Cristo è risorto: gioia pasquale e cammino nella speranza

A sinistra: il cardinale Marcello Semeraro. A destra: immagine da Pixabay

Torna anche quest’anno il canto pasquale, che ci dice: “La luce del re eterno ha vinto le tenebre del mondo: gioisca la terra inondata da tanto splendore”. Sull’onda di questa esultanza, ogni cristiano insieme con i suoi fratelli e sorelle nella fede innalza il canto dell’Alleluia.

Cosa vuol dire questa antichissima parola? Essa ci giunge dall’Antico Testamento ed è un canto di lode a Dio, la cui forza vince la morte. Nella tradizione ebraica essa è legata pure ai canti della cena rituale della Pasqua ed è, per questo, una parola pronunciata dallo stesso Gesù. Come tale è passata nelle liturgie cristiane ed è riservata in modo particolare al tempo pasquale, caratterizzato dal gaudio per la celebrazione della risurrezione del Signore.

La sua continua ripetizione, però, non deve farci dimenticare il suo spirituale valore. A questo esortava sant’Agostino quando, commentando i Salmi spiegava che nel canto dell’Alleluia è contenuto un profondo mistero sicché non ci basta averlo sulle labbra in determinati momenti, ma dobbiamo averlo ogni giorno nel cuore. Ciò vuol dire che abbiamo bisogno di ripetere l’Alleluia della Pasqua anche se abbiamo la mente e il cuore colmi di ansietà e di tristezza; anche in ore nelle quali alle nostre abituali preoccupazioni si aggiungono quelle di cittadini di un mondo, che pare voglia progettarsi soltanto sull’economia e sul denaro, ma non ancora sulla pace e sulla concordia. Sempre e nonostante tutto, noi cristiani continuiamo a credere che Cristo è risorto e a cantare che è sempre con noi.

L’annuncio del vangelo della Risurrezione in questi giorni pasquali lo ascolteremo in molti modi e in forme diverse. Lo ascolteremo pure con il racconto dei due discepoli di Emmaus. Mentre ci ammaestra sul come anche noi, oggi, possiamo incontrare il Risorto sulle nostre vie, quella pagina evangelica ci avverte pure di quanto su noi rimanga incombente il rischio di ripetere la loro sfiducia e il loro scoraggiamento: nonostante tutto, nulla è accaduto che ci conforti! Le speranze, se non di una pace, almeno di una tregua, sembrano, infatti, tanto spesso cadere nel nulla. Noi, però, dobbiamo vincere e superare la “sindrome” dei discepoli di Emmaus. Possiamo farlo, perché nel giorno di Pasqua il Signore si pone accanto a noi, così come fece con loro, per sollevare le nostre amarezze.

Egli cammina con noi, benché ancora una volta in incognito. Il racconto di Emmaus ci rassicura proprio di questo, per quanto non manca di ripeterci che questo incognito sarà svelato nella gioia. Possiamo, allora, chiederci: qual è, per noi questo incognito? Nella Chiesa lo sono, ad esempio, i sacramenti della Riconciliazione e dell’Eucaristia ai quali, nella Pasqua, non possiamo mancare di accostarci. Anche ciascuno di noi, però, può essere l’incognito con il quale il Signore Gesù si avvicina a chi è nella tristezza, nel bisogno, nella sofferenza. È con queste parole che invio di cuore il mio augurio e ripeto per me e per voi: Gesù è risorto, Alleluia.

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