La crisi mediorientale si è trasformata in uno shock che ha colpito i mercati globali. La chiusura da parte iraniana dello Stretto di Hormuz, snodo commerciale strategico per le forniture di petrolio e gas, ha avuto come primo effetto l’aumento dei prezzi dell’energia. Roberto Italia dell’Ispi illustra l’impatto economico del conflitto Usa-Iran.
L’Ocse ha tagliato le stime di crescita globale e ha avvertito che se la crisi in Medio Oriente si protrae alcune economie rischiano la recessione. E’ questo il risultato di quanto iniziato il 28 febbraio?
“Questa crisi non è solo energetica e i primi ad essere colpiti sono i Paesi della regione, che con il blocco dello Stretto di Hormuz hanno dovuto sostituire il trasporto via mare con quello terrestre. Se osserviamo poi lo scenario globale, notiamo che c’è un aumento dell’inflazione e una riduzione della crescita un po’ ovunque. Gli Stati Uniti sono, forse, più resilienti rispetto ad altri Paesi che invece dipendono in maniera importante dalle importazioni di energia e di cibo. Inoltre, questo è il terzo grande shock in sei anni, e la Banca mondiale ci avverte che ci sono Paesi che non si sono ancora tornati ai livelli pre-pandemia”.
Ci spiega gli effetti economici della crisi mediorientale?
“La reazione immediata è stato l’incremento dei prezzi delle materie prime, che non si è ancora assorbito. Un altro è la riduzione dei volumi delle esportazioni, perché attraverso Hormuz passa molto poco, e avvertiremo l’impatto quando, tra qualche mese, le scorte a disposizione non basteranno più. Si pensi all’interruzione dei flussi di petrolio: pure se si raggiungesse un accordo in tempi brevi, le centrali, le raffinerie e le fonderie non ripartiranno subito a pieno regime. L’area più colpita è quelle asiatica, dal Pakistan al Giappone. La Cina al momento riesce ad attutire il colpo con le proprie scorte, ma lo shock è globale”.
La chiusura dello Stretto di Hormuz ci ha fatto rendere conto che snodi commerciali fondamentali come quello, i “choke points”, possono diventare un problema. Si tratta di un campanello d’allarme sistemico che ci deve spingere a cercare nuove soluzioni?
“Negli ultimi anni abbiamo avuto una serie di crisi, quella energetica in Europa, quella di Panama e adesso Hormuz e il Mar Rosso, per cui non c’è una risposta univoca, bensì servono più opzioni per mitigare gli effetti. I Paesi del Golfo Persico probabilmente capiranno che dipendere da uno stretto sia per le importazioni che per le esportazioni è pericoloso, per cui si penserà a infrastrutture terrestri. Il risultato non potrà però essere la sostituzione del trasporto marittimo, perché vi poggia il 70-80% del commercio mondiale. Inoltre, ci vorrà tempo per il ritorno alla normalità e comunque per costruirle ci vorrebbero anni”.
Quale impatto ha questo sull’Unione Europea?
“Siamo anche noi vittime di questo doppio effetto, la crescita che rallenta e l’inflazione. Se sotto il profilo energetico non siamo dipendenti dal Qatar per le importazioni di gas quanto lo eravamo in precedenza dalla Russia – fino allo scoppio della crisi mediorientale importavamo dal Paese del Golfo l’8% del nostro approvvigionamento di gas naturale liquefatto – ci troviamo comunque in un mercato globale per cui non siamo al riparo. Se il prezzo aumenta e le risorse vengono a mancare, ci sarà una corsa ad accaparrarsele. Sul lungo termine, l’Ue deve diversificare i propri rifornimenti di energia”.
Quali sono le ricadute sull’Italia?
“Questa situazione ci trova con una crescita dello 0,5-0,6% e l’inflazione è già sopra il 3%, per cui stiamo vivendo gli stessi effetti, se non più marcati, degli altri Paesi Ue. E non aspettiamoci ‘rimbalzi’, perché eravamo tra i più esposti alle importazioni di gas dal Qatar. Da un altro lato, possiamo contare sul nostro export, che in tutti questi anni ha continuato a registrare performance positive. Credo le aziende italiane potrebbero uscire da questa crisi più resilienti e continuare a far valere le loro qualità in tutto il mondo”.

