Al Cnao, protoni e ioni carbonio la speranza contro i tumori

Al Centro nazionale di adroterapia (Cnao) di Pavia si effettuano trattamenti su tumori radioresistenti o inoperabili mirati a ridurre i possibili effetti collaterali

Foto per gentile concessione di don Aldo Buonaiuto

Un “pennello” per la cura dei tumori resistenti alle radiazioni o inoperabili, non fatto di setole ma di fasci di particelle, protoni o ioni carbonio, che colpisce con potenza e precisione le sezioni della patologia restando nei “bordi”, cioè senza interessare i tessuti sani circostanti, diminuendo il rischio di effetti collaterali. La qualità della vita del paziente, il come si vive dopo essere guariti, è oggi obiettivo della medicina e la richiesta di chi si sottopone al trattamento o della sua famiglia, soprattutto nel caso di bambini e ragazzi. La guarigione con tecnologia all’avanguardia è quello a cui lavorano ogni giorno al Centro nazionale di adroterapia (Cnao) di Pavia grazie a un macchinario che si trova in pochi altri posti nel mondo, un sincrotone pensato specificamente per pazienti oncologici.

Terapia adronica

Radioterapia è una delle parole che chi affronta una patologia del genere e chi gli sta intorno dice e sente più spesso. Un trattamento che utilizza radiazioni ionizzanti per distruggere le cellule neoplastiche, che sono cancerogene, che può agire da solo o insieme alla chemioterapia, all’immunoterapia o alla chirurgia. La terapia adronica, o adroterapia, inserita all’interno del Sistema sanitario nazionale, si differenzia per il ricorso a protoni e ioni carbonio, particelle più efficaci contro i tumori inoperabili o radioresistenti, e la maggior precisione far arrivare la dose curativa nell’area interessata, lasciando i tessuti sani attorno sostanzialmente senza radiazioni o con un livello di dose inferiore. Si usa per il trattamento di neoplasie solide pediatriche, proprio a causa della minor tossicità per bambini e giovani adulti, tumori, sarcomi, cordomi, alcuni tumori della testa e del collo.

Foto per gentile concessione di don Aldo Buonaiuto

Eccellenza

Il Cnao è un’eccellenza del nostro Paese, dato che possiede una delle sei macchine di questo tipo esistenti al mondo. Un acceleratore che scompone gli atomi in fasce di particelle subatomiche per questo scopo. E rappresenta un unicum per l’Italia. “Ci sono altri centri che utilizzano i protoni, come l’ospedale di Trento e l’Istituto europeo di oncologia, mentre in Italia siamo gli unici a estrarre e utilizzare anche gli ioni carbonio”, spiega Ester Orlandi, direttore del dipartimento Cnao e docente di radioterapia oncologica all’Università di Pavia. Una realtà voluta e finanziata dal Ministero della Salute e da Regione Lombardia, che unisce alla cura – finora ha tratto circa 5.500 pazienti provenienti da tutta Italia, rimborsati dal Servizio sanitario nazionale – la ricerca per ottimizzare il trattamento alle caratteristiche del paziente. L’obiettivo è sviluppare nuove tecnologiche pensate per il trattamento dei tumori metastatici entro due anni.

Il “pennello”

La macchina è stata progettata, grazie alla collaborazione tra gli altri dell’Istituto nazionale di fisica nucleare (Infn), dell’Università di Pavia, del Cern di Ginevra, per emettere fasci di particelle capaci di andare sempre più in profondità e mantenerli nell’orbita circolare grazie alla capacità curvante delle componenti meccaniche. Il direttore generale Sandro Rossi sceglie una metafora per spiegarne il funzionamento. “E’ come se creassimo un pennello con cui andiamo a ‘dipingere’ ciascuna sezione del tumore. Il fascio di protoni o di ioni carbonio brucia in maniera selettiva le cellule tumorali, andando a eradicare la patologia con precisione ed efficacia”. Nell’anello di 25 metri di diametro e 80 di circonferenza, isolato per proteggere chi frequenta il centro dalle radiazioni, si trovano due dispositivi, detti “sorgenti”, che estraggono estraggono le particelle subatomiche e si realizzano i fasci di protoni o ioni che vengono inviati al sincrotone dove viaggiano a 30mila chilometri al secondo per arrivare fino a raggiungere, rispettivamente, 250 e 4800 milioni di elettronvolt (MeV), per arrivare nelle tre sale per il trattamento. Per garantire l’alta efficienza di trattamento, che si aggira intorno al 99%, afferma il dg, senza far interrompere il percorso terapeutico ai pazienti, ogni tre mesi il sincrotone viene sottoposto a quattro giorni di manutenzione da parte di una quarantina di operatori che si occupano dei suoi sistemi.

Foto per gentile concessione di don Aldo Buonaiuto

Precisione

“Precisione” è una delle parole che più ritornano nei discorsi del personale del centro e capiremo perché. “Curiamo patologie complicate che toccano il 5%-10% dei pazienti oncologici italiani, soprattutto quelle pediatriche, e la precisione riesce a fare la differenza perché garantisce la conservazione dei tessuti sani nei pazienti che hanno una grande aspettativa di vita, come i bambini, quindi”, continua Rossi. Il fascio di particelle irradia la sezione del tumore con la precisone di 200 micrometri. Il dottor Marco Zecca, direttore dell’oncologia pediatrica al Policlinico San Matteo di Pavia, scende nel dettaglio: “Grazie a un’enorme precisione in selettività dell’effetto radioterapico la dose somministrata sul letto tumorale deborda molto meno sul tessuto sano, perché i protoni si attivano solo in uno spazio che è si decide, riducendo l’irradiazione più bassa dei tessuti circostanti, e il risultato è la riduzione della tossicità”.

Qualità della vita

La protonterapia per pazienti pediatrici è arrivata nel 2015 in Italia grazie alla dottoressa Sabina Vennarini. L’esperta, radiologo, radioterapista, oncologo e pediatra, responsabile della struttura semplice dell’Istituto nazionale tumori di Milano è oggi consulente clinico per i protoni del Cnao. “Questa opzione terapeutica tocca un concetto molto importante, la qualità della vita del paziente che sopravvive, soprattutto i ragazzi”. I giovani che affrontano la terapia per un tumore e sconfiggono la malattia sono sì testimonianze di vita, ma a volte devono fare i conti con effetti collaterali che non facilitano il loro reinserimento in società, a causa di pregiudizi e stereotipi. “Se ti devo irradiare una porzione di cervello dove si trova un tumore celebrale, sopravvivi senza conseguenze ma subisci la perdita permanente dei capelli in quella parte di testa e nel mondo giovanile una condizione del genere non è mai banale”, spiega.

Accoglienza

La presa in carico di un paziente pediatrico, inoltre, prosegue la dottoressa, non coinvolge solo l’individuo ma l’interno nucleo famigliare. “Rispetto all’oncologo dell’adulto abbiamo una responsabilità in più. Quando si ammala un paziente pediatrico non è solamente lui che si ammala, ma l’intero nucleo familiare. Dobbiamo garantire l’accoglienza dell’intera famiglia, se fallisce questa fallirà anche la cura”. Molti degli approcci di trattamento puntano proprio a mantenere o migliorare ulteriormente le probabilità di cura andando a ridurre gli effetti collaterali per rispondere alla domanda “come si guarisce”. Illustra il dottor Zecca: “E’ importante soprattutto per un bambino, per via della lunga aspettativa di vita che della sua fragilità, dato che è nel processo di accrescimento proprio dell’età evolutiva”.

Il sogno

Quasi in seimila sono passati dal Centro e uno di loro si è sentito trattato non solo come paziente ma come persona. Così torna spesso per incontrare e salutare chi lo ha curato e il personale del Cnao. “Quando ci viene a trovare la domanda non è ‘come stai?’ ma ‘benvenuto’”, racconta Vennarini.  Il suo sogno è, un giorno, lavorare lì con loro. “Sono veramente onorato di aver conosciuto questa immensa famiglia, che quale mi ha curato fino ad arrivare a questo punto. Spero di potermi unire a voi arrivare poi al vostro livello”. “Nasco come fisico delle particelle per capire l’origine dell’universo e non è sempre facile darsi una motivazione”, conclude Rossi, “ma quando incrocio lo sguardo di un bambino che è stato trattato, è contento e sorride, la motivazione si trova e si prova gioia per quello che si fa”.

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