“La Consulta ha ribadito il ‘diritto a non drogarsi'”. Intervista a Meo Barberis (Apg23)

Interris.it, in merito alla decisione della Corte Costituzionale di bocciare il referendum sulla cannabis, ha intervistato Meo Barberis (Apg23), responsabile di comunità terapeutica

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“Abbiamo dichiarato inammissibile il referendum sulle sostanze stupefacenti, non sulla cannabis. Il quesito è articolato in tre sottoquesiti ed il primo prevede che scompaia, tra le attività penalmente punite, la coltivazione delle sostanze stupefacenti di cui alle tabelle 1 e 3, che non includono neppure la cannabis ma includono il papavero, la coca, le cosiddette droghe pesanti. Già questo sarebbe sufficiente a farci violare obblighi internazionali“. Con queste parole pronunciate nel corso di una conferenza stampa, il presidente della Consulta, Giuliano Amato, ha spiegato la decisione di bocciare il referendum sulla cannabis, il terzo dichiarato inammissibile dopo quello per l’abrogazione dell’articolo 579 del codice penale inerente l’omicidio del consenziente e quello sulla responsabilità civile dei magistrati.

Il consumo di cannabis in Italia

Secondo i dati del rapporto Espad (European school survey project on alcohol and other drugs) 2019, in Italia il 27 per cento degli studenti tra i 15 e i 16 anni di età ha fatto uso almeno una volta nella vita di cannabis. È la seconda percentuale più alta, dietro soltanto al 28 per cento della Repubblica ceca. Al terzo posto troviamo la Lettonia (26 per cento), mentre nelle ultime tre posizioni ci sono rispettivamente Cipro (8,4 per cento), Grecia (8,2 per cento) e Svezia (8 per cento). L’Italia balza in prima posizione se si guarda la classifica di chi, nella fascia 15-16 anni, dice di aver fatto uso di cannabis nei 30 giorni precedenti alla rilevazione statistica. Il nostro Paese registra una percentuale del 15 per cento (17 per cento negli uomini e 12 per cento nelle donne), subito sopra al 13 per cento di Francia e Paesi Bassi.

La soddisfazione per la decisione della Consulta

Molte le associazioni e le persone che hanno gioito dopo aver appreso che la Corte Costituzionale aveva dichiarato inammissibile il quesito referendario sulla cannabis. “Una vittoria per i giovani che cercano la vita! L’Alta Corte svela l’inganno del referendum che avrebbe potuto permettere la coltivazione di qualsiasi droga, non solo cannabis, ma anche oppio e coca”, così su Twitter la Comunità Papa Giovanni XXIII, in merito all’inammissibilità del referendum sulla legalizzazione della cannabis.

Giovanni Paolo Ramonda

Ha espresso la sua soddisfazione per la decisione dei giudici della Consulta anche il Comitato per il No alla droga che, in un comunicato stampa, auspica – in attesa di conoscere le motivazioni della sentenza della Corte, che “ora Governo e Parlamento dedichino tempo ed energie all’intensificazione del contrasto al narcotraffico e al recupero di giovani e meno giovani dalla dipendenza dalle droghe“.

“Le coraggiose decisioni della Consulta, nonostante le pressioni mediatiche, politiche ed economiche, hanno ribadito l’importanza di non mettere a repentaglio nessuna vita, né con l’omicidio del consenziente né con la coltivazione di sostanze stupefacenti di ogni tipo”, ha affermato Antonio Brandi, presidente di Pro Vita & Famiglia.

Jacopo Coghe, portavoce di Pro Vita & Famiglia esprime “totale gratitudine per l’alto servizio svolto dalla Corte Costituzionale, che ha dichiarato inammissibili i referendum su Eutanasia e Cannabis, smascherando la ‘truffa’ politica dei promotori: non si trattava di Eutanasia e Cannabis, ma di omicidio del consenziente nel primo caso e di coltivazione di più sostanze stupefacenti, come Oppio e Coca, nel secondo caso”.

I contrari al referendum sono convinti che legalizzare la cannabis equivalga a promuovere il consumo di stupefacenti. Tutte le droghe, affermano, sono dannose, non esistono le cosiddette droghe leggere e droghe pesanti. Una tesi sostenuta con forza anche dal questore di Macerata, Antonio Pignataro che che ha speso tutta la sua vita lottando contro i trafficanti di droga e salvando la vita di tanti giovani. Pignataro ha sempre condannato pubblicamente i danni spesso irrimediabili derivati dall’uso di tutte le droghe, includendo anche quelle che, erroneamente, vengono definite “leggere”. Anche nel suo ultimo incarico come Questore di Macerata ha lavorato incessantemente per guarire la città dalla piaga della delinquenza e del degrado legati alla circolazione degli stupefacenti. Intervistato da Interris.it dopo la tragica scomparsa dei due ragazzi di Terni, Pignataro aveva affermato che “il principale problema sta nel cattivo esempio che adulti danno nel propagandare le sostanze stupefacenti come innocue“.

L’intervista

Per approfondire l’argomento, Interris.it ha intervistato Meo Barberis, membro della Comunità Papa Giovanni XXIII, responsabile di comunità terapeutica e rappresentante dell’Apg23 presso l’ufficio contro la droga e il crimine delle Nazioni Unite, sede di Vienna.

Cosa pensa della decisione della Consulta che ha dichiarato inammissibile il referendum sulla depenalizzazione della cannabis?

“E’ stata una scelta assolutamente corretta e mi sembra ben motivata. Come è stato riconosciuto da varie parti, è stato scritto male anche il quesito referendario: c’era il rischio che si potesse coltivare non solo la cannabis indica, ma anche sostanze stupefacente o psicotrope. Come giustamente ha sottolineato il presidente della Consulta Giuliano Amato, questo ci avrebbe posto al di fuori dei trattati internazionali che dal 1961 regolano la materia e che l’Italia ha sottoscritto. Con questa decisione è stato ribadito il ‘diritto a non drogarsi’, titolo di un convegno che ormai decine di anni fa si svolse a Rimini, con la partecipazione del professor Andreoli e di don Oreste Benzi, fondatore della Comunità Papa Giovanni XXIII che da oltre 40 anni si impegna con le sue comunità terapeutiche nel riportare alla vita chi cade nel baratro della dipendenza da droga, alcol o gioco. Si tratta di tutelare la vita di tutti, a partire dai giovani”.

Il referendum avrebbe dovuto eliminare il reato di coltivazione, rimuovere le pene detentive per qualsiasi condotta legata alla cannabis e cancellare la sanzione amministrativa del ritiro della patente. Se si fosse arrivati, dopo il voto da parte dei cittadini, all’eliminazione di questi reati e sanzioni, a cosa saremmo potuti andare incontro?

“Probabilmente ci sarebbe stata una corsa alla sperimentazione della coltivazione casalinga di sostanze stupefacenti, quindi altamente nocive. Il guaio più consistente, a mio avviso, sarebbe stato quello di dare un messaggio negativo dal punto di vista educativo. Sappiamo bene che ciò che la legge consente, viene generalmente interpretato come legittimo e buono. Alcuni avrebbero potuto pensare che va bene vivere da drogati, che sarebbe giusto utilizzare le sostanze stupefacenti come stampelle per affrontare la vita, mentre sappiamo bene che per vivere bene è importante mettere a frutto i doni che Dio ci ha donato. E’ assolutamente sbagliato assumere queste sostanze con l’idea che possano essere un aiuto per affrontare le fatiche della vita”.

C’è chi sostiene che legalizzare la cannabis sia un modo per togliere soldi alle organizzazioni criminali dedite allo spaccio: è realmente così?

“Non ci sono elementi che possano sostenere questa tesi. Persone al dentro della materia, potrei citare il Procuratore Gratteri, hanno dimostrato che le capacità di trasformazione della malavita organizzata sono tali per cui riescono a infiltrarsi anche in situazioni definite e determinate dalla legge. Questo tipo di affermazione è un’illusione”.

E’ corretto fare una distinzione tra droghe “pesanti” e droghe “leggere”?

“Ovviamente l’effetto non è uguale per tutte le sostanze psicoattive o psicotrope, molto dipende dalla modalità, dalla frequenza e dall”intensità di utilizzo. Aggiungerei che i derivati della cannabis, da sempre annoverati tra le sostanze leggere – e sappiamo bene che la distinzione leggere o pesanti nasce in ambito giornalistico e non ha fondamenti scientifici -, nel corso dei decenni, grazie all’ingegneria genetica applicata alle piante, ha visto l’aumentare della concentrazione del tetroidracannabinolo e degli altri principi attivi che ne determinano l’efficacia psicotropa di 10-30 volte. Questo, per affermare che bisogna essere molto precisi quando si parla della pericolosità delle sostanze, a volte si fanno affermazioni superficiali, senza fondamenti scientifici. Aggiungerei che l’Organizzazione mondiale della sanità, in numerose occasioni, ha affermato che il rischio per la salute pubblica che scaturisce dai derivati della cannabis parodassalmente è più alto di quello dei derivati del papavero da oppio, proprio per la diffusione e gli effetti di slatentizzazione di sviluppi di patologie psichiatriche”.

La decisione della consulta può essere interpretata come una risposta alla crisi educativa che riguarda il rapporto fra i giovani e gli adulti?  

“La Consulta, giustamente, ha sottolineato la non correttezza della modalità in cui sono stati posti i quesiti. Non è entrata in altre valutazioni di carattere etico-morale. C’è stata da parte dei promotori del referendum una serie di critiche, come l’affermazione che le motivazioni addette dalla Consulta sono da convegno proibizionista fuori luogo e fuori tempo, ma non è così. Credo che non sia compito della Consulta fare valutazioni di carattere etico. Indubbiamente, è un’occasione per tutti coloro – l’Apg23 ma anche altre associazioni di carattere sociale – che intendono promuovere il valore della vita, soprattutto dei giovani, un’occasione nella quale vediamo riaffermate le lotte che da decenni stiamo portando avanti”.

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