Dalla Giornata per la Vita a una responsabilità quotidiana

La difesa della vita nascente come fondamento della pace, della giustizia e del vero progresso umano

neonato
Foto di Pexels da Pixabay

“Vi invito a riflettere sul fatto che non ci sarà pace senza porre fine alla guerra che l’umanità fa a se stessa quando scarta chi è debole, quando esclude chi è povero, quando resta indifferente davanti al profugo e all’oppresso. Solo chi ha cura dei più piccoli può fare cose davvero grandi. Madre Teresa di Calcutta, santa degli ultimi e premio Nobel per la pace, affermava a riguardo che “il più grande distruttore della pace è l’aborto” (Discorso al National Prayer Breakfast, 3 febbraio 1994). La sua voce rimane profetica: nessuna politica può infatti porsi a servizio dei popoli se esclude dalla vita coloro che stanno per venire al mondo, se non soccorre chi è nell’indigenza materiale e spirituale». Cosa hanno a che fare queste splendide e vere parole pronunciate da papa Leone proprio alla vigilia della 48 sima Giornata per la vita che ha per tema: “Prima i bambini”? C’è un collegamento molto importante: il valore della vita umana prima della nascita. In Italia gli anni Settanta hanno visto due tipi di guerre parallele: quella alle istituzioni dello Stato (il cui culmine fu raggiunto con il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro il 9 maggio 1978) e quella ai bambini che non ancora nati (la cui espressione si è materializzata nella legge 194 del 22 maggio 1978). Quest’ultima guerra – ancora oggi in corso in tutto il mondo – aveva ed ha una caratteristica: viene chiamata progresso, conquista, libertà, addirittura diritto umano, e si pretende che sia alimentata dal consenso sociale, assistita dalla medicina, legittimata dallo Stato che offre le sue strutture e le sue risorse. Per questo la Conferenza Episcopale Italiana, in seguito all’approvazione della legge sull’aborto, volle manifestare chiaramente, attraverso la Giornata per la vita, l’appello a non rassegnarsi mai, a non lasciarsi prendere dall’assuefazione, a tenere sveglie le coscienze. Senza condannare, ma operando con speranza, fiducia, tenacia gioiosa e operosa, per condividere le difficoltà di una gravidanza problematica o inattesa, per stare accanto alle donne restituendo loro la libertà di accogliere i loro piccoli figli, per costruire una cultura alternativa a quella dello scarto. La cultura della vita, appunto. Merita ricordare quanto scrisse Giorgio La Pira a Paolo VI, il 27 gennaio 1977, nel pieno delle discussioni sulla legalizzazione dell’aborto: «La Chiesa anche in questa occasione ha preso posizione per il bene e la salvezza dell’umanità, difendendo i bambini e con essi il domani. Forse anche in sede politica si potrebbero ancora salvare le cose se ci fosse il convincimento che la salvezza dei bambini è il valore assoluto da difendere oggi». “Bene e salvezza dell’umanità” cioè pace e fratellanza che si realizzano a partire dalla convinzione che «la salvezza dei bambini è il valore assoluto da difendere oggi».

Bambini tutti

Eco delle motivazioni per cui esiste la Giornata per la Vita si trova nel messaggio dei vescovi quando scrivono «pensiamo ai bambini “fabbricati” in laboratorio per soddisfare i desideri degli adulti: a loro viene negato di poter mai conoscere uno dei genitori biologici o la madre che li ha portati in grembo. Pensiamo ai bambini cui viene sottratto il fondamentale diritto di nascere, probabilmente perché non risultano perfetti in seguito a qualche esame prenatale».

I bambini che non hanno ancora raggiunto la tappa della nascita sono giustamente considerati bambini al pari dei nati. Sono infatti ricordati insieme a tutti i bambini vittime di molteplici violazioni – fisiche, psicologiche, morali – dirette e indirette. Davvero un abominio. Ogni comportamento lesivo dei diritti dei bambini – suggerisce il messaggio – non solo fa regredire la civiltà, ma avvilisce anche l’umanità degli adulti e compromette il futuro.

Dire “prima i bambini” non è dunque uno slogan emotivo, ma un appello alla responsabilità degli adulti, la prospettiva da cui guardare tutto l’uomo e tutto l’umano, un serio criterio con cui valutare le scelte personali, sociali e politiche, una esortazione a costruire il futuro.

Si viene abbracciati da una profonda tenerezza, illuminata dal Vangelo («lasciate che i bambini vengano a me»), leggendo che l’atteggiamento di accoglienza nei confronti dei bambini – di tutti i bambini – «riflette il primato dell’amore di Dio, che prende sempre l’iniziativa, perché i figli sono amati prima di aver fatto qualsiasi cosa per meritarlo».

Autorevoli conferme in campo ecclesiale e civile

Nell’udienza generale del 25 novembre scorso, papa Leone XIV ha esortato tutti a testimoniare con le opere che «Dio è l’amante della vita» e ha aggiunto: «Non abbiate paura di accogliere e difendere ogni bambino concepito». Il 20 settembre 2013 papa Francesco ha detto ha detto: «Ogni bambino non nato, ma condannato ingiustamente ad essere abortito, ha il volto di Gesù Cristo, ha il volto del Signore». A Cuba, insieme al Patriarca ortodosso di Mosca, Kirill, Egli ha sottoscritto il documento comune dove, al punto 21, si legge l’invocazione: «chiediamo a tutti di rispettare il diritto inalienabile alla vita. Milioni di bambini sono privati della possibilità stessa di nascere al mondo. La voce del sangue di bambini non nati grida verso Dio». Rivolgendosi al Parlamento Europeo, a Strasburgo, il 25 novembre 2014, Egli ha qualificato l’aborto una uccisione che manifesta la cultura dello “scarto”: «l’essere umano rischia di essere ridotto a semplice ingranaggio di un meccanismo che lo tratta alla stregua di un bene di consumo da utilizzare, cosicché – lo notiamo purtroppo spesso – quando la vita non è funzionale a tale meccanismo viene scartata senza troppe remore, come nel caso dei malati, dei malati terminali, degli anziani abbandonati e senza cura, o dei bambini uccisi prima di nascere». Benedetto XVI, parlando della vita umana che inizia, ha parlato più volte dei bambini non nati come i più deboli e bisognosi di tutela. In diversi messaggi natalizi ha auspicato che la speranza del Natale raggiungesse tutti i bambini inclusi quelli non ancora nati. San Giovanni Paolo II chiude l’Enciclica “Evangelium Vitae”, trent’anni quest’anno e sempre attualissima, con una preghiera a “Maria, ancora di un mondo nuovo, madre dei viventi” e le affida “la causa della vita” a partire dall’attenzione al «numero sconfinato di bambini cui viene impedito di nascere».

Madre Teresa, per tornare a questa grande santa, tante volte ha parlato di bambini a proposito dei non nati e a proposito della pace: «Se veramente vogliamo la pace – ella disse parlando all’ONU nel 1985 – approviamo una decisa risoluzione: non permettere che un solo bambino viva senza amore ed elimineremo l’aborto perché è il maggior distruttore della pace» e ripeteva: «quel piccolo bambino, non ancora nato è stato creato per amare ed essere amato».

La Convenzione sui diritti dei bambini del 1989 (ratificata dall’Italia nel 1991) dice chiaramente che al bambino deve essere data tutela legale anche prima della nascita. Questo “prima della nascita”  illumina anche l’interpretazione dell’art. 3: «in tutte le azioni riguardanti i bambini, se avviate da istituzioni di assistenza sociale, private o pubbliche, tribunali, autorità amministrative o corpi legislativi, i maggiori interessi del bambino devono costituire oggetto di primaria considerazione» e il preambolo dove riprendendo le parole della Dichiarazione sui diritti del bambino del 1959 dice che «l’umanità deve dare al bambino il meglio di sé stessa».

Le parole tra verità e menzogna

Il linguaggio è fondamentale, le parole veicolano la verità o la menzogna; dunque parlare di bambini a proposito di quanti non sono ancora nati significa dare loro voce e renderli visibili rispetto alla mentalità dello scarto che invece non vuole neanche parlarne perché ne ha “paura”, perché è scomodo, perché l’ideologia acceca la mente e indurisce il cuore… basta considerare certe reazioni scomposte quando semplicemente si chiede che le strutture pubbliche si impegnino ad aiutare le donne in gravidanza liberandole dai condizionamento che le indurrebbero ad abortire o agli attacchi all’obiezione di coscienza… riconoscere ciascun essere umano allo stadio embrionale come un bambino disturba, infatti, quella falsa costruzione dei diritti fondata sull’utile o sull’autodeterminazione piuttosto che sull’uguale valore di ogni essere umano. Per questo è importante includere nella categoria dei bambini anche i non ancora nati. «Sono i più bambini dei bambini», come diceva Carlo Casini. Dobbiamo dirlo con franchezza e amore: non “grumi di cellule”, ma bambini; non “pre-embrioni”, ma bambini; non “progetti di vita”, ma bambini; non uomini in potenza, ma uomini-bambini in atto …

Portare a compimento il lungo percorso storico. Chiesa profetica

La storia avanza verso un maggiore livello di civiltà tutte le volte che abbraccia nel riconoscimento della piena, intrinseca e uguale dignità categorie di esseri umani prima esclusi. Così è stato per i bambini. Si pensi per esempio a epoche passate in cui i bambini erano considerati socialmente irrilevanti e a quando il pater familias aveva sui figli il diritto di vita o di morte (ius vitae ac necis). Parlare dei bambini non ancora nati come bambini, appunto, significa portare a compimento il lungo percorso storico grazie al quale il bambino, il figlio, da una posizione periferica e subalterna ha acquistato nel pensiero della modernità una posizione centrale, tanto più nella famiglia. Oggi siamo chiamati a portare avanti questo percorso, a renderlo coerente e vero di fronte ai figli concepiti e non ancora nati.

Ecco perché la Chiesa quando ci sono di mezzo i più poveri dei poveri, i più emarginati, i più dimenticati, i più espulsi dalla società – come sono anche i bambini non ancora nati – è davvero “madre e maestra” non solo per i credenti: è più avanti di tutti i cd. “progressisti”, mostrando la linea del vero progresso civile; perché è la punta di diamante del più nobile pensiero autenticamente laico.

Un necessario chiarimento a scanso di equivoci

Sia chiaro: ogni forma di violenza e di abuso dell’uomo adulto sull’uomo bambino è sempre di una gravità inaudita e giustamente è – e deve essere – forte l’indignazione. Ricordare altri bambini che vengono trascurati. Tuttavia, mentre – giustamente! – nessuna legge veicola e organizza una società per realizzare comportamenti che tolgono la vita ai bambini nati, per i bambini non ancora nati, invece, il discorso è diverso, rovesciato: sopprimerli può addirittura essere considerato “doveroso”! Il presupposto è il rifiuto di porre lo sguardo su quella fase dell’infanzia che non ha ancora raggiunto la tappa della nascita.

Legge 194. Che fare?

Allora, se per ora non si può ora cambiare la legge 194, che si dica almeno che il non ancora nato è un bambino e che lo Stato dimostri con i suoi strumenti di volerlo proteggere sul serio. Che si favorisca almeno una preferenza per la nascita, che si aiutino le madri in difficoltà, i padri, le famiglie a non impedire la nascita dei loro bambini. Che si costruisca tutti insieme una difesa del diritto a nascere che passa attraverso la mente, il cuore e il coraggio delle donne abbracciate e non lasciate sole. Né “diritto di aborto”, né “diritto al figlio”: perché – ha detto benissimo papa Leone parlando al Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede (9 gennaio 2026) – «l’impianto stesso dei diritti umani perde vigore, lasciando spazio alla forza e alla sopraffazione. Ciò avviene quando ciascun diritto diventa autoreferenziale e soprattutto quando perde la sua connessione con la realtà delle cose, la loro natura e la verità». Non si tratta di condannare, ma di «ribadire con forza che la tutela del diritto alla vita costituisce il fondamento imprescindibile di ogni altro diritto umano. Una società è sana e progredita solo quando tutela la sacralità della vita umana e si adopera attivamente per promuoverla». Che la giornata per la vita sia ogni giorno dell’anno!

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