Cinema e Missione, Mons. Viganò: “Ecco come conoscere più a fondo la storia della Chiesa attraverso l’immagine”

Riscrivere la Storia della Chiesa con le immagini del passato. E' questo uno degli obiettivi del volume "Cinema e missione. Fonti audiovisive e storia delle missioni cattoliche". Mons. Viganò: "Un cinema che non solo rappresenta, ma performa la missione"

Mons. Dario Edoardo Viganò, presidente Fondazione Memorie Audiovisive del Cattolicesimo (foto: Francesco Vitale)

Il volume “Cinema e missione. Fonti audiovisive e storia delle missioni cattoliche“, edito dal Mulino e curato dalla Fondazione MAC, è l’esito di un ampio progetto culturale che valorizza il patrimonio audiovisivo cattolico come risorsa epistemologica per riscrivere la storia della Chiesa. Il libro raccoglie saggi che analizzano film, cinegiornali (Salesiani, Saveriani, San Paolo Film) e fondi fotografici (Fides), dimostrando come l’uso del mezzo visivo abbia documentato l’evangelizzazione e il rapporto della fede con la modernità. “Questo volume – ha detto il Card. Luis Antonio Gokim Tagle, Pro-Prefetto del Dicastero per l’Evangelizzazione – ci offre una mappa preziosa per comprendere come il cinema missionario abbia documentato, interpretato e talvolta anticipato le trasformazioni della Chiesa nel suo rapporto con il mondo. Emerge una Chiesa viva, creativa, capace di parlare con il linguaggio delle immagini e di farsi prossima attraverso gli strumenti della comunicazione di massa, promuovendo il rispetto delle culture, la dignità umana e l’impegno per la giustizia e la pace”. A Interris.it Mons. Dario Edoardo Viganò, presidente Fondazione Memorie Audiovisive del Cattolicesimo, spiega come il cinema missionario “si rivela anche come uno spazio di negoziazione identitaria, dove si intrecciano le tensioni tra universalismo cattolico e località culturale, tra visione eurocentrica e soggettività indigene, tra estetica del documento e retorica della testimonianza. È un cinema che non solo rappresenta, ma performa la missione, ne costruisce la memoria, ne orienta la ricezione”.

L’intervista

Il libro nasce da un percorso che lei definisce “lungo e composito”. Qual è stata la prima grande sfida metodologica che avete dovuto affrontare per realizzarlo?

“La sfida iniziale è stata anzitutto quella di mappare l’esistente, ovvero scovare e catalogare gli archivi missionari. Si tratta di fondi molto eterogenei: alcuni appartengono a grandi ordini religiosi, ben impostati, ma altri sono dispersi. Una volta individuati, il lavoro principale è stato studiare questi archivi per dimostrare che il cinema, l’audiovisivo e le fonti visive non sono un orpello, ma vere e proprie fonti storiche per la Chiesa”.

Per trattare queste fonti visive è stata necessaria una nuova metodologia. Potrebbe spiegarci in cosa consiste e a quale modello siete giunti?

Particolare della copertina del Volume (foto: Fondazione MAC)

“È stato un percorso lungo perché abbiamo dovuto creare una metodologia capace di tenere insieme molteplici discipline, come la semiotica pragmatica, la sociologia e la storia della Chiesa. Tutto questo sforzo ci ha portato a sviluppare quello che nel libro chiamiamo Apostolic Cinema: un nuovo modello di cinema, o documento visivo, che ci permette di conoscere più a fondo la storia della Chiesa attraverso l’immagine”.

Il suo studio si concentra sul passato, ma quali lezioni trae per il presente, soprattutto in termini di contenuti e nuove tecnologie?

“Il materiale che abbiamo ritrovato, presentato anche in un convegno internazionale in Vaticano, ci mostra la capacità di un cinema che non era solo agiografico, ma che formava e definiva un’identità di Chiesa. Questo laboratorio ci ha aiutato a capire come la Chiesa abbia interagito con la modernità, di cui la cultura visuale in movimento del Novecento è un aspetto fortissimo”.

Quali sono le priorità di lavoro oggi per preservare questo patrimonio visivo nell’era del digitale?

“Il materiale ritrovato è purtroppo molto disperso e fragile. La priorità assoluta è la messa in sicurezza. Questo richiede un investimento etico importante: dobbiamo restaurare i pezzi migliori e, soprattutto, congelare in digitale tutto ciò che è stato studiato per renderlo disponibile. È un investimento essenziale per offrire un patrimonio epistemico forte per comprendere la storia della Chiesa”.

La presentazione del volume (foto: Fondazione MAC)

Un’ultima riflessione per le nuove generazioni, per coloro che sono appassionati di cinema. Quali suggerimenti darebbe per diventare operatori nel mondo del cinema che non perdono il legame con la tradizione pur usando l’innovazione?

“Il primo passo è conoscere questo patrimonio. Si può iniziare esplorando la Digital Library della Fondazione MAC (Memorie Geovisive del Cattolicesimo), dove molti di questi documenti sono presenti e catalogati. Il secondo, fondamentale, è comprendere che l’inquadratura è sempre un atto etico, un gesto di libertà responsabile su un fatto di cronaca o un territorio. Le foto scattate senza riflessione sui device digitali rischiano di restare un “gioco”, senza mantenere quella forza di verità che invece una narrazione visiva strutturata può comunicare”.

ARTICOLI CORRELATI

AUTORE

ARTICOLI DI ALTRI AUTORI

Ricevi sempre le ultime notizie

Ricevi comodamente e senza costi tutte le ultime notizie direttamente nella tua casella email.

Stay Connected

Seguici sui nostri social !

Scrivi a In Terris

Per inviare un messaggio al direttore o scrivere un tuo articolo: