Dentice: “Le sfumature del viaggio del Papa in Libano”

Nel suo primo viaggio apostolico papa Leone fa tappa in Libano e va a pregare al porto di Beirut, sul luogo dell’esplosione del 4 agosto 2020. L’analista dell’Osservatorio sul Mediterraneo dell’Istituto di studi politici “San Pio V” Giuseppe Dentice spiega il senso della visita papale e la situazione del Paese dei cedri

Nell'immagine: a sinistra papa Leone XIV (foto © Vatican Media), a destra foto © Ufficio Imagoeconomica

Un puzzle in apparenza quasi incomponibile. In poco più di un lustro il Libano, una volta la “Svizzera d’Oriente”, è stato risucchiato dal default finanziario e dalla crisi istituzionale, esacerbate dalla deflagrazione nel porto di Beirut, tra le dieci esplosioni non nucleari più potenti di sempre, fino alla guerra di Gaza. Tessere sparse che nell’instabilità generale, locale, ragionale e internazionale, faticano ad essere assemblate. Un messaggio di speranza e un’indicazione di futuro è la visita di papa Leone XIV nel Paese dei cedri, seconda tappa del primo viaggio apostolico del pontefice statunitense, che si recherà a pregare sul luogo della tragedia del 4 agosto 2020. Interris.it ne ha parlato con Giuseppe Dentice, analista dell’Osservatorio sul Mediterraneo dell’Istituto di studi politici “San Pio V”.

Giuseppe Dentice (per gentile concessione)

Un pontefice raccolto in preghiera silenziosa sul luogo di una tragedia che ha segnato la storia recente de Libano: che immagine è?

“Potente ed evocativa, perché molti dei problemi del Libano si sono amplificati con quell’esplosione. La visita del Santo Padre vuole porre l’attenzione su un Paese martoriato dalla guerra, sulle discriminazioni che i cristiani subiscono a causa delle dinamiche intrasettarie, sulla necessità che i governanti libanese lavorino per il benessere della popolazione. Un viaggio con tante sfumature che vuole rimettere la Cristianità al centro, anche delle dinamiche politiche, con un momento di preghiera in un luogo altamente simbolico e di fondamentale importanza”.

Il Paese dei cedri si sta riprendendo dalla crisi finanziaria scoppiata nel 2019?

“Non si può più nemmeno parlare di crisi finanziaria perché nel 2020 lo Stato libanese ha dichiarato il default tecnico, non poteva più pagare gli stipendi pubblici né garantire gli investimenti nel Paese. Oggi con il piano dell’inviato statunitense Tom Barrack e con il Fondo monetario internazionale si vuole definire un programma d’intervento che preveda il taglio delle spese considerate non essenziali, come gli aiuti di Stato. Ma non sarà facile eliminarle in una realtà così fratturata perché in un Paese dove si vive di rendite politiche servono a garantire la pace sociale”.

Il Libano ha attraversato anche una profonda crisi istituzionale. Qual è la situazione oggi?

“Dopo un recente passato fatto di corruzione e clientelismo, il Libano è incastrato nelle sue faglie settarie e più attori si muovono su piani paralleli. Nonostante questo, con l’elezione del presidente della Repubblica Joseph Aoun e del premier Nawaf Salam ora le istituzioni ci sono e il Paese vive una condizione di stabilità nell’instabilità. Sta affrontando una transizione che dipende dalla tenuta della tregua con Israele e dal piano Barrack che vuole renderla concreta, a cominciare da confini che garantiscano la sicurezza fisica e la demarcazione politica, per diventare un tassello della stabilità mediorientale. Il Libano chiede legittimità politica, come facevano i suoi cittadini che criticavano i leader di Hezbollah prima del 7 ottobre 2023”.

Dalla morte di Hassan Nasrallah è passato oltre un anno, recentemente anche il numero due dell’organizzazione libanese è stato eliminato. Hezbollah ha un ancora un ruolo?

“Il ‘Partito di Dio’ è ferito ma non distrutto. Si muove nel sottobosco nel tentativo di mantenere un po’ di potere. Nel tempo ha creato, direttamente o indirettamente, una sorta di ‘parastato’ e questo ha ampliato le fratture sociali, razziali e identitarie”.

Allargando lo sguardo, come sono adesso i rapporti di Beirut con Tel Aviv e con Teheran?

“Con Israele la situazione rimane tesa. Dalla firma della tregua i raid israeliani nel Libano meridionale non si sono mai interrotti, così come i tentativi di annettere parte del territorio libanese costruendo recinzioni al sud del fiume Litani. La missione Unifil non verrà rinnovata e bisogna capire chi la sostituirà: non possono essere le forze armate libanesi perché non hanno la forza di intervenire né la gestione sarebbe semplice. Israele continua a dire che Hezbollah rimane il principale attore filo-iraniano, il che è vero, ma non ci sono ad oggi prove che l’Iran sia interessato a rimettere in piedi la sua influenza nel Paese, dato che è venuto fuori dalla ‘guerra dei dodici giorni’ con le ossa abbastanza rotte”.

E con la Siria del nuovo corso di Ahmad al-Shar’a?

“La Siria è sempre un ‘termometro’: se qualcosa va male, i vicini ne subiscono le conseguenze. Damasco e Beirut hanno sempre avuto una storia fortemente intrecciata e devono poter vivere in equilibrio. Il Libano ha fatto da ombrello alle varie fasi della crisi siriana, oggi gli sviluppi dipendono dalla stabilità di entrambi i Paesi, dalla riconoscibilità e dalla definizione dei confini fisici. La strada intrapresa sembra mirare verso la stabilizzazione”.

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