Cinichilismo: così il disincanto sociale sta spegnendo il futuro dei giovani

Dallo svuotamento dei valori all'adattamento pragmatico che anestetizza le nuove generazioni: la giornalista Virginia Saba propone l'arte e la cura educativa come vie d'uscita per ritrovare il senso dell'umano

A sinistra, Virginia Saba. Foto Francesco Vitale. A destra, la copertina del libro. Foto per gentile concessione

Che fine hanno fatto la verità, la giustizia e gli ideali? Nel suo libro “Cinichilismo. Il nuovo paradigma del potere“, la giornalista Virginia Saba lancia un grido d’allarme contro un “morbo” culturale che sta progressivamente contaminando l’intera piramide sociale: dai vertici del potere politico ed economico fino al mondo della tecnologia e alle giovani generazioni. Con questo neologismo folgorante, l’autrice fotografa l’esatta postura della società contemporanea, in cui la perdita assoluta dei valori tradizionali (nichilismo) non genera più ribellione o ricerca di senso, ma un adattamento pragmatico, rassegnato e disincantato (cinismo). Ci si adegua consapevolmente allo svuotamento etico, continuando a vivere puntando unicamente “a ciò che funziona”. Cresciuti in questo deserto di riferimenti stabili, i giovani si trovano oggi stretti tra la tentazione della fuga e il bisogno di una via d’uscita. Virginia Saba racconta a Interris.it i nodi più critici del nostro tempo, indicando nell’arte, nella riscoperta dei sensi e nella cura educativa gli unici strumenti capaci di spezzare lo specchio del cinismo e restituire ai ragazzi “l’umano tutto intero”.

L’intervista

Virginia, i giovani di oggi sono in fuga. Cosa sta cambiando nella tua visione, sia come giornalista sia attraverso il percorso del tuo libro?

“La vita è complicata per tutti, lo è sempre stata e lo è anche per i nostri ragazzi. Oggi, però, ci troviamo in un momento storico particolare, caratterizzato da novità che non possiamo ignorare. Nel libro ho coniato un neologismo, cinichilismo, proprio per raccontare come siamo diventati figli di uno svuotamento profondo dei valori. Di per sé, il nichilismo classico aveva un risvolto virtuoso: era una ricerca tormentata, una parte integrante della nostra esistenza che produceva empatia, insofferenza costruttiva. Ci siamo arresi tante volte davanti al vuoto del senso, ma c’era una tensione verso la verità”.

E oggi cosa è cambiato in questa ricerca di senso?

“Il problema sorge quando rimpiazziamo la verità — che dovrebbe essere il principio primo della nostra ricerca — con l’inganno. Cosa succede se sostituiamo le nostre domande di senso con quello che Platone chiamava il farmaco? Oggi quel farmaco è rappresentato dalla tecnologia e dal benessere materiale. Sono strumenti che ci permettono di anestetizzare i dubbi profondi, superandoli con questioni superficiali. Il risultato è che non si capisce più il senso delle cose, non si va mai a fondo, ci si accontenta di ciò che il sistema e la società ci stanno offrendo già pronto. E noi adulti, in tutto questo, abbiamo una responsabilità enorme”.

Come possiamo recuperare quel senso di umanità nei rapporti, sia tra i giovani stessi che nelle relazioni intergenerazionali?

“Dobbiamo ammettere che gli unici ad essersi accorti davvero di ciò che sta accadendo, a livello globale, sono stati Papa Francesco e adesso Papa Leone XIV. Le loro encicliche sono un racconto potente, una bussola che dovrebbe diventare — passatemi il termine — il “Vangelo” anche per i nostri giovani. Noi adulti abbiamo l’obbligo di aiutarli, e possiamo farlo restituendo loro il senso della bellezza, dell’arte, dei sensi. Penso alla bellezza elementare di un abbraccio, di uno sguardo: tutte cose che, per esempio, a scuola oggi non insegniamo. L’uomo tutto intero è fatto anche di sensi, di tutto ciò che è collegamento con l’anima e con la trascendenza. Senza questa dimensione siamo perduti.

Guardando anche alla tua professione, come si può raccontare oggi il bello e la “magnifica umanità” che ci circonda, per fare questo viaggio insieme ai giovani?

“Innanzitutto dando il giusto nome alle cose. Se c’è uno spirito o un sentimento diffuso, anche negativo, bisogna saperlo individuare e chiamare per nome. Ai ragazzi dobbiamo offrire uno specchio. Se prendiamo un fenomeno come il bullismo, un ragazzo che vive o compie quell’azione, nel momento in cui viene messo davanti a uno specchio reale, ha un sussulto. Gli succede qualcosa dentro, si attiva una consapevolezza. Dobbiamo rimettere al centro l’attenzione e la cura nei confronti dei nostri giovani. Gli strumenti dell’arte, della bellezza e della musica non sono accessori: sono vie d’uscita eccellenti per dare ai ragazzi una direzione e un futuro”.

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