“L’Europa non è un incidente della storia”. Con queste parole David Maria Sassoli il 3 luglio 2019 s’insediava come presidente del Parlamento europeo, finora ultimo italiano, preceduto da dopo Antonio Tajani, di cui raccoglieva il testimone. Nella sua esperienza all’Eurocamera, terminata precocemente, Sassoli ha lavorato per confermare quell’affermazione, in un’Unione europea che veniva dalla marea montante dei populismi e dei sovranismi e solo pochi mesi dopo avrebbe dovuto fronteggiare, come il resto del mondo, l’autentico maremoto che è stata la pandemia di Coronavirus. Volto noto del giornalismo italiano come conduttore dell’edizione del Tg1 delle 20, Sassoli è stato un cattolico democratico, cresciuto nell’associazionismo, e un convinto federalista europeo. Nel corso della sua presidenza, quella che ha visto l’Unione europea scoprirsi solidale di fronte al Covid, con il programma di rilancio dell’economia Next Generation Eu, ha mantenuto la centralità dell’assemblea parlamentare strasburghese permettendo agli eurodeputati di partecipare ai lavori da remoto. A quattro anni dalla sua scomparsa, avvenuta l’11 gennaio 2022, Interris.it ne ha parlato con il costituzionalista e politico italiano Stefano Ceccanti.
L’intervista
Professore, un suo ricordo di David Sassoli?
“Ho conosciuto Sassoli agli incontri della Lega Democratica di Pietro Scoppola, Achille Ardigò e Paolo Giuntella. Con alcuni studenti dell’Azione Cattolica di Pisa ci eravamo raccordati a quella straordinaria esperienza di formazione e cultura politica. Fu uno dei luoghi – ne parla diffusamente Lorenzo Biondi nel suo bel libro a riguardo – in cui si è sperimentata, per la parte cattolica, quella accumulazione di idee ed esperienze che dopo la caduta del Muro di Berlino hanno consentito la nascita dell’Ulivo prima e del Partito democratico poi. La vita politica era segnata dalle vecchie appartenenze, l’egemonia comunista sulla sinistra e l’unità politica dei cattolici, che avevano ormai perso la propria spinta propulsiva. Oltre quelle tradizionali barriere, si avvertiva la necessità di una ricerca nuova,”.
“La politica è la più alta forma di carità”, disse Paolo VI. L’impegno di Sassoli per il bene comune è stato frutto dell’unione tra fede cattolica e impegno politico?
“Sì, però questa unione la si può concepire in modi molto diversi e con esiti diversi. In quegli anni, dopo la fine del pontificato montiniano, andavano più di moda approcci identitari, difensivi, monodirezionali tra esperienza di fede e impegno politico. Il tema delle distinzioni, di un’esperienza politica che ha uno spessore proprio, che a sua volta può incidere in modo fecondo sull’esperienza cristiana sembravano forme passate. Indubbiamente quelle parole come ‘dialogo’ e ‘mediazione’ andavano ripensate perché lo strumento partitico tradizionale, la Democrazia Cristiana, stava esaurendo la sua funzione – tutte le forze politiche si stavano ricomponendo sulle scelte atlantica ed europea. Tuttavia non si poteva azzerare quella storia e tornare a forme di cattolicesimo intransigente”.
Il cardinale Zuppi, nell’omelia detta al funerale di Stato, lo definì “quel compagno di classe che tutti avremmo desiderato, che sicuramente ci avrebbe aiutato”. Cosa pensa di queste parole?
“Penso che il clima che si respirava nella Lega Democratica e tra parecchi giovani che la frequentavano fosse quella appunto di una ricerca basata sull’aiuto reciproco, perché l’identità tradizionale cattolico-democratica andava ripensata con strumenti nuovi. L’aiuto reciproco significava anche il rispetto delle differenze tra le generazioni e nelle generazioni, perché il dibattito interno era spesso molto articolato”.
“L’Unione europea non è un incidente della storia”, aveva detto Sassoli nel suo discorso d’insediamento come presidente del Parlamento europeo. Che visione dell’Ue aveva?
“Il cattolicesimo democratico italiano ha sempre avuto una vocazione al crogiuolo dei diversi europeismi. Basti pensare al discorso di De Gasperi su ‘Nostra patria Europa’ e alla stretta collaborazione tra De Gasperi e Spinelli”.
Ha consentito che i lavori dell’Eurocamera proseguissero anche in pandemia con il voto a distanza. Seppe coniugare innovazione e senso delle istituzioni?
“Mi è capitato di parlare con Sassoli a inizio dell’emergenza Covid perché ho condotto, insieme ad altri, un’analoga battaglia per far funzionare il Parlamento italiano a pieno regime a distanza, e quindi in sicurezza. Noi quella battaglia la perdemmo perché i presidenti di assemblea recepirono acriticamente i dubbi della tecnostruttura sulla rottura delle prassi tradizionali, Sassoli invece convocò i funzionari e spiegò loro che la questione del ‘se’ lavorare a distanza era una decisione politica e che lui l’aveva già presa; a loro spettava individuare il ‘come’ renderla possibile. Si deve a questa capacità decisionale se l’anima federale delle istituzioni europee, che vive soprattutto nel Parlamento, è esistita durante il Covid insieme a quella confederale, di cooperazione intergovernativa. Senza la spinta federale con tutta probabilità non avremmo avuto il Pnrr o, per meglio dire il Next Generation Eu”.
Che eredità ci lascia la sua vicenda politica?
“Cogliere prontamente tutte le occasioni di maggiore integrazione federale con una efficace cultura di governo”.

