Ecco come la corsa alle terre rare avvelena il Sud

I rifiuti come nuova forma di colonialismo in Africa e in Asia

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Foto di Abdulai Sayni su Unsplash

Emergenza sud. Le terre rare sono un gruppo di metalli strategici diventati centrali per la tecnologia moderna e per la transizione energetica. Senza di loro sarebbe impossibile produrre in modo efficiente smartphone, veicoli elettrici, turbine eoliche, dispositivi medicali e numerosi componenti industriali avanzati. Il problema del colonialismo dei rifiuti particolarmente grave in Africa. Oltre alla plastica, il continente africano è la destinazione di indumenti di seconda mano e soprattutto rifiuti tecnologici. Entrambe queste tipologie di rifiuti vengono raccolte in discariche presenti nelle maggiori città africane, attorno le quali sono sorti quartieri popolosi. A Nairobi è la discarica di Dandora. Ad Accra in Ghana si trova a fianco della discarica il quartiere di Agbogbloshie. A Lagos in Nigeria è quello di Makoko. A Dar el Salam in Tanzania è quello di Tandare. Uno dei centri di raccolta di indumenti di seconda mano più importanti in Africa è la capitale ghanese Accra. Il nocciolo della questione, spiega Fides, sta nel fatto che siano di seconda mano e di materiale sintetico, il che rende più complicato il riutilizzo. È una conseguenza della fast fashion industry, l’industria della moda usa e getta che ha come sua conseguenza il consumo rapido e la mancanza della cultura del riuso. Nel suo viaggio in Africa Leone XIV ha affrontato il tema delle terre rare e dello sfruttamento delle risorse naturali, specialmente nel contesto del continente africano.

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Papa Leone all’Università cattolica dell’Africa centrale. Fermo immagine da diretta Vatican Media.

Sos papale

Le terre rare sono un gruppo di 17 elementi chimici (15 lantanidi più scandio e ittrio) fondamentali per l’alta tecnologia, tra cui smartphone, magneti per auto elettriche, turbine eoliche e laser. Non sono rare, ma difficili da separare e purificare, rendendo l’estrazione costosa e dannosa per l’ambiente. Durante l’ incontro con gli universitari a Yaoundé, in Camerun, il Papa ha denunciato il “lato oscuro” delle devastazioni causate dalla corsa alle terre rare e alle materie prime, necessarie per le nuove tecnologie. Robert Francis Prevost ha criticato il saccheggio di risorse africane da parte di potenze estere, spinto dal crescente bisogno di digitale. Il Pontefice ha esortato a non “girarsi dall’altra parte” di fronte alla situazione, sottolineando che la grandezza di una nazione non si misura con l’abbondanza di risorse materiali. La ricerca di terre rare per la transizione energetica viene considerata una forma di neocolonialismo. E oggi è quella in cui questo fenomeno si manifesta in forma più palese, soprattutto per i suoi effetti geopolitici ed economici. Ma esistono altre pratiche di matrice neocoloniale, meno appariscenti ma dalle conseguenze altrettanto negative a livello locale. A cominciare dall’esportazione di rifiuti in Africa e in Asia da parte dei Paesi occidentali, in particolare l’esportazione di plastica, indumenti e rifiuti elettronici. L’esportazione di rifiuti nel sud del mondo, riferisce l’agenzia missionaria vaticana Fides, è un fenomeno che va avanti da decenni. E che in passato si è cercato di regolare e arginare attraverso la stesura della Convenzione di Basilea sul Controllo del movimento di rifiuti pericolosi (1989). Tale documento oltre allo stop del movimento dei rifiuti, aveva come altro scopo quello di aiutare i Paesi in via di sviluppo nella loro gestione e della loro eliminazione in maniera ecologica.

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Foto di Antoine GIRET su Unsplash

Sud depredato

Nonostante le intenzioni, la Convenzione non ha prodotto alcun risultato concreto nella gestione dei rifiuti a livello internazionale. Ma anzi la situazione è peggiorata con il passare degli anni. La loro esportazione a livello mondiale ha preso il nome di “Waste Colonialism” (“colonialismo dei rifiuti”), proprio perché rimane una forma di sfruttamento da parte dei Paesi che hanno un passato coloniale nei confronti delle loro ex colonie. La forma più classica di questo colonialismo riguarda l’esportazione di plastica, la quale inizialmente non era contemplata nella Convenzione di Basilea, e vi è stata inserita soltanto a partire dal 2019 con l’introduzione di un apposito emendamento. Per anni una delle destinazioni principali dei rifiuti da esportazione è stata la Cina, la quale però ha smesso di importare plastica e altri rifiuti dal 2018. Il fenomeno ha anche dei risvolti economici, e come accade in tutti i meccanismi economici che subiscono delle restrizioni, il flusso commerciale si è poi modificato, direzionandosi verso altre destinazioni nel Continente asiatico, a partire da come Malesia, Vietnam e Indonesia. I tre Paesi hanno ricevuto tra il 2021 e il 2023 rispettivamente 1,4 miliardi, 1 miliardo, seicentomila chili di rifiuti plastici.

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