Le cinque lacrime eterne di Gesù

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Oggi si celebra la domenica delle Palme nella sublime ispirazione di Gesù che entra acclamato in quella Gerusalemme in cui poco dopo sarà crocifisso. Dall’acclamazione al calvario il cammino di Cristo è bagnato da lacrime divine e umanissime che ci riportano alla natura più intima del nostro contrastato rapporto con il sacro. Piange Gesù nel giardino del Getzemani, piange Maria ai piedi della croce, piangono le donne di Gerusalemme che non abbandonano il Maestro mentre i suoi discepoli cedono alla paura per poi rammaricarsene amaramente. Persino Giuda Iscariota scioglie invano nelle lacrime l’abominio commesso tradendo l’amico. La Veronica si inginocchia per asciugare le lacrime di sangue del Figlio di Dio umiliato e ferito nella salita al colle fatale. Piangono anche uno dei due ladroni inchiodati come Gesù ad una croce e i soldati che devono ricredersi sulla sua divinità: “Davvero Costui è il Figlio di Dio”. Tutta la sofferenza del mondo racchiusa in una struggente rappresentazione alla quale non mancano le lacrime dell’apostolo che Gesù prediligeva (San Giovanni) e degli altri suoi discepoli che assistono attoniti e terrorizzati al compimento di quanto preannunciato dal Messia. Nella scena più commovente della Passione di Cristo il regista Mel Gibson ritrae la lacrima dell’Onnipotente che cade dall’alto sul suo amato Unigenito che esala l’ultimo respiro. Queste lacrime sono eterne perché continuano a segnare i volti degli uomini e delle donne di ogni epoca. Lo sappiamo bene noi che da un anno ci dimeniamo nella rete di un’agonia individuale e collettiva che ricalca il Calvario nei suoi aspetti più sconvolgenti e apparentemente irreversibili. Mai quanto adesso la morte deve abbandonare il suo triste carattere di inevitabilità. La croce non è la parola definitiva sulla Rivelazione. Come Gesù risorge liberandosi dal sepolcro, cosi la Pasqua indica all’umanità la via di uscita dalla pandemia, a patto però di fare i conti con quelle cinque lacrime eterne che ci riportano a quanto accaduto oltre duemila anni fa.

Prima lacrima. (Tradimento)

Gesù sperimenta la durezza della vita subendo l’onta del tradimento proprio dove maggiore doveva essere la fiducia. E’ esperienza quotidiana nelle istituzioni religiose e civili che l’attitudine a pugnalare alle spalle il fratello alimenta ambizioni distruttive che trasformano la “fraternità in fratricidio”, da Caino e Abele fino alle guerre di veleni con cui si intende infangare e depotenziare coloro che si percepiscono come avversari. Chi è Giuda? E’ ognuno di noi quando mettiamo l’io davanti al noi, e quando la presunzione ci acceca al punto da armare la nostra mano contro l’innocente, il fragile, l’apparentemente inutile. Tradire sé stessi equivale a crocifiggere nuovamente Gesù che ci ha indicato la retta via della condivisione e del “cum-patire”.

Seconda lacrima. (Ingiustizia)

Al Messia non viene risparmiato neanche l’affronto dell’ingiustizia. Per false accuse viene processato, condannato e sottoposto alla vergogna della pena capitale più infamante: il patibolo riservato ai malviventi peggiori. L’esempio di Gesù è lezione di umiltà e sopportazione senza rinnegare nulla di ciò che ha compiuto secondo coscienza. In ogni tempo innocenti vengono ingiustamente trucidati in nome della legge dell’uomo. Il Figlio di Dio non si sottrae ad un verdetto che sa essere la negazione di qualunque giustizia. Perché lo fa? Per testimoniare fino al martirio la profonda validità del comandamento dell’amore che spinge a donare la vita proprio per chi vuole togliertela. Quante volte sentiamo una vergognosa specificazione: “A morire di Covid sono soprattutto gli anziani”. Come se la loro esistenza fosse meno meritevole di tutela. Gesù piange ogni qualvolta una vita viene ingiustamente bollata come “vuoto a perdere”.

Terza lacrima. (Violenza)

L’umanità offre la sua più ignobile espressione nella violenza che si scatena contro un uomo mite e inerme, schiacciato dal peso della Croce lungo un sentiero in salita funestato dalla vigliacca rabbia e dalla crudele aggressività di una folla che lo deride. Per essere violenti non occorre solo mettere le mani addosso a un fratello, si può sprigionare altrettanta violenza girando la testa da un’altra parte oppure sobillando diabolicamente, dietro le quinte, la furia bestiale dei facinorosi. Un episodio su tutti: alla guardia carceraria che gli impediva di celebrare Messa nel lager, il cardinale martire vietnamita François Văn Thuận opponeva la santità di un gesto. In prigione officiava l’Eucarestia con una briciola di pane nel palmo della mano e una goccia di rugiada nell’altra. Nei reparti Covid a Bergamo, medici e infermieri hanno impartito l’Unzione dei malati, mentre l’isolamento totale avvolgeva l’agonia di tante persone. E’ questa la carezza con la quale la Chiesa della misericordia ferma la mano del violento che anche al suo interno vorrebbe infierire di nuovo contro l’Agnello.

Quarta lacrima. (Indifferenza)

Un connotato rende ancora più raccapricciante la rappresentazione della passione. Negli istanti nei quali un innocente viene sottoposto al più atroce dei supplizi a breve distanza la vita generale scorre come se nulla fosse. Traffici e impegni quotidiani continuano nella totale indifferenza verso la tragedia che si sta consumando. Solo un terremoto rende “speciale” la scena agli occhi dei contemporanei indifferenti. Dobbiamo tenerlo a mente ogni volta che si ripete l’ingiusta, umiliante, disumana “globalizzazione dell’indifferenza”. In una società in cui tutto scorre come acqua sulla roccia, il “martirio della pazienza” dovrebbe indurre noi credenti a prestare la massima attenzione alle campagne di disobbedienza e denigrazione che vengono impunemente e subdolamente indirizzate contro il Vicario di Cristo. A oltre mezzo secolo da quel Concilio Vaticano II che profeticamente li voleva al centro al centro della Chiesa, tanti laici subordinano la loro fedeltà alla dottrina alla ben più remunerativa appartenenza a fazioni, gruppi, ideologie, identità partitiche. Nulla di nuovo sotto il sole. Biblicamente il piatto di lenticchie legittima ogni indifferenza per le cattive coscienze.

Quinta lacrima. (Solitudine)

Persino colui che fino a poche ore prima era sommerso dalla partecipazione popolari al punto da doversi sottrarre a folle traboccanti, fa esperienza dell’amaro calice: la solitudine. Raccontano molti Vescovi della Chiesa del silenzio come l’aspetto più logorante delle tirannie che negano Cristo sia il vuoto destabilizzante che i dittatori impongono attorno ai nuovi discepoli di Cristo. Sul Golgota Maria ha accanto solo Giovanni. E gli altri dove sono finiti? Uno, il “primus inter pares” rinnega il Maestro, molti scappano per non fare la sua stessa fine, qualcuno finge addirittura di non averlo mai sentito nominare. Insomma Gesù nasce solo in una mangiatoia e muore solo inchiodato su un legno. Oggi a lasciare solo Gesù è chiunque imbocchi la strada del male in tutte le sue forme e in tutte le sembianze che l’antico serpente assume per seminare divisione e farci chiamare “stranieri” i fratelli e le sorelle nei quali non sappiamo più riconoscerci.

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