La mancanza della cultura del riuso penalizza gravemente l’ambiente. Per riuso si intende la possibilità di riutilizzare oggetti che non sono ancora diventati scarti o rifiuti. “Riutilizzando qualcosa abbiamo la possibilità di non far terminare il ciclo della sua vita. E, allo stesso tempo, di evitare che finisca in discarica- osserva Ludovica Nati-. Anche in questo caso la finalità dell’oggetto di partenza può rimanere la stessa o cambiare ed evolvere in qualcosa di completamente diverso. Nella seconda ipotesi si può parlare, ad esempio, di riciclo/riuso creativo”. E invece in Africa e in Asia (attorno soprattutto ai rifiuti elettronici) è sorto un vero e proprio mercato del lavoro. in maniera analoga alla creazione dei “mercati dell’usato” dei vestiti importati dai Paesi del Nord Globale. L’agenzia missionaria vaticana Fides riporta le stime dell’Organizzazione Mondiale del Lavoro. In Nigeria ci sono almeno centomila posti di lavoro informale nel settore degli scarti elettrici. Con una capacità di processare mezzo milione di rifiuti all’anno. La stessa cosa vale per il Ghana. Secondo il report della ong catalana “Ciutats Defensores dels Drets Humans” per ogni tonnellata di scarti elettronici in Ghana ci sono 15 lavoratori coinvolti nel riciclo dei materiali e 200 nelle riparazioni.

Senza riuso
Il Ghana guadagna ogni anno circa cento milioni di dollari in tasse dai Paesi esportatori di rifiuti elettronici. Un traffico, riferisce Fides, che è una fonte di liquidità di cui il governo può difficilmente fare a meno. Il problema è che ogni tipo di lavoro collegato al riuso e al riciclo di questi materiali ha delle conseguenze per la salute e per l’ambiente. Danni analoghi a quelli legati allo smaltimento della plastica e degli indumenti. L’Oms denuncia che lo smaltimento di rifiuti del genere espone la popolazione a mille differenti tipi di sostanze chimiche. I rischi riguardano il cervello, i polmoni e il sistema nervoso. Si tratta, quindi, di una situazione analoga allo smaltimento della plastica che affligge le fasce più fragili della popolazione, come le donne e i minori. Tutto ciò in violazione della Convenzione di Basilea, il principale trattato internazionale che regola i movimenti transfrontalieri di rifiuti pericolosi e il loro smaltimento. Lo scopo è impedire che i paesi industrializzati esportino i loro rifiuti tossici nei paesi in via di sviluppo, tutelando la salute umana e l’ambiente. L’esportazione di rifiuti nel sud del mondo è un fenomeno che va avanti da decenni. I Paesi in via di sviluppo vanno aiutati nella gestione ed eliminazione in maniera ecologica. Per anni una delle destinazioni principali dei rifiuti da esportazione è stata la Cina. Pechino però ha smesso di importare plastica e altri rifiuti dal 2018. Il fenomeno ha anche dei risvolti economici. Come accade in tutti i meccanismi economici che subiscono delle restrizioni, il flusso commerciale si è poi modificato. Direzionandosi verso altre destinazioni nel continente asiatico, a partire da come Malesia, Vietnam e Indonesia. I tre Paesi hanno ricevuto tra il 2021 e il 2023 rispettivamente 1,4 miliardi, 1 miliardo, seicentomila chili di rifiuti plastici. a il consumo rapido e la mancanza della cultura del riuso.

Salute a rischio
Un fenomeno alimentato soprattutto nei Paesi occidentali ma che vede tra i suoi perpetuatori anche la Cina. Il gigante asiatico in pochi anni si è trasformato da Paese ricevitore di rifiuti a Paese esportatore. Gli indumenti che raggiungono l’Africa vengono raccolti per essere rivenduti in veri e propri mercati dell’usato. Oppure vengono raccolti in discariche o addirittura bruciati. Entrambe le opzioni hanno conseguenze devastanti da un punto di vista ambientale. Uno studio di Greenpeace analizza specificamente il fenomeno ad Accra. Gran parte degli indumenti che arrivano nella capitale ghanese è raccolta dalla popolazione ed utilizzata come combustibile per le case. Ciò provoca il rilascio di sostanze inquinanti e cancerogene nell’aria. Ma non è la sola forma di inquinamento. Quanto più gli indumenti sintetici restano nelle discariche tanto più rilasciano microplastiche che vanno a contaminare fiumi, terreni e aria. Pesante l’impatto sugli ecosistemi locali. Particolarmente allarmante l’inquinamento provocato dai rifiuti elettronici.

Cultura del riuso
La cultura del riuso è un modello di vita e di consumo circolare che consiste nel dare nuova vita a oggetti e materiali destinati altrimenti a diventare rifiuti. Questa pratica si oppone allo spreco, riducendo l’impatto ambientale legato alla produzione di nuovi beni. “Riciclo e riuso sono termini spesso ricorrenti, specie quando si parla di recuperare materiali, oggetti, fare la differenziata – puntualizza Ludovica Nati-. Troppo spesso, però, questi concetti non vengono usati in modo appropriato oppure vengono confusi tra loro. Eppure la differenza tra le due espressioni è netta, ma forse ancora poco diffusa tra il pubblico”. E aggiunge: “Riciclare vuol dire utilizzare nuovamente materiali di scarto o di rifiuto di precedenti processi produttivi. Significa trasformare materiali di scarto e rifiuti recuperati grazie alla raccolta differenziata in nuovi beni, le cosiddette materie prime seconde, dando loro una seconda vita”.

