L’escalation iniziata con le operazioni congiunte israelo-statunitensi contro l’Iran ha assunto dimensione regionali quando la risposta di Teheran ha colpito prima le basi statunitensi nel Golfo per poi allargarsi alla rappresaglia economica con la chiusura dello stretto di Hormuz, snodo del commercio energetico. In un clima di instabilità e incertezza, per il timore che conflitto possa protrarsi nel tempo e coinvolgere altri Paesi, Elisa Querini, analista responsabile del Desk Asia e Pacifico del Centro Studi Internazionali (Ce.S.I.), ha tratteggiato a Interris.it lo scenario attuale e i possibili effetti della crisi nella regione mediorientale e non solo.
La crisi è diventata un conflitto regionale?
“Il conflitto a cui stiamo assistendo dal 28 febbraio ha assunto molto presto dei connotati regionali. La Repubblica Islamica dell’Iran in risposta ha colpito per prime le basi militari statunitensi presenti nei Paesi del Golfo, poi ha iniziato a volgere la propria azione su infrastrutture critiche per la tenuta economica della regione”.
Quanto potrebbe durare ancora?
“E’ difficile da prevedere, al momento non abbiamo dei dati che possano aiutarci. Non conosciamo la capacità produttiva militare iraniana, in particolar modo dei droni. Inoltre, dipende anche da quali sono gli obiettivi dell’amministrazione statunitense: si è parlato di un cambio di regime come della distruzione di siti nucleari e di basi militari. Dipenderà anche dalla pressione economica che è stata posta sul Golfo Persico ma sta avendo ricadute a livello internazionale, con la chiusura dello stretto di Hormuz. Questo aspetto ha anche delle ricadute interne agli Usa, vista un’opinione interna che non si allinea in maniera massiccia all’intervento di Washington e Israele in Iran e potrebbe non accogliere bene un aumento dell’inflazione e dei prezzi del petrolio. Considerando le elezioni di metà mandato a novembre, potrebbe essere un fattore in grado di influenzare la decisione di estendere o meno l’operazione militare”.
Il presidente Trump avrebbe detto a Fox News che potrebbe essere disposto a parlare con Teheran, ma dipenderà dalle condizioni. Dichiarazioni del genere potrebbero aprire un canale di comunicazione?
“Non credo si possano tradurre effettivamente in un nuovi negoziati. L’uccisione della Guida suprema, oltre ai raid, è uno smacco mai sperimentato prima dall’Iran. In secondo luogo già un’altra volta, durante delle trattative, Teheran aveva subito attacchi. Inoltre, durante gli ultimi colloqui sembrava esserci un gap tra le condizione massime che la Repubblica islamica era disposta a concedere e il minimo che gli Usa erano disposti ad accettare, quindi anche nell’eventualità che si arrivi a un tavolo di dialogo credo rimangano comunque delle questioni insormontabili”.
Come reagiscono i Paesi del Golfo all’instabilità regionale?
“Allo stato attuale sembrano aver assunto una postura che tenti di limitare un’ulteriore escalation regionale, chiaramente condannando gli attacchi iraniani e valutando di potersi difendere e rispondere, anche se al momento questa opzione sembra non essere ancora stata messa in atto. Nelle settimane che hanno preceduto il conflitto, i Paesi del Golfo si sono spesi a favore di una soluzione diplomatica, l’Oman ha ospitato i negoziati indiretti tra Iran e Stati Uniti. E’ anche nei loro interessi che lo stretto di Hormuz venga riaperto, per riprendere le esportazioni, e che i propri siti petroliferi e gli impianti di estrazione e raffinazione possano tornare a pieno regime”.
Cina e Iran sono legati da una partnership commerciale. Quale ruolo può avere Pechino?
“Non sembra che la Cina voglia intervenire in maniera diretta. Possiamo aspettarci un’azione diplomatica da parte cinese, ma dobbiamo anche ricordare che quest’operazione sta portando l’attenzione e anche il dispiegamento militare statunitense dall’Indo-Pacifico al Medio Oriente, distogliendoli dal proprio vicinato. In questo frangente c’è anche un fattore di interesse per Pechino”.
Con l’elezione di Mojtaba Khamenei a Guida suprema, come si riorganizza il potere a Teheran?
“L’elezione del figlio di Khamenei a nuova guida suprema appare confermare un allineamento con gli apparati militari. Secondo le fonti, i Guardiani della Rivoluzione ne avrebbero sponsorizzato, o comunque appoggiato, l’elezione. Al momento il riassetto che si può prevedere è una maggiore influenza dei Pasdaran e delle forze armate dentro il regime. Quando questo conflitto giungerà al termine, vedrà una Repubblica islamica ancora più indebolita dover fare i conti non solo con quello che è stato un forte attacco esterno, ma anche con gli strascichi delle proteste di fine dicembre e inizio gennaio 2026″.
Che impatto può avere questa situazione sul regime?
“Ci possiamo aspettare un regime ancora più chiuso e più votato verso una sfumatura militare che ne vuole la sopravvivenza sia per stampo ideologico sia perché è profondamente parte del sistema economico. Tuttavia ci sono delle questioni interne come la condizione della popolazione iraniana – in particolar modo quella che poi ha spinto le recenti proteste – a cui difficilmente il regime sarà capace di rispondere con riforme strutturali. Osserviamo inoltre una figura del presidente, Masoud Pezeshkian, particolarmente debole, mentre spicca il segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale, Ali Larijani. Nel prossimo futuro porrei l’attenzione sulle sue dichiarazioni e sulla posizione dell’apparato di sicurezza che, con questa nuova Guida suprema, molto probabilmente avrà un ruolo ancora più predominante nelle dinamiche interne ed esterne del Paese”.

