Il verde dei prati arretra e il marrone polveroso della terra arida avanza. Quasi un terzo del territorio italiano è a rischio desertificazione, il degrado del suolo da fertile a improduttivo, per cause naturali o antropiche. Coldiretti lancia l’allarme per la Giornata internazionale contro la desertificazione e la siccità: in mezzo secolo si sono persi 2,4 milioni di ettari di pascoli permanenti, da oltre cinque milioni e mezzo, con effetti sulla biodiversità, l’assetto idrogeologico e attività come l’allevamento, proponendo un piano nazionale di bacini naturali per raccogliere l’acqua piovana per gli usi civili e agricoli. E proprio i pascoli sono il focus dell’edizione di quest’anno della Giornata istituita dall’Onu.
“Sotto il cielo”
A parlare di queste distese di vegetazione spontanea che nutre gli animali da allevamento, come mucche, pecore e capre, è chi ci sta quotidianamente a contatto, i pastori. Presidi ambientali, tra i primi a fare i conti con gli effetti del cambiamento climatico. “La pastorizia è sempre stata sotto il cielo”, dice a Interris.it Battista Cualbu, presidente di Coldiretti Sardegna e del Consorzio per la tutela della Igp Agnello di Sardegna, per spiegare come questa attività sia comunque soggetta alle condizioni climatiche. “A Natale abbeveravo gli animali con l’autobotte perché le falde erano asciutte e nel giro di pochi mesi abbiamo avuto l’estremo opposto, con l’acqua che ristagnava e gli erbai autunno-invernali ne hanno sofferto”.
Alcuni dati
L’eccellenza dei prodotti traina un settore che ricopre l’1,5%-2% della produzione agricola nazionale, all’interno del comparto agroalimentare, e con i suoi 75mila allevamenti ovo-caprini, prevalentemente allo stato brado, è il motore economico di regioni come la Sardegna o delle aree interne, principalmente, collinari e montuose, come spiega il direttore di Coldiretti Sardegna Luca Saba.
Presidio ambientale
Al tempo stesso, ha un valore ecologico. Le Nazioni unite hanno infatti dichiarato il 2026 l’anno internazionale dei pastori e degli allevatori per il loro contributo al mantenimento degli ecosistemi e alla tutela biodiversità, alla sicurezza alimentare ma anche alla prevenzione incendi e allo stoccaggio di CO2. L’apporto alla conservazione della ricchezza biologica deriva dalla presenza di diverse razze animali, “un patrimonio di 150, tra capre e pecore, che il mondo ci invidia”, aggiunge Cualbu, e la gestione rispettosa della natura, coltivando erbai con miscele di sementi che favoriscono lo sviluppo naturale di nuovi germogli di specifiche cultivar, riducendo le lavorazioni annuali.
Prevenzione incendi
Il pascolo degli animali pulisce il sottobosco e abbatte il rischio di roghi boschivi, raggiungendo zone impervie dove l’uomo non riesce ad arrivare. Una tecnica tradizionale ancora utilizzata è l’assidadura. “Si pota la parte inferiore delle piante per farle sviluppare in altezza e agevolare il passaggio e il nutrimento del gregge”, racconta Cualbu. Sul versante della sostenibilità, la pastorizia lavora per diventare una filiera a emissioni zero, come dell’agnello sardo Igp certificato net zero. Risultato del progetto Versoa, iniziativa finanziata da BS Green e sviluppata in collaborazione con diverse realtà dell’isola, come il Dipartimento di agraria dell’Università di Sassari, il Consorzio e Coldiretti Sardegna.
Connessioni e passione
Non si munge più a mano, chini per ore. Oggi ci pensano gli impianti. La tecnologia ha reso meno dura la vita dei pastori, ma non riesce a “spingere” il ricambio generazionale. Condizioni di vita dure, fatte di sacrifici e lunghi periodi di isolamento, salari non elevati e un marginale riconoscimento sociale, insieme a una burocrazia che non facilita l’ottenimento dei premi comunitari legati al pascolamento sono le cause che elencano Cualbu e Saba. “Per far avvicinare i giovani all’attività pascolativa bisogna garantire manodopera in grado di sostituirli, connettività e connessioni”, ragiona Saba, “servono linee Internet e strade, perché non vogliono più vivere da soli, ma essere in grado di raggiungere i centri abitati”. “La passione è fondamentale per fare questo mestiere, non ci si improvvisa allevatore senza averlo nel DNA”, commenta Cualbu,”è una scelta di vita fatta di perseveranza, valori e gesti semplici”.

