insoddisfazioni e per evitare che il minori creda che il problema sia solo suo”, osserva Pretelli, “i parenti non devono focalizzarsi sul non mangiare, bensì fargli capire che in loro ha un punto di riferimento”.

