Dal passato al presente: perché ricordare la schiavitù oggi

Sott: In occasione della Giornata contro la schiavitù, Antonio Stango, presidente della Fidu, riflette su memoria, diritti umani e sfide contemporanee

A sinistra: il professore Antonio Stango, presidente della Fidu. Foto gentilmente concessa. A destra: foto Vatican News

Non è soltanto una ricorrenza, ma un richiamo collettivo alla responsabilità. La Giornata internazionale in ricordo delle vittime della schiavitù e della tratta transatlantica invita a fare i conti con una delle pagine più drammatiche della storia, le cui conseguenze continuano a riflettersi nel presente sotto nuove forme di disuguaglianza, sfruttamento e discriminazione. In questo contesto, il professor Antonio Stango, presidente della Federazione Italiana Diritti Umani, propone una riflessione che va oltre la memoria, interrogando il significato attuale di libertà, dignità e diritti umani in un mondo ancora segnato da profonde contraddizioni.

L’intervista

Oggi si celebra la Giornata internazionale in ricordo delle vittime della schiavitù e della tratta transatlantica: qual è l’importanza di questa ricorrenza?

Per molti secoli, in tutte le culture di ogni continente, la schiavitù è stata considerata normale. La tratta transatlantica, fra la fine del XV secolo e la seconda metà del XIX, ne è stato lo sviluppo più emblematicamente drammatico, con la deportazione – in spregio della dignità umana – dal continente africano alle Americhe di non meno di 15 milioni di persone e la loro successiva tenuta in condizione di schiavitù, trasmessa di generazione in generazione. Ricordarlo deve aiutare a rafforzare la consapevolezza di quanto sia importante tuttora combattere qualsiasi forma non solo di riduzione in schiavitù, ma anche di razzismo, poiché soprattutto nel caso della tratta transatlantica e delle sue conseguenze è stata evidente la profonda discriminazione basata anche sul colore della pelle, perdurata per secoli insieme a teorie suprematiste. Nello stesso tempo, non dobbiamo dimenticare che la schiavitù era, assai prima della scoperta europea delle Americhe e dell’apertura di quella rotta, del tutto comune anche in larga parte dell’Africa, in cui avvenivano razzie di persone di etnie diverse per sottoporle a lavori forzati o per venderle come merci; solitamente, i trafficanti europei non catturavano direttamente delle persone, ma le compravano da razziatori locali. Tenere presente questo deve farci comprendere che nessun gruppo etnico è stato immune dai crimini contro l’umanità di riduzione in schiavitù e di razzismo, e incoraggiarci ulteriormente a contrastare ogni discriminazione”.

Parlare di schiavitù al giorno d’oggi sembra anacronistico, ma è davvero così?

“Ancora oggi esiste di fatto, in aree rurali di Stati africani (ad esempio in Mauritania, di cui ci siamo occupati molto come Federazione Italiana Diritti Umani, e anche in Mali, Niger, Ciad e Sudan) una forma di schiavitù antica, nonostante sia ormai dichiarata illegale: in quei casi, chi nasce figlio di schiava è considerato schiavo, di proprietà di un padrone che può sfruttarlo, venderlo, regalarlo o concedergli la libertà. Il fenomeno è in regressione, ma riguarda tuttora alcune centinaia di migliaia di persone. Oltre a questo, ci sono forme meno totalizzanti di servitù, spesso cagionata da debiti a condizioni di usura che non si riesce a ripagare e per cui si viene forzati a svolgere lavori senza retribuzione; e c’è la riduzione in schiavitù da parte di gruppi armati, che attaccano villaggi e rapiscono persone, con lo sfruttamento sessuale o il matrimonio forzato di ragazze o bambine e l’arruolamento di ragazzi. Lo sfruttamento sessuale è, peraltro, comune anche in Paesi ad economia avanzata. L’UNODOC (United Nations Office of Drugs and Crime) considera che ogni anno siano vittime di tratta oltre 50.000 persone; oltre un milione di minori sono vittime di sfruttamento del lavoro o di costrizione all’accattonaggio o ad attività criminali, oltre nove milioni di matrimonio forzato”.

Quali sono le principali sfide che l’Italia affronta oggi nella lotta contro la tratta di esseri umani e lo sfruttamento?

“Mentre lo sfruttamento grave di persone di cittadinanza italiana non è ancora del tutto sconfitto (pensiamo alle aree in cui la criminalità organizzata recluta anche minori per spaccio di stupefacenti, sfruttamento della prostituzione o altri reati), le maggiori sfide attuali in Italia come in atri Paesi europei sono legate alle migrazioni. Molto spesso i migranti sono vittime di tratta dal proprio Paese d’origine o in quelli di transito, o si affidano volontariamente a organizzazioni criminali che per favorire il loro viaggio verso un immaginario benessere dettano condizioni insostenibili. Questo avviene sia sulle diverse rotte mediterranee che su quella balcanica. All’arrivo in Italia, la necessità di pagare i debiti contratti con i trafficanti e le difficoltà di integrazione portano spesso a rimanere sotto il controllo di altri gruppi criminali o a vivere in condizioni di assoluta marginalità. A questo, con un fenomeno relativamente nuovo e diffuso ora principalmente in alcune aree di Francia, Belgio, Regno Unito e altri Stati nord-europei, si accompagna in diverse aree il cosiddetto “comunitarismo”: situazione in cui una comunità etnica o sociale tende a mantenere al proprio interno regole dettate in nome di pretese tradizioni (ad esempio, di discriminazione delle donne, di imposizioni nella sfera religiosa o di estremo sfruttamento del lavoro) che violano i diritti teoricamente garantiti dalle leggi dello Stato ospitante”.

In che modo la memoria storica della schiavitù può contribuire a costruire una società più giusta e inclusiva oggi?

“La memoria storica non è semplicemente ‘ricordare’, ma soprattutto comprendere. Occorre raggiungere una consapevolezza profonda di quanto sia vitale, per il consorzio umano, superare per sempre ogni forma di schiavitù e di sfruttamento insostenibile, così come ogni tipo di discriminazione con pretesti razziali, etnici o di genere. Su questo è fondamentale l’educazione, non soltanto per i giovani in età scolastica; ed è necessario un impegno congiunto fra istituzioni internazionali, statali, locali e organizzazioni della società civile. Su questo segnalo, ad esempio, l’impegno dell’Assemblea Parlamentare del Mediterraneo (www.pam.int), che punta ad affrontare le cause profonde della migrazione irregolare, tra cui le sacche di estrema povertà e l’instabilità di diverse aree della regione, attraverso sforzi internazionali coordinati e che ha lanciato fin dal 2024 una campagna di comunicazione contro la tratta di persone e il traffico di migranti, con il sostegno dell’UNODC e dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa”.

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