I dieci grandi discorsi del pontificato di Benedetto XVI

L'intervista di Interris.it a padre Federico Lombardi, già direttore della Sala stampa della Santa Sede, in occasione della pubblicazione del libro "Con Dio non sei mai solo", relativo al pontificato di Benedetto XVI

Papa Benedetto XVI è stato un grande Padre della Chiesa moderna, grazie alla ricchezza del suo insegnamento che ha toccato diversi ambiti del dogma, della fede e della vita di tutti noi. Interris.it, in merito ai punti cardine del pontificato di Benedetto XVI, ha intervistato padre Federico Lombardi, dal 2006 al 2016 direttore della Sala stampa della Santa Sede e autore della prefazione del libro “Con Dio non sei mai solo”, che raccoglie gli interventi centrali di papa Ratzinger.

L’intervista

Padre, nel libro “Con Dio non sei mai solo” sono raccolti i dieci grandi discorsi del pontificato di Benedetto XVI. Qual è, secondo Lei, il loro tratto comune dal punto di vista teologico e umano?

“Benedetto XVI è un teologo che vive nel suo tempo. Nella sua esperienza il Concilio Vaticano II ha avuto un posto importantissimo ed egli ritiene che il frutto del Concilio sia di contribuire a riformulare la missione della Chiesa in rapporto con la situazione del mondo e della cultura di oggi. Ma egli è anche un teologo che si sente profondamente radicato nella comunità della Chiesa e nella sua storia viva; quindi, in continuità con la fede di coloro che lo hanno preceduto: pastori, teologi, santi, popolo fedele. Egli ha studiato i Padri della Chiesa del primo millennio, in particolare il più grande di essi, Sant’Agostino; ha studiato i grandi teologi del Medioevo, ad esempio San Bonaventura; ha studiato in profondità i teologi moderni e – anche grazie al Concilio – è stato in rapporto personale con molti dei più significativi teologi contemporanei. Questa ricchezza culturale vastissima si riflette nei suoi scritti, nel suo magistero pontificio e nei suoi discorsi. Fra questi sono particolarmente significativi quelli che si impegnano a tracciare le basi del dialogo possibile fra la fede e la cultura moderna sulla base della ragione umana, e quelli che sostengono il contributo della fede e della comunità dei credenti per la vita di una società rispettosa della dignità della persona umana”.

Quale deve essere, secondo il pensiero di Benedetto XVI, il ruolo dell’etica nella politica?

“Per non dare una risposta troppo generale a questa domanda che tocca innumerevoli argomenti, darei due suggerimenti.  Il primo è di riprendere in mano il Catechismo della Chiesa Cattolica. È una grande opera di presentazione sistematica e ordinata dell’insegnamento cattolico, che comprende anche i campi principali della vita della società di oggi (famiglia, giustizia sociale, vita, pace, comunicazione, ecc.). Non è un libro scritto dal card. Ratzinger, ma sotto la sua guida, quindi ne rispecchia certamente il pensiero. Il secondo è di rileggersi la sua unica enciclica ‘sociale’, la Caritas in veritate, scritta per ricordare e attualizzare la più famosa enciclica sociale di Paolo VI, la Populorum progressio. Si vedrà come Papa Benedetto presenti la prospettiva cristiana sui più grandi problemi dello sviluppo umano nel nostro tempo – come il dominio della tecnica, la globalizzazione dell’economia – e metta lucidamente in guardia dai rischi gravissimi di uno sviluppo non guidato dall’etica: il potere tecnologico e quello economico devono assolutamente essere limitati per rimanere orientati al bene comune e alla dignità della persona umana”.

Che insegnamento ci ha lasciato Benedetto XVI in merito al rapporto tra ragione e fede?

“Tutto il pensiero di Joseph Ratzinger e il suo magistero come papa sono nutriti insieme dalla fede e dall’esercizio della ragione. Egli è assolutamente convinto che la fede e la ragione siano le due ali che permettono all’uomo di alzarsi e volare. Non vanno in nessun modo viste o messe l’una contro l’altra, ma devono restare in dialogo fecondo fra loro.  La ragione, se esclude la fede, rimane chiusa in sé e perde dimensioni essenziali della vita umana: l’amore, la trascendenza… La fede, se esclude la ragione, cade nel fanatismo, nella superstizione, nell’irrazionalità. Tutti i grandi discorsi di Benedetto XVI, in un modo o nell’altro, sono appelli alla cultura del nostro tempo perché si mantenga aperta al contributo che la fede può e deve dare per il bene dell’uomo e della società, affinché il nostro mondo non diventi un deserto per lo spirito o venga dominato da forme esplicite o subdole di totalitarismo. La ragione di cui Papa Benedetto ci parla è una “ragione aperta”, che continua ad esercitarsi non solo nella matematica, nelle scienze positive, nel calcolo economico, ma anche nella filosofia, nelle arti, nella teologia, nel porsi le grandi domande su Dio e il senso della vita e della storia”.

Padre Lombardi con Benedetto XVI

Quando ha saputo della rinuncia di Benedetto XVI? Cosa ha provato in quel momento?

“Per me la decisione della rinuncia di Benedetto XVI non è stata una sorpresa molto grande o sconvolgente. Come ho già detto moltissime volte, Papa Benedetto aveva detto e scritto pubblicamente da molto tempo che la rinuncia da parte di un papa era giustificata – e in certi casi doverosa – se avesse visto chiaramente che le sue forze non erano più proporzionate a svolgere bene la sua responsabilità davanti alla Chiesa, e quindi davanti a Dio, che gli aveva affidato questa responsabilità. Non sapevo se e quando sarebbe giunto a questa decisione, ma lavorando vicino a lui mi rendevo conto che egli era ben consapevole del diminuire delle sue forze. Quando ho sentito la sua dichiarazione di rinuncia, mi è sembrata perfettamente chiara e del tutto ragionevole, e l’ho ammirato moltissimo, perché era una prova di umiltà e di coraggio molto grande, dato che era il primo a prendere questa decisione. Era chiaro che viveva il suo compito di papa non come un potere da conservare, ma come un servizio da svolgere finché ne avesse avuto le forze, e poi da lasciare ad altri quando fosse giunto il tempo opportuno. Anche ora, dopo l’esperienza dei dieci anni dopo la rinuncia, ritengo straordinaria la chiarezza con cui Papa Benedetto ha visto che era giunto il tempo opportuno. È infatti evidente che in seguito non sarebbe stato più in grado di governare la Chiesa universale con la forza e il dinamismo che sarebbero stati necessari”.

Ripensando al pontificato di Benedetto XVI e alla sua figura, sotto il profilo umano e religioso, quali momenti ricorda?

“Naturalmente ne ricordo moltissimi. Ne scelgo due, collegati alla prima e all’ultima Giornata Mondiale della Gioventù a cui prese parte come papa. Il primo è l’immagine dell’arrivo a Colonia su un grande battello in navigazione sul Reno. Stava sullo spazio di prua, circondato da molti giovani e ragazze di tanti paesi, in un clima di grande festa, sullo sfondo delle torri altissime della cattedrale, lanciate verso il cielo e verso Dio. Eravamo all’inizio del pontificato e nel suo paese. Un tempo bello e pieno di speranza, come è giusto che sia ogni inizio di una grande impresa spirituale. Il secondo è la veglia sulla spianata dell’aeroporto Cuatro vientos di Madrid, con un milione di giovani, nell’oscurità della notte, con lo scatenarsi di una terribile tempesta di vento e di pioggia, che mise fuori uso gli impianti di luce e di audio, generando un’atmosfera di grande preoccupazione. Il papa rimase fermo sotto un ombrello, aspettando pazientemente nella tormenta, e tutti seguirono il suo esempio. Poi la pioggia e il vento cessarono e subentrò una grande calma. Fu portato sul palco il Santissimo Sacramento, nello straordinario ostensorio della cattedrale di Toledo. Il papa si inginocchiò in adorazione silenziosa e con lui tutta l’immensa assemblea in silenzio assoluto e intensissimo. Momenti indimenticabili. Per me sono rimasti come una ‘parabola’ del pontificato, e in certo senso di tutta la vita della Chiesa. Non sono mancati e non mancheranno i tempi difficili, ma dopo averli portati con pazienza, umiltà e coraggio, se la comunità, insieme al suo pastore, si mette in preghiera davanti al Signore, viene la pace”.